Lucio Gava
pubblicato 1 mese fa in Cinema

9 settimane e ½

morbosità

9 settimane e ½

I contenuti di un film sviluppati in suoni, immagini e dialoghi entro un forma temporale, di solito escludendo la parte della vita vivente più prosaica, come le questioni di igiene intima, le visite al carrozziere, al supermercato o al dentista, certo, a meno che non risultino funzionali alla narrazione, per focalizzarsi sulla finzione utile e meglio approfondirla; parlando di morbosità di un rapporto è necessario mostrarne l’evoluzione nell’arco di quei quasi centoventi minuti cinematografici del film in questione, diretto da Adrian Lyne nel 1986. Tale premessa vale però per qualsiasi opera artistica.

In una New York degli anni Ottanta, Kim Basinger-Elizabeth, un’impiegata addetta alle vendite, e Mickey Rourke-John, un cinico operatore finanziario, sembrano non avere altro a cui pensare che al sesso, ogni luogo, anche il più sordido è adatto all’occasione.
La coerenza di contenuti tenderebbe a significare un’opera artistica e, analizzando essa e non le abitudini dei newyorkesi, ritroviamo l’icona sexy Rourke, in tempi non sospetti alle prese con abusi di alcool e di droga, passare dal condurre giochi erotici sempre più spinti, solo sfiorando il sadismo, imposti ad una passiva Basinger, scolaretta ligia al dovere e quasi sempre composta; alla dimostrazione di impotente fragilità di fronte al suo passato difficile ed ad un mondo spietato in cui lui sembra prenderne parte senza scotto.
La confusione sesso-amore-piacere, confusione lecita a meno che non si voglia analizzare i singoli termini per crearne un quarto che potrebbe chiamarsi rapporto sentimentale, tale confusione spinge i due protagonisti a prolungare quello che forse è già finito ancor prima di iniziare. Alla fine della pellicola lasciamo un’Elizabeth invecchiata di nove settimane e mezzo che sembrano un’eternità, sola nell’immensa metropoli, a confermare la tesi iniziale che l’amore non basta, l’amore non c’era, l’amore non esiste.
Varcato finalmente il limite del rispetto reciproco nel palesato tentativo di trasgressione con una prostituta da parte di John, coinvolgendo in un menage a trois in una camera d’albergo la stessa Elizabeth, frana col franare del rapporto la sua apparente lucidità di burattinaio del sesso.

Cosa è stato superato, quando i due hanno fin dall’inizio erano già oltre? In una New York che tenta di trascendersi quotidianamente in modo laico, anche l’amore pare sia sorpassato e nulla abbia senso tranne il piacere, tranne l’istinto innalzato a divinità e l’intimità del contatto vitale. Pare sia sempre freddo, nonostante i corpi dei protagonisti siano perlopiù svestiti.
Nella confusione di termini tra erotismo e amore sta la chiave di lettura del film, un film che tenta di spiegare gli eccessi della macchina socio-economica capitalistica con quelli sessuali, e viceversa, in una frenetica metropoli cosmopolita dove gli ingranaggi della vita e le ragioni dell’esistenza sono mostrati nella loro lucida crudezza, rendendo quindi quasi educativa la visione dell’opera. In un mondo senza dio e senza fedi, senza troppi affetti, amicizie e punti di riferimento, il sesso diventa l’evasione ultima dell’animale sociale, finché la troppa luce dell’evidenza non spezza anche questa arcaica magia ancestrale.
Con ben tre nomination ai Razzie Award, ovvero l’annuale cerimonia che premia i peggiori contenuti formali dei film, tratto dal romanzo autobiografico dell’ex manager austriaca Ingeborg Day, in arte Elizabeth Mc Neil, che narrava la sua difficile relazione con un artista, 9 settimane e ½ è passato alla storia recente non solo per la celebre scena dello spogliarello della Basinger sulle note di una cover di You Can Leave Your Hat On, seguita da Joe Cocker, ma anche grazie ad essa per essere diventato un film di culto degli anni Ottanta, nonostante all’uscita, vietata ai minori di 17 anni non accompagnati, non fosse stato un successo al botteghino, arrivato invece a livello mondiale nella più riservata versione video.
Dopo nove settimane e mezzo si diventa un poco più disillusi, un poco più clementi.

L’immagine in evidenza proviene da: https://www.youtube.com/watch?v=71U2RmxfJG4