Riccardo Grozio
pubblicato 8 mesi fa in Letteratura

Fra sport e letteratura il fantasma nerazzurro di Vittorio Sereni

Fra sport e letteratura il fantasma nerazzurro di Vittorio Sereni

Incurante dell’inveterata disattenzione e del malcelato sospetto del mondo accademico, l’italianista Alberto Brambilla è impegnato da un trentennio con certosina e ponderata acribìa a dissodare il “terreno vergine” della filologia sportiva. Impresa tutt’altro che facile, ricca di insidie e tranelli, giacché scarno è il materiale critico, sommerso dalla sovrabbondante produzione giornalistica e celebrativa.

Dopo essersi dedicato agli scritti sportivi di un altro uomo di lettere luinese, Piero Chiara, nel volume Lo Zanzi, il Binda e altre storie su due ruote. Scritti sul ciclismo 1969-1985 (Nomos edizioni, 2013), Brambilla indirizza la sua attenzione su una delle più importanti figure del panorama culturale del Novecento italiano. Fra gli intellettuali del nostro paese, in genere assai schivi a sbandierare le proprie passioni sportive, coltivate spesso in privato e rese solo occasionalmente oggetto delle proprie opere, una lucente eccezione è costituita da Vittorio Sereni. Intellettuale poliedrico, poeta, traduttore, insegnante, ufficio stampa della Pirelli, poi direttore editoriale della Mondadori, Sereni non nascose mai la sua passione per l’Inter, fu abituale frequentatore di San Siro e coltivò un personalissimo culto per Giuseppe Meazza. Nel ciclismo fu tifoso di Fausto Coppi, pur considerando il suo conterraneo Alfredo Binda uno dei più grandi ciclisti di tutti i tempi.

Nel recente volume curato da Alberto Brambilla Il verde è sommerso in nerazzurri. Vittorio Sereni e lo sport: scritti 1947-1983 (Nomos Edizioni, 2020) il corpus poetico e narrativo dell’autore viene analizzato con riferimento allo sport, inteso in tutta la sua fecondità problematica: la prima parte del volume prende in esame i testi poetici, attraverso un approccio di filologia sportiva; la seconda introduce gli scritti in prosa che sono raccolti nel terzo segmento, costituito da dodici testi, alcuni dei quali dissepolti dalla rivista «Illustrazione Ticinese», che rappresentano, secondo le parole del curatore, «il vero cuore pulsante del volume».

Cominciamo con una poesia del 1935, annoverata con qualche variazione nella prima raccolta del poeta, Frontiera (1941), col titolo di Domenica sportiva.

Il verde è sommerso in nerazzurri.

Ma le zebre venute di Piemonte

sormontano riscosse a un hallalì

squillato dietro barriere di folla.

Ne fanno un reame bianconero.

La passione fiorisce fazzoletti

di colore sui petti delle donne.

Giro di meriggio canoro,

ti spezza un trillo estremo.

A porte chiuse sei silenzio d’echi

nella pioggia che tutto cancella.

Tutto il componimento ruota attorno a una partita di calcio, precisamente fra Ambrosiana Inter e Juventus, senza mai citare un calciatore, un’azione di gioco, neppure un goal, ma evocando piuttosto una serie di premesse, indizi, riflessi. Sul verde del campo sfavillano i cromatismi delle due squadre mentre, sugli spalti, definiti cavallerescamente come un reame, «la passione fiorisce» con l’esibizione da parte delle donne dei segni colorati della loro fede calcistica. L’epilogo del «meriggio canoro» è segnato da un «trillo estremo» che ratifica il momento dell’uscita dal gioco, vera e propria de-lusione, cui fa seguito una sensazione di vuoto esistenziale. Un sentimento che Vittorio Sereni descrive efficacemente nella prosa Il Fantasma Nerazzurro, pubblicata sulla rivista «Pirelli»nel 1964: «un senso amaro di vacuità e quasi di rimorso non appena le gradinate si svuotano e l’enorme catino ormai silenzioso è l’immagine stessa dello sperpero del tempo». In questo scritto Sereni analizza a fondo genesi, significato e modi d’essere della passione calcistica. Sulla scaturigine della sua fede interista confessa: «Ma io, nerazzurro da infiniti anni, lo sono diventato una volta per tutte e per anni infiniti ho continuato ad esserlo in un modo solo», mentre qualche riga dopo ribadisce: «…il fantasma nerazzurro che mi accompagna dai tempi in cui non avevo occhi che per il “Peppino Nazionale” – al secolo Giuseppe Meazza».

E quando gli chiedono come sia possibile che un uomo di cultura come lui si lasci coinvolgere così profondamente dal tifo, insinuando che si tratti di un vezzo snobistico, replica: «So di essere in buona fede rispondendo che queste sono malattie che si prendono da ragazzi: magari passano, e se non passano, com’è il mio caso, non c’è che da prenderne atto, davvero non è un problema e nemmeno una vergogna».

Il tifo per Sereni non è disgiunto dal gioco, né può essere liquidato tirando in ballo la psicanalisi o la sociologia. Il poeta, conscio dei mutamenti che nel corso degli anni interessano la società, la squadra e noi stessi, si rende conto che «a pensarci bene ho continuato per anni a sperare nell’avvento, tra le schiere dell’Inter, di un nuovo Meazza… Da solo lui era, come si dice, l’Inter». Una speranza che – salvo qualche momentanea infatuazione come quella per Benito Lorenzi, detto Veleno – non si è mai concretizzata. Più disincantato il poeta, confessa: «Viene dunque un giorno in cui, distolti per un momento gli occhi dal fantasma nerazzurro, verifichi in te il mutamento e l’evoluzione, il tempo degli assi è passato, per questo Meazza non ritorna, sei maturo anche tu, come spettatore, per la Coppa dei Campioni». L’Inter vincente di Helenio Herrera e Angelo Moratti non scalda il cuore del poeta, che non ha difficoltà ad affermare: «L’Inter di adesso non ha più niente della squadra “stramba” ed elegante di cui aveva fama una volta».

Cionondimeno Sereni, a conclusione dello scritto, offre un’interpretazione del vero significato del calcio, affermando: «non credo che esista un altro spettacolo sportivo capace, come questo, di offrire un riscontro alla varietà dell’esistenza, di specchiarla o piuttosto rappresentarla nei suoi andirivieni, nei suoi imprevisti, nei suoi rovesciamenti e contraccolpi; e persino nelle sue stasi e ripetizioni; al limite, nella sua monotonia. La passione che li accompagna muore nelle ceneri di un tardo pomeriggio domenicale ed a queste, di domenica in domenica, non si sa come, risorge».

A differenza di Saba, per il quale il calcio rappresenta prevalentemente un’occasione poetica ben presto tralasciata, e di Pier Paolo Pasolini, che accanto all’“infatuazione” per il Bologna e alle sue raffinatissime analisi semiologiche, è visceralmente interessato al calcio giocato, soprattutto in prima persona, Vittorio Sereni entra con sincerità e senza infingimenti nei misteri del tifo, traendone materia di creazione poetica e di riflessione critica.

di Riccardo Grozio