Maria Concetta Fontana
pubblicato 3 settimane fa in Recensioni

I testamenti

quando il potere delle parole fa crollare una dittatura

I testamenti

Secondo la Bibbia Dio ha dato vita all’universo grazie al potere generatore del logos. Anche l’uomo, il quale ha cercato spesso di immaginarsi come una divinità, si è appropriato di questa forza e così lungo il corso dei secoli ha “creato” sé stesso e coloro che lo circondavano, plasmandoli secondo la propria volontà tramite le parole e le narrazioni che da esse derivano.

Ma svolgere il ruolo di narratrici è un potere di cui per molto tempo le donne sono state private, costrette nella maggior parte dei casi a essere soltanto oggetti e non soggetti della narrazione, soltanto negli ultimi decenni hanno cominciato a diventare le artefici delle proprie storie.

Nel 1985 con Il racconto dell’ancella Margaret Atwood ha immaginato una società in cui la scrittura è nuovamente considerata un atto eversivo per il genere femminile, dal momento che l’unico imperativo è mettere al mondo dei bambini oppure fare in modo che le altre li facciano.

Con I Testamenti (Ponte alle Grazie, 2019), sequel di quel potentissimo romanzo, la scrittrice celebra ancora una volta il potere delle parole, tornando dopo quasi trentacinque anni a Gilead e raccontando cosa è accaduto in seguito agli eventi che nel frattempo sono stati narrati nella serie tv ispirata al suo libro.

Anche in questo caso la narrazione è in prima persona, ma se nel distopico degli anni Ottanta, era Difred/June l’unica narratrice, nel nuovo la realtà è filtrata attraverso tre figure molto diverse tra loro, zia Lydia e due ragazze, Agnes e Daisy, la prima cresciuta nella teocrazia gileadiana e l’altra in Canada.

Dal punto di vista narrativo le vicende servono a gettare luce sui meccanismi su cui si basa la dittatura patriarcale, in particolare mostrando più da vicino figure importanti come quelle delle Zie.

Guardare la realtà da prospettive diverse, anche da quella del malvagio, colui che si detesta per l’orrore di cui è stato capace, risulta sempre molto utile. Allontanare il male come se non facesse parte anche di noi è infatti un errore, perché non tutti sono nati mostri, alcuni lo sono diventati a causa delle circostanze o come nel caso di zia Lydia per sopravvivere. Ciò non significa perdonare o tentare di giustificare le loro deplorevoli azioni, ma serve a evidenziare come le persone possano trasformarsi in qualcosa che nemmeno loro immaginavano di diventare.

I Testamenti decide così di passare dal racconto della vittima, l’ancella Difred, a quello di un personaggio che è stato tra i primi sostenitori di Gilead. Non è un caso che i maggiori controllori delle donne siano altre donne, soltanto in questo modo infatti è consentito avere qualche potere, alleandosi con i carnefici invece che combatterli in una battaglia in cui si rischia di perdere. Le Zie, seppure soggette a un’autorità superiore maschile, detengono un ruolo di comando. A loro è affidato il delicato compito di convincere le donne dell’ineluttabilità del loro destino, sia con la forza della violenza che della persuasione psicologica, indottrinando ed educando alla sottomissione le ancelle e vigilando sulla condotta femminile. Queste matrone, inoltre, sono le depositarie degli archivi che contengono le genealogie e i segreti di Gilead, elementi in grado di dotarle di una grande possibilità di controllo.

È un fenomeno interessante da analizzare il potere che viene attribuito ad alcune figure femminili e il modo in cui quest’ultime si rendono complici, a volte tra le più strenue protettrici, delle società che le opprimono, accettando il compito di severe sorveglianti della norma. Per subordinare una categoria infatti non occorre semplicemente dominarla e opprimerla, ma è più efficace mostrarsi talvolta indulgenti, dare concessioni e soprattutto rendere partecipi di questo assoggettamento alcuni dei suoi membri. Le donne che a Gilead rivestono qualche forma di potere, tra cui le mogli e le zie appunto, rappresentano perfettamente coloro che invece che liberarsi delle proprie catene preferiscono cercare spazi di comando nell’ambito che è stato loro concesso, ma che veramente libere non potranno essere mai.

Tra i privilegi concessi alle Zie, inoltre, rivestono un ruolo molto importante la lettura e la scrittura, circostanza che permette nuovamente a Atwood di evidenziare lo straordinario potere delle parole.

Nel Racconto dell’ancella, la voce delle donne, come già accaduto in passato, non vale più, ma in un’occasione imprevista Difred riacquista questa forza attraverso lo Scarabeo, vecchio gioco da tavolo a cui il suo comandante la invita a partecipare. Quando la protagonista ottiene anche di riprendere una penna in mano per scrivere, in quel momento sente di tenere tra le mani un’arma.

Tale concessione, inoltre, le viene offerta durante un incontro in cui chiede a Waterford il significato della frase Nolite te bastardes carborundorum, incisa nell’armadio della propria camera dall’ancella che l’aveva preceduta con la funzione di monito per colei che sarebbe venuta dopo per sostituirla, un incitamento a non lasciarsi assuefare né uccidere da quella situazione, ma cercare di reagire sfruttando le possibilità offerte.

Una tale celebrazione della forza delle parole emerge anche nei Testamenti, in cui una delle protagoniste deve, da adolescente, imparare a leggere e scrivere, e intuisce tutto il potenziale di quello che sta apprendendo, affermando che se ciò «non dava tutte le risposte. Portava a nuove domande, e ad altre ancora».

Interrogarsi sulla realtà circostante, con il rischio di metterla in discussione, è il potere e allo stesso il pericolo rappresentato dalla lettura.

Le ragazze vengono cresciute dedicandosi ad attività considerate tipicamente femminili, tra cui il cucito. È interessante notare come la parola “trama”, che viene abitualmente utilizzata in ambito narrativo sia stata presa in prestito dal mondo tessile.

D’altronde cosa significa raccontare se non tessere pazientemente le fila della propria storia?

Ma nella teocrazia immaginata dalla Atwood le donne sono state nuovamente escluse dalla scrittura e così quando una delle narratrici dei Testamenti entra per la prima volta nella Biblioteca ha la sensazione di aver avuto in dono una «chiave d’oro: una chiave che avrebbe aperto una porta segreta dopo l’altra, svelando le ricchezze che si trovavano al di là». La presa di coscienza di questa perfetta figlia di Gilead, dunque, avviene proprio tramite la lettura.

Da piccola la giovane protagonista giocava con un casa di bambole che rispecchiava l’ordine della realtà circostante. Il ruolo che ciascuno deve recitare viene evidenziato anche dagli abiti, veri e propri costumi di un’enorme messa in scena, in cui ogni colore corrisponde a una parte ben precisa. Bianco, rosa, prugna sono i colori riservati alle bambine a seconda delle occasioni, prima di indossare il verde chiaro che indica le future spose che stanno per sbocciare. In questo modo la rigida gerarchia femminile si esprime anche visivamente con una divisione cromatica, che rappresenta il potere concesso alle donne all’interno di una società nella quale coloro che non possono avere figli, e non sono mogli di comandanti, possono ottenere una certa autorità soltanto trasformandosi in custodi della morale patriarcale.

Diventare quello che gli altri vogliono e non quello che si vuole è ciò che accade alle ragazze cresciute a Gilead. Nei Testamenti è avvenuto ciò a cui si faceva riferimento nel Racconto dell’ancella quando le Zie, consapevoli che per le ancelle era difficile accettare i cambiamenti, affermavano che per le ragazze che sarebbero venute dopo la situazione sarebbe stata diversa. I cuori si sarebbero rivelati più volenterosi ad accogliere il loro dovere, «non vorranno cose che non possono avere», si diceva. Anche se il vero motivo, sapeva Difred, era che a differenza loro le giovani non avrebbero avuto più ricordi da contrapporre alla realtà in cui si ritrovavano a vivere, per cui non avrebbero desiderato ciò che non sapevano nemmeno di poter avere.

Nella seconda stagione della serie tv tale circostanza era ben rappresentata dal personaggio di Eden, moglie di Nick, la quale mostrava i frutti dell’asservimento innanzitutto mentale di un’adolescente, che era ancora una bambina quando la Repubblica di Gilead aveva preso il controllo. La giovane è stata cresciuta secondo le sue leggi, interiorizzandole profondamente e non immaginando per sé un’altra vita da quella che la società si aspetta da lei, quella di moglie ubbidiente e brava madre, umile serva di Dio. La sua figura è particolarmente interessante perché dimostra come non occorre più utilizzare la forza e la violenza per convincere le donne, basta educarle in un certo modo, far credere che quello è il loro inevitabile destino, e allora molte ubbidiranno senza porsi domande. Gli insegnamenti e le convenzioni sociali hanno sempre avuto, e ancora lo hanno, un ruolo decisivo nel soggiogare il genere femminile.

A tal proposito è triste constatare che, se è vero che i bambini crescono con stereotipi di genere inculcati dalla società, il primo nucleo a fornire tali modelli è quello familiare, e al suo interno sono le donne quelle a cui è stato tradizionalmente affidato il compito di crescere i figli. Per cui paradossalmente sono proprio le madri le prime a contribuire allo sviluppo di una mentalità maschilista. Lo stesso avviene a Gilead con le Zie, sorta di madrine di tutte le donne, tra cui le bambine che lo diventeranno.

La lettura però si rivela un modo per emanciparsi da quella schiavitù mentale. La capacità delle parole di farsi carne e azione concreta, gettando il seme della ribellione, trova ulteriore conferma nei Testamenti, in cui alcuni documenti segreti in grado di minacciare dalle fondamenta la dittatura gileadiana, verranno affidati proprio a una donna.

Il sequeloffre così una prospettiva nuova sulla società creata dalla Atwood, ma risulta debole per quanto riguarda la storyline di Daisy, la ragazzina canadese, la quale risulta un personaggio abbastanza piatto, funzionale all’esaltazione di un girl power che però viene fin troppo urlato, risultando inoltre fuori contesto in certe situazioni.

A differenza del Racconto dell’ancella, che si basava essenzialmente sull’introspezione dei personaggi, I testamenti è un romanzo che punta più sull’azione, con risultati altalenanti, a volte abbastanza prevedibili. Viene a mancare quella profondità di analisi che invece aveva caratterizzato il libro precedente, ma soprattutto certi meccanismi, che prima erano lasciati all’intuito del lettore e che poi con la serie tv sono stati in parte anche svelati, vengono adesso resi fin troppo manifesti, privando così la storia del fascino dato dal non sapere cosa accadeva oltre lo sguardo limitato dell’ancella Difred. Tale eccessiva spiegazione finisce per banalizzare una narrazione che basava la propria forza proprio sull’angoscia suscitata dal non detto, con il risultato di renderla talvolta didascalica.

In definitiva, nonostante gli interessanti spunti di riflessione riguardo al ruolo delle donne complici come le Zie, al potere delle parole e all’introduzione di figure nuove come le Ragazze Perla, missionarie incaricate di fare proseliti in altri Paesi, I testamenti non possiede la potenza esplosiva del Racconto dell’ancella.

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