Alessandro Di Giacomo
pubblicato 5 mesi fa in Storia

Il camerata Samurai

la storia di Harukichi Shimoi

Il camerata Samurai

Fiume, 12 settembre 1919: Gabriele D’Annunzio, alla guida di 2600 uomini, occupa la città istriana e, polemicamente, ne proclama l’annessione al Regno d’Italia per vendicare la Vittoria Mutilata, frutto delle mancate concessioni territoriali alla conferenza di pace a Versailles, alla fine del primo conflitto mondiale. Al fianco del Vate siede, curiosamente, un uomo dalle chiare origini nipponiche: il suo nome è Harukichi Shimoi:e questa è la sua storia.

Harukichi Inoue (assumerà il cognome della moglie Shimoi solo dopo il matrimonio, nel 1907) nacque a Fukuoka il 20 ottobre del 1883 da una famiglia di antica tradizione Samurai e verrà educato, fin da bambino, con le norme del Bushidō: un codice di condotta, militare e morale, simile al concetto europeo di Cavalleria (o romano dei Mos Maiorum), adottato dalla nobiltà Samurai sin da tempi antichissimi.  

Studente modello, iniziò ad interessarsi alla letteratura straniera, in particolar modo a quella italiana e, una volta completati gli studi, riuscì a ottenere un visto per studiare e lavorare in Italia, grazie all’aiuto del Marchese Alessandro Guiccioli, Ambasciatore italiano in Giappone.                                                                             

Giunto in Italia, ormai trentaduenne, ottenne la cattedra di Giapponese all’Istituto Universitario Orientale di Napoli e si specializzò nello studio dei testi di Dante Alighieri e di alcuni poeti partenopei imparando, attraverso questa passione, il dialetto napoletano. Erano anni di grande sviluppo culturale e la figura di quel professore nipponico divenne, in brevissimo tempo, un personaggio  di spicco nel panorama universitario, apprezzato da colleghi e studenti. Ma uno spettro spaventoso incombeva sull’Europa e sull’Italia: poco dopo, infatti,alcuni colpi esplosi a Sarajevo fecero precipitare il mondo nella Grande Guerra.                                                                                                                                                                                               

Shimoi sentì di dover restituire qualcosa al paese che lo aveva accolto e ospitato con tanto affetto e, nonostante le drammatiche notizie che giungevano quotidianamente dal fronte, decise di arruolarsi volontario nel Regio Esercito Italiano; con la sua statura e il suo aspetto, più simile a uno studioso che ad un guerriero, fu assegnato allo Stato Maggiore per svolgere mansioni d’ufficio.                                                                                           

Ma un Samurai, figlio del Bushidō, non era adatto ad una scrivania: dopo pochi mesi, chiese al Generale Enrico Caviglia il trasferimento in Prima Linea. Il Generale, sorpreso e commosso da un simile gesto di eroismo, apprezzando il coraggio e la grande determinazione, decise di regalargli l’uniforme e lo assegnò ai corpi speciali.

Inizialmente, pensò di inviarlo alla Brigata Sassari che, sul campo, ottenne l’appellativo di Dimonios per la ferocia con cui combatteva, ma era composta unicamente da ausiliari sardi che non avrebbero accettato un soldato di qualsiasi altra regione tra le loro fila, figuriamoci un giapponese.                           

La scelta allora era univoca: gli Arditi! Un corpo di guerrieri, il cui motto era Vittoria o tutti accoppati!, dove solo i folli … o i figli del Bushidō potevano sentirsi a loro agio. Shimoi fu inizialmente accolto con diffidenza dai commilitoni ma, dopo la prima carica all’attacco delle posizioni Austro-Ungariche, ottenne il rispetto di tutti: il Samurai combatteva con le armi regolamentari ma, nel corpo a corpo, diventava un guerriero dei tempi antichi che univa l’abilità con l’arma bianca ai colpi dell’antica e nobile arte del Karatè con cui vinceva, in modo esteticamente impressionante, ogni scontro. Tra gli Arditi divenne un mito e iniziò ad alternare, nei giorni di riposo, l’insegnamento delle arti marziali a tutto il reggimento o la narrazione di storie e poesie giapponesi in perfetto dialetto napoletano.                                                                                                                                   

Fu al fronte, nei mesi finali della Guerra, che conobbe il poeta Gabriele D’Annunzio, quello che sarà uno dei suoi più cari amici. I due condividevano moltissimo: l’amore per la poesia, l’idea del poeta guerriero, il nazionalismo e, inoltre, così come Shimoi amava follemente l’Italia e la cultura italiana, D’Annunzio era, fin dalla giovane età, un amante dell’Impero del Sol Levante (moltissime Giapponeserie, come stoffe, porcellane, kimono e soprammobili, sono presenti nel Vittoriale degli Italiani, un imponente complesso monumentale a Gardone Riviera, eretto per volere dello stesso D’Annunzio negli anni successivi) a tal punto che alcuni raccontano, in merito al loro primo incontro, che il Vate, vedendo quel giapponese combattere con i colori dell’Italia, corse verso di lui e lo abbracciò fraternamente.                                                                

L’amicizia e la collaborazione con D’Annunzio portarono, nel 1920, all’organizzazione del Raid aereo Roma-Tokio, con il benestare dell’ambasciata giapponese di Roma, un successo (dopo 122 ore di volo effettivo, il pilota Arturo Ferrarin riuscì ad atterrare in Giappone) al quale però non parteciperanno per il loro coinvolgimento nell’impresa fiumana.    

Il 3 novembre del 1918, ad un giorno dalla fine del grande conflitto, il soldato Shimoi fu tra i primi ad entrare nella Trento liberata con la coccarda tricolore sul petto e, poco dopo il suo arrivo, si recò a visitare il monumento di Dante ove compose dei versi:

Mezzanotte era passata, venne la pioggia sottile sottile. Nel cielo oscuro il monumento sorgeva nero e altero. E sul marmo lucido del suo piedistallo si inginocchiò e si inchinò reverente, un piccolo giovane che è venuto dall’Estremo oriente, lasciando lontano i suoi cari, sfidando il mar tempestoso, guidato solo dalle divine parole del Poeta

Fedele al suo amico D’Annunzio, decise di seguirlo nell’impresa di Fiume nel settembre del 1919 e fu accolto con entusiasmo dai legionari del Vate che, in un discorso di benvenuto, introdusse ai suoi uomini quel suo fratello nipponico dicendo:                                                              

Da Fiume d’Italia, porta d’Oriente, salutiamo la luce dell’Oriente estremo .

Fu in questa occasione che il Vate definì Shimoi Camerata Samurai e, contro ogni aspettativa, fu proprio durante l’impresa fiumana che il samurai ebbe un ruolo strategico fondamentale: l’occupazione di Fiume infatti, già fortemente osteggiata da tutte le potenze europee vincitrici, non venne sostenuta dallo Stato liberale che, sotto la guida di Francesco Saverio Nitti, inviò l’esercito per creare un “cordone di sicurezza” intorno alla città e isolarla dal resto del paese. A guidare le truppe, fu posto il Generale Enrico Caviglia, vecchia conoscenza di Shimoi che, vedendo quel giapponese del quale stimava il coraggio con passaporto diplomatico (legato al visto dell’ambasciata, per il suo ruolo di professore a Napoli), lo fece entrare e uscire più volte dall’area della città, senza mai farlo perquisire. Shimoi, in realtà, portava nelle sue tasche delle lettere che D’Annunzio inviava all’allora Direttore de “Il Popolo d’Italia”, nonché capo dei Fasci di combattimento, Benito Mussolini del quale divenne amico e sostenitore. Il rapporto tra il futuro Duce e il Vate fu favorito da Shimoi che, nell’ottobre del 1922, partecipò addirittura alla Marcia su Roma e sposò totalmente l’ideale fascista.                                                                                                                                            Shimoi, infatti, vedeva nel fascismo alcuni dei principi del Bushidō e credeva che il movimento, da lui definito spirituale, non fosse altro che una conseguenza diretta dello spirito Risorgimentale positivo, poiché capace di rendere gli italiani un’unità con la loro patria. Mussolini era enormemente attratto dal poeta giapponese e decise di inviare un dono alla terra natia di quel suo sostenitore dell’Estremo Oriente: nel 1928, il Duce fece prelevare una colonna dai resti della casa di Pompeo al Foro Romano, e fece incidere su una lastra di marmo la scritta <<Allo spirito del Bushidō>>. Consegnò tutto a Shimoi e lo invitò a tornare in Giappone, per diffondere la cultura italiana nel mondo.                                                                                                                                                                                       

Tornato in patria, Shimoi mantenne la promessa fatta a Mussolini e, oltre a tradurre dall’italiano al giapponese moltissime opere, soprattutto del suo amico D’Annunzio, si prodigò per far costruire un tempio dedicato alla memoria di Dante Alighieri. Inoltre, attraverso seminari e conferenze, sostenne fortemente l’Italia Fascista, così come la Germania di Hitler, ritenendoli modelli molto simili al Giappone, auspicando la nascita di un’alleanza (non a caso Shimoi fu tra i primi a sostenere l’Asse Roma-Berlino-Tokio).                                                                                                                                                                             

Tornato in Italia, nel 1934, fece da interprete ufficiale per il Duce negli incontri con  Kanō Jigorō, il fondatore del Judo, le cui interviste, tradotte sempre da Shimoi, saranno di fondamentale impulso per la diffusione di questa disciplina in Italia e la nascita delle prime palestre specializzate che, ancora oggi, sono fucina di campioni di questa arte marziale.                                                                                                                                     

Si sa poco della vita di Shimoi durante il secondo conflitto mondiale ma, sorprendentemente, riapparve nel  dopoguerra, quando un giovane Indro Montanelli si recò in Giappone per alcuni reportage e si trovò di fronte Shimoi come interprete. I due strinsero un forte legame di amicizia ed è proprio grazie a Montanelli che ci sono giunte testimonianze importanti di alcuni dei tratti più nascosti della vita del Camerata Samurai e del suo rapporto con il Vate D’Annunzio:

Harukichi Shimoi è uno di quei giapponesi che gli altri giapponesi considerano di statura piccola. Tanto piccola che D’Annunzio, per abbracciarlo, dovette curvarsi (lui!) e, dopo essergli andato incontro gridando, con le braccia alzate: <Fratello!… Fratello mio!…> lo guardò, ci ripensò e aggiunse: <Sebbene non di sangue…>.

O vere e proprie descrizioni fisiche:

Quanti anni avrà, ora, Harukichi Shimoi? Forse cinquanta, forse centocinquanta. [ … ] per lui il problema dell’età non si pone. Quale che essa sia, egli la porta esattamente come deve averla portata mezzo secolo fa. Il suo corpo è stortignaccolo, ma diritto, e i suoi capelli son nerissimi. Ma il tratto che più lo caratterizza sono le sopracciglia, che madre natura gli ha piantato a mezza strada, come due ciuffi di foltissimo bosco, tra gli occhi e la chioma, in modo che, per quanto vasti i suoi occhiali, esse li sormontano e risucchiano come se fossero due monocoli

Il rapporto con Montanelli durò fino alla morte, avvenuta il primo dicembre del 1954, all’età di 71 anni.

Le Fonti

Libri:

F. Cordova, Arditi e legionari dannunziani, Padova, Marsilio, 1969

R. Hoffmann, The Fascist Effect: Japan and Italy, 1915–1952, Cornell University Press, 2015

Collegamenti esterni:

https://www.lastampa.it/2017/02/13/cultura/il-samurai-di-fiume-NLZ1X0scUsCDSnuLz8ViAK/pagina.html

Fonte dell’immagine.