Alice Figini
pubblicato 4 settimane fa in Letteratura

John Steinbeck: lo scrittore degli ultimi

John Steinbeck: lo scrittore degli ultimi

Nel 1962, a Stoccolma, ritirando il Premio Nobel per la Letteratura, John Steinbeck pronunciò queste parole: «In the end is the word, and the word is Man, and the word is with Man». Una chiara parafrasi del Vangelo di Giovanni che si potrebbe tradurre così: «Alla fine ecco la parola, e la parola è Uomo, e la parola è con l’Uomo».

Steinbeck non avrebbe potuto descrivere meglio la sua concezione di letteratura: quella plateale rivisitazione biblica celava il nocciolo più profondo della sua scrittura, il fine ultimo di un autore che ha sempre scritto per l’Uomo, soprattutto per tutelare l’umanità insita nell’uomo.

Del resto cos’è la Bibbia stessa se non una narrazione, un racconto, una storia millenaria? Anzi, il Libro dei Libri, scritto con l’intento di impartire agli uomini una morale e un insegnamento di vita. Tutte le religioni, di base, si fondano su una letteratura che ne promulga i valori: «In principio era il Verbo»; prima della Creazione stessa viene il Lógos, la parola, che ne è la causa primigenia.

Nelle opere di John Steinbeck il sottotesto biblico è sempre presente e rappresenta una chiave di lettura imprescindibile, come un filo rosso che lega tra loro trama, personaggi ed eventi. Non è certamente un caso che il titolo East of Eden (1952) rimandi alla mitica valle dell’Eden e alle vicende di Adamo ed Eva e dei loro figli, Caino e Abele; né che The Grapes of Wrath (1939) – tradotto in italiano con Furore, per una felice intuizione dell’editore Valentino Bompiani­ –  prenda spunto dai “Grappoli dell’Ira” narrati nell’Apocalisse, raccontando a tutti gli effetti la storia di un esodo, anche se non c’è nessuna fatidica Terra Promessa ad attendere i protagonisti al termine delle loro peripezie.

Malgrado i riferimenti sopracitati, la narrativa di Steinbeck non parla di religione né tantomeno di morale, anzi, al contrario: ci immerge nel peccato fino all’osso, parla di soprusi, violenze e ingiustizie compiute ai danni dei più deboli e – spesso – degli innocenti. Insomma, ci mostra senza veli il lato oscuro della vita, ci fa toccare con mano le sofferenze patite dagli ultimi, dagli emarginati.

Proprio in questa peculiare attenzione agli sfruttati emerge la forte spiritualità della scrittura di Steinbeck: l’attenzione stessa di Gesù non era forse rivolta ai reietti, agli esclusi, ai diseredati? L’amore per il prossimo, il celebre «avevo fame e mi avete dato da mangiare», sono insegnamenti biblici. In questo ideale risiedono la forza e la modernità dell’autore del “Grande romanzo americano”, che ha composto l’epica dei nostri giorni: le sue opere possono essere lette come un lungo poema in prosa ancora attuale, capace di raccontare la storia di oggi e quella di ieri. Perché non si può leggere nessun libro di Steinbeck senza cogliervi, raschiando il fondo della tragedia umana, un briciolo di speranza e di fiducia nell’agire dell’uomo. 

La genesi di alcuni dei romanzi più celebri dell’autore, come Uomini e topi (1937) e Furore (1939), è fortemente legata alla situazione economico-sociale dell’America travolta dalla Grande Depressione. Steinbeck trasse il materiale per i due romanzi da una serie di sette articoli scritti per il San Francisco News nel 1936, ora raccolti nell’antologia The Harvest Gypsies, arricchita dalle fotografie di Dorothea Lange.

In quegli articoli lo scrittore analizzava le dure condizioni dei braccianti agricoli del Midwest, costretti a migrare in California alla ricerca di lavoro. Poveri uomini condannati a vivere in uno stato disumano, che spesso si ammalavano di tifo o di pellagra a causa della fame e delle pessime condizioni igieniche, e accettavano lavori pagati pochi centesimi pur di tirare avanti e nutrire l’intera famiglia.

Nella paglia zuppa di fienili sgocciolanti, donne squassate dalla polmonite avevano messo al mondo figli. E certi vecchi si raggomitolavano in un angolo e morivano stecchiti così, tanto che i coroner non riuscivano a distenderli.

Da quello studio documentaristico sulle vicissitudini di un popolo in fuga, Steinbeck trovò l’ispirazione per narrare l’odissea della famiglia Joad, protagonista di Furore, e dei braccianti George e Lennie, in Uomini e topi. La componente realista è quindi preponderante – spesso le opere di Steinbeck sono state associate dalla critica ai capolavori del verismo italiano, primo tra tutti Il ciclo dei vinti di Verga – tuttavia negli scritti dell’autore americano c’è qualcosa in più; una spinta quasi vocazionale a farsi portavoce delle ingiustizie subite dagli ultimi; una chiarezza spietata nella scrittura che, semplice e diretta, colpisce come un fendente e riesce a muovere la pietà del lettore di ogni luogo e tempo.

John Steinbeck parla dei migranti americani degli anni ’30 ma in fondo parla anche di noi, di un’umanità spesso sottomessa dalla Storia, eppure mai sconfitta. Dà voce a chi abbandona la propria terra per un sogno o per la semplice speranza in un futuro migliore; agli esclusi, ai reietti, a coloro che sono messi ai margini da una società che quantifica in termini economici il valore delle persone; infine, dà voce al «popolo, alla gente che sopravvive a tutto» nonostante ogni sventura e cataclisma abbattutosi lungo il cammino.

Per tutti questi motivi i romanzi di John Steinbeck oggi possono essere letti in molti modi – come denuncia sociale, come preziosa testimonianza storica, come analisi acuta dei sentimenti e degli stati dell’animo umano; come storia di resilienza o di ricerca spirituale. La grande letteratura, del resto, si presta sempre a innumerevoli interpretazioni. Quel che è certo è che Steinbeck ha mostrato la possibilità della narrativa di agire direttamente e politicamente nella società.

Ne è un esempio Furore, romanzo scomodo che alla sua pubblicazione in Italia subì le pesanti limitazioni della censura fascista; fu il libro più venduto negli Stati Uniti del 1939 e persino dell’anno successivo. Furore si fece portavoce dello scontento sociale e della crisi generata dalla Grande Depressione; non si esagera dicendo che il libro ebbe un ruolo fondamentale nell’aprire la strada alla politica del New Deal voluta da Roosevelt. Ottant’anni dopo quello stesso romanzo figura nelle classifiche tra i più letti e amati in tutto il mondo, perché appare ancora rappresentativo della società attuale.

Furore racconta la Grande Depressione che travolse gli Stati Uniti nel 1929, così simile alla nostra crisi economica; racconta le tempeste di sabbia e la siccità, il cosiddetto Dust Bowl, così simile al nostro cambiamento climatico. E le violenze, i soprusi, le ingiustizie subite dai migranti di ieri, che non sono poi molto diversi dai migranti di oggi. Tutti questi elementi e le tematiche immortali che si intrecciano (quali le riflessioni sulla vita, la morte, la dignità dell’uomo) ne fanno un’opera monumentale in grado di sfiorare i canoni dell’epica; perché Furore è un libro che continuerà a parlare all’umanità in termini universali, proprio come i poemi di Omero.

Ciò che più di tutto ha valso alle opere di Steinbeck il riconoscimento di Great American Novel è la capacità di trasporre in esse un’autentica metafora della vita – è infatti mirabile l’abilità dell’autore di individuare gli inestricabili legami tra la condizione umana e i processi storici e sociali che si susseguono. In Furore questa dinamica si fa particolarmente evidente nell’alternanza speculare tra i capitoli narrativi, dedicati all’odissea della famiglia Joad, e altri brevi capitoli di carattere storico che invece analizzano in chiave generale le vicissitudini dei migranti.

Un altro punto cardine della narrativa di Steinbeck è costituito dal tema del peccato; nelle sue pagine emerge una relazione complicata e conflittuale con il cielo e l’aldilà. La religione, d’improvviso, non è più sufficiente a spiegare la vita: non può far fronte alla fame, alla dignità negata, alla brutalità compiuta dall’uomo contro l’uomo. Persino il termine “peccato” diventa una parola astratta, un semplice dogma religioso che appare privo di senso.

In Furore la voce di Steinbeck allora si confonde allora in quella di Casy, il predicatore redento che ha detto addio al proprio ruolo di guida e pastore. Un predicatore che ha perso le parole, che non è più in grado di aiutare gli uomini o di guidarli, eppure continua a interrogarsi sul senso stesso di un’esistenza che gli sfugge. Casy medita, pensa a lungo, la sua ricerca di spiritualità nel mondo è tanto ostinata quanto inevitabilmente destinata a essere delusa. Attraverso la voce di un predicatore che ha smesso di predicare abbiamo l’atroce e limpida visione di un cielo che è vuoto. In Furore i migranti infatti cessano di appellarsi a Dio; non pregano più, ma agiscono, ed è nei loro atti, più ancora che nelle parole, che rivelano gesti di matrice quasi divina, come quello compiuto da Rosasharn nella toccante conclusione del libro.

Il predicatore Casy è forse il primo a riporre la speranza di salvezza nell’uomo; una presa di posizione inusuale, che per certi versi ricorda il famoso discorso di Steinbeck «In the end is the word, and the word is Man».

Al diavolo tutto quanto! Non c’è nessun peccato e nessuna virtù. C’è solo quello che la gente fa. È tutto parte della stessa cosa. E certe cose che la gente fa sono belle, e altre invece non sono belle, ma questo è il massimo che qualsiasi uomo ha diritto di dire.

In queste e molte altre riflessioni i lettori continuano a riconoscersi; forse nella ricerca costante di una spiritualità che ha imparato a fare i conti con il vuoto del cielo, con il silenzio indifferente degli dei, e tuttavia si mantiene viva ed è ancora presente e pulsante nell’anima di ogni uomo. Il tema del peccato ritorna significativamente ne La valle dell’Eden (1952) attraverso le parole profetiche del servitore Lee: «La parola ebraica Timshel – tu puoi – implica una scelta. Potrebbe essere la parola più importante del mondo. Significa che la via è aperta. Rimette tutto all’uomo». Timshel, dunque: «Tu puoi dominare il peccato», dice Yahweh a Caino.

La parola ebraica «Timshel» è un elogio del libero arbitrio, e racchiude forse il più grande lascito della narrativa steinbeckiana. Ne La valle dell’Eden, saga familiare ambientata nella sua terra di origine, Salinas, Steinbeck inserisce una profonda riflessione sulle pulsioni estreme di bene e male che coabitano nell’uomo. Si tratta di uno scontro di stampo manicheista che coinvolge ben due generazioni familiari – gli Hamilton e i Trask –, e ciò che infine emerge è la capacità di discernimento che ci distingue in quanto esseri umani; la capacità di scegliere quale via intraprendere «Timshel, tu puoi…». Di queste stesse parole può aver fatto tesoro Tom Joad, eroe e protagonista indiscusso di Furore, quando si allontana a poche pagine dalla fine con l’intento di guidare la rivolta dei migranti. Non si sa cosa gli accadrà; se capeggerà la rivoluzione o sarà solo un’altra vittima invisibile. Ma Tom sceglie, decide di stare dalla parte della sua gente, degli ultimi.

E nell’imperitura dichiarazione di congedo di Tom, quando parla a Mà nel buio della caverna di rovi, possiamo avvertire un’eco del pensiero di John Steinbeck:

Perché io sarò sempre, nascosto e dappertutto. Sarò in tutti i posti, dappertutto dove ti giri a guardare. Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì. Dove c’è uno sbirro che picchia qualcuno, io sarò lì. Sarò negli urli di quelli che si ribellano, e sarò nelle risate dei bambini quando hanno fame e sanno che la ministra è pronta.

Il messaggio di Tom Joad riecheggia ancora forte nelle nostre anime: sono parole di denuncia, di protesta, di ribellione, e di profondo, indescrivibile amore verso un’umanità sempre in lotta per affermare il proprio diritto alla felicità e a un’esistenza dignitosa.

Nel 1962, a Stoccolma, a John Steinbeck fu assegnato il premio Nobel per la Letteratura con la seguente motivazione:

per le sue scritture realistiche ed immaginative, che hanno saputo unire l’umore sensibile alla percezione sociale acuta.

Settant’anni dopo i libri di Steinbeck raccontano qualcosa che ci riguarda da vicino e Tom Joad continua a vivere, figura paradigmatica di una crisi sociale ed economica tuttora in atto. Sentiamo l’eco della sua voce, che ancora urla in difesa di tutte le minoranze perseguitate. Le stesse identiche parole che ora risuonano immortali, come testimonia la bella ballata di Bruce Springsteen, The Ghost of Tom Joad (1995).

Ma, whenever ya see a cop beatin’ a guy
Wherever a hungry new born baby cries
Wherever there’s a fight against the blood and hatred in the air
Look for me Ma’
I’ll be there.

«Che uno non ha un’anima tutta sua» diceva Tom Joad «ma solo un pezzo di un’anima grande». Dobbiamo sperare che quell’anima continui a vivere attraverso le parole scritte-raccontate-cantate.

La parola è l’Uomo, e finché c’è parola-lógos l’umanità non sarà morta, non ancora.