Raffaella Seutiut
pubblicato 4 mesi fa in Recensioni

“La parabola dei ciechi” di Gert Hofmann

“La parabola dei ciechi” di Gert Hofmann

Forse sembriamo una famiglia, ma non lo siamo. Un giorno siamo sbucati, uno dopo l’altro, fuori dal bosco, e poiché nessuno aveva in mente qualcosa di preciso, abbiamo proseguito insieme, questo è quanto è successo. Da allora la gente pensa che siamo un tutt’uno.

La novella di Gert Hofmann, pubblicata di recente da Racconti edizioni, è il risultato di un connubio tra movimento e stasi; a partire dall’omonimo dipinto che ha ispirato questo racconto (di Pieter Bruegel il Vecchio, del 1568), lo scrittore e drammaturgo tedesco ha voluto pietrificare e immobilizzare la rappresentazione pittorica dell’artista olandese, l’imminente caduta, il seguito di ciechi ignari e incoscienti che si lasciano trasportare verso la loro tragedia perché non possiedono (o credono di non possedere) altre soluzioni a cui aggrapparsi.

La novella s’incentra sul noi, un plurale collettivo che potrebbe estendersi all’umanità intera, compreso il lettore: un noi che vive nell’assurdità dell’esistenza, nella mortificazione, nella resa ridicola delle nostre intenzioni, un noi cieco che si lascia guidare da un altro cieco che non sa dove andare né come fare. Lo stile della novella è leggero, talvolta pedante nella ripetizione a iosa di questo plurale che costella l’intera narrazione; esiste uno scopo, un fine, ma questo sembra allontanarsi man mano che i ciechi percorrono quelle strade, inciampano, cadono, scambiano un luogo per un altro, come se la loro stessa vita fosse un miraggio a cui è impossibile giungere. Questo gruppo di sei uomini viene descritto come un ammasso di disperazione, come inutili parassiti di cui ognuno si può prendere gioco: la dignità per loro non esiste, i corvi gliel’hanno strappata assieme alla vista, così come il potere di riscattarsi, di reagire agli inganni crudeli a cui sono sottoposti, ma che non sanno riconoscere. Sono uomini che vivono nella rassegnazione e nella consapevolezza di un destino già segnato, e che probabilmente verranno abbandonati a loro stessi, perché considerati pesanti fardelli e oggetti di continui scherni da parte di tutti.

Hofmann ci racconta come questi ciechi siano dei fenomeni circensi, pur non volendolo essere, e di come la loro esistenza sia ridicola di per sé: non esiste un’individualità tra di loro, perché tutti vivono nella stessa condizione, tutti sentono le stesse cose, ed esiste soltanto un noi, un unico grande corpo collettivo, un’unica cavità oculare vuota. La loro condizione illusoria diventa maggiore quando questo gruppo di ciechi viene chiamato da un tale Chi-bussa, perché un certo pittore chiede di loro per potere essere soggetti del suo dipinto: l’utilità finalmente fa capolino, hanno uno scopo per continuare a ridicolizzarsi e preservare quel minimo d’illusoria dignità. Nella loro fantasia il quadro sarà magnifico, nonostante non si spieghino il perché il pittore voglia proprio loro, perché abbia deciso di ritrarre degli esseri così menomati e logori. Il quadro, come idea ed entità, rappresenterà la fotografia della loro condizione: pietrificati nell’atto della caduta, assieme alle loro espressioni e alle loro movenze, il pittore vorrà immobilizzare quell’attimo incosciente, in cui i ciechi cadono e cadono senza sosta. Essi sono paralizzati nel tempo, in una caduta perpetua, così come lo sono i loro abiti, le loro esperienze, il loro noi, ogni qualvolta che uno sguardo si poserà sull’opera.

E abbiamo la sensazione che qui, dove noi adesso urliamo e dove deve esserci anche lo stagno, abbia fine una regione del mondo, si trasformi in un’altra. E su questo confine stiamo noi, rivolti verso l’altra regione, e dentro questo paesaggio immaginato da tutti noi insieme e separatamente urliamo con le bocche spalancate, che tutti coloro che hanno occhi per vedere possono studiare su di noi.

L’assenza della vista accompagna però anche l’assenza della Parola: col passare del tempo i ciechi, non vedendo più cosa li circonda, dimenticano i significanti che designano la materia. Non rimembrando più neanche le parole non esisterà più nulla, non ci sarà più niente per loro. La trasposizione linguistica associata all’immagine è un elemento che loro non posseggono, e altro non resta che figurarsi nell’immaginazione ciò che credono un segno linguistico possa voler rappresentare. Estinti questi, però, la loro esistenza su cosa di baserà?

Non sapranno più dare un nome alle cose che sentono, alle cose che toccano, perché non sapranno più se quanto c’è dietro la parola esiste ancora, e se esiste, come presupporlo. Questa considerazione, a mio avviso, offre una piega tragica alla novella: privi dello sguardo e della consapevolezza dei significanti (e dei significati), cosa ci rimane? Come potremmo vivere nel mondo senza poterci esprimere in alcun modo, senza sapere se le cose esistono ancora o se si sono estinte con noi?

In fondo, a ben vedere, la condizione esistenziale di questi ciechi non è circoscritta soltanto al loro insieme compromesso, bensì anche a chi è spettatore di questa parata surreale, che in qualche modo si sente protetto, al sicuro, perché ancora convinto di possedere gli strumenti necessari per poter stare al mondo. Perché, nonostante tutto, è proprio la forza di questo noi, ribadito come se fosse un mantra proprio per voler sottolineare la collettività di questa condizione drammatica, che riesce a sancire un legame molto stretto tra il lettore e i ciechi descritti nella novella: non vi è differenza alcuna, nessun muro divisorio, e nessuna condizione che impedisce a tutti di vivere la tragicità della propria esistenza, in qualsiasi forma essa si manifesti.

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