Gianmarco Canestrari
pubblicato 3 anni fa in Letteratura

La poetica dell’esistenza

Walt Whitman

La poetica dell’esistenza

Io celebro me stesso, io canto me stesso, e ciò
che io suppongo devi anche tu supporlo perché ogni atomo
che mi appartiene è come appartenesse anche a te. (W. Whitman, Leaves of Grass – Song of Myself, 1)

È il 1855 quando il trentaseienne Walt Whitman pubblica la prima edizione di Foglie d’erba, il capolavoro di una vita. Denominata la bibbia della democrazia americana, l’opera, che ebbe ben otto edizioni, si presenta come una grande enciclopedia vivente di poesie inerenti gli aspetti più intimi dell’esistenza umana. Grandi e traumatiche sono le vicende che attraversano tutta l’opera whitmanniana: dalla morte dei genitori, allo scoppio della guerra di secessione americana, all’uccisione di Abraham Lincoln, per arrivare all’accusa, che lo accompagnerà per tutta la vita, di essere omosessuale. Walt Whitman non era un uomo di grande cultura, anche se lesse molte opere sia letterarie che storiche nel corso della sua vita, e a cui affiancava sempre la lettura, non sempre letterale ma anzi mediata culturalmente, di passi biblici che si richiamavano il più delle volte allo spirito che animava la sua America e che facevano risvegliare in lui l’esprit patriottico. Così infatti leggiamo in Sguardo retrospettivo:
Più tardi, a intervalli, estate e autunno, ero solito andarmene per settimane di fila in campagna, o sulle spiagge di Long Island e fu là, tra le influenze dell’aria aperta che lessi l’Antico Testamento e il Nuovo Testamento, e assorbii (probabilmente in condizioni migliori che non in una biblioteca – il posto dove si legge ha una tale importanza) Shakespeare, Ossian, le migliori traduzioni che io potei procurarmi di Omero, Eschilo, Sofocle, le vecchie saghe tedesche dei Nibelunghi, gli antichi poemi dell’India, e due o tre altri capolavori, tra i quali Dante. M’accadde di leggere la maggior parte di quest’ultimo autore in un antico bosco. L’Iliade (nella traduzione in prosa di Buckley) la lessi per la prima volta integralmente sulla penisola d’Oriente, all’estremità nord-est di London Island, in un’insenatura di rocce e sabbia, con il mare tutto in giro. (Mi sono chiesto in seguito come fu che non mi sentii schiacciato da quei formidabili maestri. Probabilmente perché li lessi, come ho testé narrato, alla presenza della libera Natura, sotto il sole, davanti ad una visione illimitata d’infinite prospettive e alle onde del mare, che mi lambivano i piedi!).
dbdbndnbQuello che colpiva il giovane Whitman alla lettura dei classici era la loro forza, la loro capacità di essere incisivi, diretti al cuore, al senso stesso delle cose; il segreto del fascino dell’Autore verso i classici sta nel fatto che egli non si stancava mai di leggerli e rileggerli (ogni rilettura per lui era come la prima volta), ma anche il fatto che s’immedesimava talmente tanto nei personaggi, nelle trame e nel flusso della narrazione, che rimanevano nella sua mente come punti fermi, come ricordi bellissimi impressi nella parte più intima di sé, immagini stampate nella sua memoria e nel suo inconscio. Tale era il sentimento che attraversava l’animo di Whitman che potremmo affiancarli la celebre definizione che Calvino dà dei classici: un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire (Italo Calvino, Perché leggere i classici, Oscar Mondadori, Milano 1995) . Agli occhi del nostro Autore ogni libro costituiva infatti una miniera da cui trarre sempre materiale nuovo e prezioso, era qualcosa attraverso cui si poteva indagare il mondo circostante, scoprendone i lati più segreti e particolari. Il libro era l’ “armatura” di cui si muniva quando si sentiva solo, indifeso, sconsolato di fronte al divenire del mondo, ma era anche lo strumento per affrontare il quotidiano, fatto non solo di solitudine ma anche di gioie e di situazioni uniche e irripetibili, afferrabili grazie alle intuizioni che suscitava la lettura dei libri. D’altra parte i libri erano l’unica arma che si aveva per combattere le ingiustizie e le convenzioni della società tradizionale, così chiusa e retrograda, agli occhi del poeta, che bisognava trarre un rimedio forte ed efficace per portare aria di rinnovamento e rivoluzione nella quotidianità: bisognava scuotere le coscienze, fare da terremoto per spazzare via ciò che impediva il progresso e la crescita dei valori, della bellezza e della verità. E cosa meglio dei libri poteva assumersi tale responsabilità: la lettura fa viaggiare, porta in posti nuovi, mai abitati dalla civiltà e dall’arretratezza delle convenzioni sociali, a posti esotici che rinfrancano l’anima e aiutano il poeta-cittadino deluso a una pace interiore che è espressione del desiderio celato di realizzare quell’Utopia di cui aveva letto e si era innamorato. Non dobbiamo prendere Whitman per un nostalgico, per uno che si chiude in sé e nella sua individualità, per un outsider: egli era solo la voce di chi si ribellava contro una società che era essa stessa chiusa e limitata (non il poeta che si apriva al cambiamento e alla novità), contro dei valori e delle scelte di vita che non corrispondevano all’ideale e alla personalità così complessa e così variegata come era il poeta-filosofo. Ci si stupisce sempre di più se si pensa che Whitman aveva alla base una scarsa cultura e preparazione, ma da tale bassezza riuscì, senza l’aiuto di nessun maestro, ad innalzarsi al di sopra della cultura piatta e vuota del suo tempo: con la sua vita, il suo stile e le sue concezioni riuscì ad esprimere in modo eccezionalmente semplice, spontaneo e diretto tutta la sua concezione della vita e dell’esistenza, al vertice del quale poneva sempre la fiducia nella bellezza, profondità e spiritualità della natura umana. La personalità di Walt Whitman è molto variegata e difficile da inquadrare poiché lo si può leggere e interpretare da molti punti di vita: chi lo vede come l’outsider e il cinico americano per eccellenza, che rifiuta la società in cui vive e cerca,con mezzi e modi intransigenti, di portare un messaggio nuovo e trasgressivo nella società in cui vive; c’è poi la visione del rivoluzionario-amante, che lo vede nelle vesti dell’americano amante della sua patria, che cerca di riportare i valori puri ed essenziali a una società ormai corrotta e sorda di fronte ai tempi che cambiano; infine vi è la linea che vede Whitman protagonista della cultura e della storia patriottica americana, all’interno della quale si delinea come l’autodidatta, il poeta-studioso che vede e sa interpretare con occhi sempre nuovi le trasformazioni della società del suo tempo. Certo è che Whitman rappresenta con un carattere pantagruelico il poeta che si nutre e si rafforza sempre più al contatto con la cultura e con la storia dell’intero genere umano di cui è parte integrante, e che con i suoi versi riesce a dar vita a un’esaltazione dell’esistenza umana in tutti i suoi aspetti. Potremmo affermare che la poetica di Whitman è quella di un uomo amante di sé, della propria personalità, ma allo stesso tempo egli ama tutta l’umanità, la Vita nella sua totalità: lui riesce nelle sue poesie ad essere sé stesso ma anche essere il Genere umano intero, la tromba che annuncia l’Uomo e la sua gioiosa volontà di esistere ed essere uomo tra gli uomini. La gioia dell’esistenza si accompagna alla visione dell’eccezionalità e del carattere nobile di ogni cosa che l’uomo può sperimentare e vivere ogni giorno. Le cose che la vita ci mette di fronte, che siano buone o cattive, sono il segno della bellezza del viaggio che l’uomo conduce sulla terra, e Whitman con la sua poesia cerca di far assurgere importanza anche alle cose più insignificanti della vita. La sua è insomma una poetica che inneggia alla vita e alla bellezza delle sue forme, in cui il poeta ha il messianico ruolo di percorrere la via della vita con serenità, gioia, contentezza di poter ascoltare, vivere e vedere quanto di bello ha da offrirci questa misera ma profonda esperienza terrena. Egli è il cantore della vita nel senso pieno della parola, è colui che annuncia ai suoi concittadini che là fuori c’è un’esistenza da costruire e da vivere nel segno della diversità e della democrazia.
Vieni, renderò il continente indissolubile,
creerò la più splendida razza su cui il sole abbia mai brillato,
creerò divine terre magnetiche,
con l’amore dei compagni,
con il diuturno amore dei compagni.

Pianterà la fratellanza, folta come gli alberi lungo tutti i fiumi dell’America, e lungo le sponde dei grandi laghi, e su tutte le praterie,
renderò inseparabili le città con le braccia l’una al collo dell’altra,
con l’amore dei compagni,
con il virile amore dei compagni.

Per te questi da parte mia, democrazia, per servirti, mia donna!
Per te, per te faccio vibrare questi canti. (W. Whitman, For You, o Democracy, in Calamus.)

 

È proprio in tale poesia che Whitman mostra più di tutti la sua ambivalenza che contrassegna la sua eccezionalità ed unicità nel panorama letterario non solo americano ma mondiale: egli si mostra sia come il grande cantore dell’umanità, dei grandi temi etici e valoriali, delle emozioni passionali che coinvolgono l’intera persona; dall’altro mostra il carattere elegiaco delle sue poesie, volte a disegnare il piccolo mondo quotidiano, intimo, personale che tocca le sfere più nascoste dell’anima. È forse questo che fa di Whitman uno dei più grandi poeti dell’Ottocento, la cui influenza arriverà fino in Europa attraverso la sua innovativa poesia segnata dal verso libero, il quale rispecchia la sua complessa personalità. Egli infatti si sentiva parte del mondo e del cosmo intero, libero dalle convenzioni e dalle catene della tradizione: lui è il nuovo messia che annuncia all’America la sua rinascita e la sua rivincita; egli coglie il desiderio innato e nascosto di ogni uomo, riesce a penetrare nei cuori dei suoi lettori e concittadini, gridando, un po’ come il pazzo della Gaia scienza, che la vita è bella e vale la pena di essere vissuta, guardandola con gli occhi di chi riesce a scrutare in essa i segni dell’eternità e dell’immortalità.

Il più piccolo germoglio dimostra che non c’è morte in realtà;| E che se mai ci fosse porterebbe verso la vita, e non l’aspetta alla fine per fermarla| E che è cessata nell’attimo in cui la vita è apparsa.| …| Tutto progredisce e si espande, niente crolla,| E morire è diverso da quel che ciascuno abbia mai creduto, e più felice.