Marco Miglionico
pubblicato 9 mesi fa in Letteratura \ Recensioni

Meglio sole che nuvole

Leggere Ovidio a Miami

Meglio sole che nuvole

«Si diventa ciò che si era destinati a essere; si diventa ciò che si è realmente.
Non volevi essere di pietra? O di vetro, o di cromo?»

 

Il romanzo, recentemente pubblicato in Italia da NNEditore, di Jane Alison Meglio sole che nuvole (orig. Nine island, trad. it. a cura di Laura Noulian) è un intarsio molto originale di codici linguistici e di riflessioni. Se all’apparenza, leggendo le prime pagine, si resta folgorati da questo modo di narrare una storia, procedendo nella lettura si intuisce invece l’inutilità della storia singolare. Alison infatti compone, attraverso le vicende di J (donna di mezz’età, che alle sue spalle lascia insepolte relazioni finite e che è destinata a una fuga perenne), un dramma comune e a volte banale. Chiunque altro, che è ovviamente identico a J, potrebbe aver fatto simili esperienze nella propria vita, imparando che è un errore non è mai un errore, se da quello si è in grado di far seguire sviluppi edificanti. Ciò che anima J è invece il continuo rimando a Ovidio, l’autore di cui la protagonista sta curando una riscrittura delle celebri Metamorfosi.

La centralità del tema del tradurre è sempre evidente. È chiara nel modo che J ha di vivere, nel modo che ha di camminare, di misurare i suoi passi, di contare ogni cosa con una certa ossessività. J infatti vive una vita rigida, geometricamente compresa (e compressa) in una serie di argini, di angoli retti sempre uguali. È questa la posa del traduttore – dice in postfazione Noulian – che poco si muove sul piano fisico così come tanto spazia, invece, nella dimensione astratta del pensiero. Che a dare significato all’attività della traduzione sia poi un testo quale quello delle Metamorfosi è ancora più importante. Il testo ovidiano, per quanto manchi di una precisa collocazione fra i generi della letteratura classica, è incardinato su un perno solido: le esperienze amorose. I miti riportati da Ovidio hanno sempre, infatti, come centro di tutto l’esperienza amorosa nelle sue varie sfaccettature: l’amore coniugale, l’amore libertino, l’amore ingiusto, l’amore casto. Altrettante facce del prisma che è amore sono ben evidenti nei tanti volti che hanno avuto gli amori di J in passato. Ognuno è riavvicinato nella narrazione attraverso ricordi o analessi, ma ciascuno viene citato con soprannomi che significano altrettanti ruoli avuti nella vita di lei.
Sono le esperienze di amore, gli errori che l’uomo fa per amore, a determinare le trasformazioni, diventando – in altre forme – ciò che si era destinati a essere. Questa è d’altra parte la visione strutturalista, che buona parte della scuola sovietica diede delle Metamorfosi. Senza però scomodare le categorie della critica letteraria, è pur vero che la concezione del mondo che Alison fa propria è certamente stata appresa dalla lezione di Ovidio, che a sua volta riscriveva motivi cari a Lucrezio: tutto si trasforma, si altera, ma rimangono nelle cose i semi di ciò che erano e di ciò che saranno destinate a essere. Meglio sole che nuvole ricorda un po’, senza che la tragedia si faccia distopica, il film The Lobster di Yorgos Lanthimos, in cui gli uomini e le donne che non sanno amare sono destinati a trasformarsi in animali e ciascuno deve perciò scegliere preventivamente il suo animale rappresentativo, ma deve anche impegnarsi ad amare davvero e a fare, a tutti i costi, esperienza di amore.
Uno dei tratti distintivi del linguaggio di Alison è l’abilità nell’uso di un linguaggio cosiddetto affettivo, in cui predominano gli impulsi alogici e tutto sembra mutare, trasformarsi in altre forme appunto, con una velocità che spesso non è semplice assecondare al passo del lettore. E per chi non voglia perdersi il riferimento resta sempre Ovidio. Nell’ultima pagine, J si rivolge direttamente all’autore latino: «Ovidio, sei ancora qui? Mi piace pensare di vedere i tuoi occhi. Mi piace pensare di udire la tua voce. Sento le tue frasi che nuotano dentro di me, i tuoi personaggi […] L’idea che le tue parole possano essere morte, che il passato non sia sempre il presente. Ma prova a dire questo alla sabbia, al mare». Un Ovidio che, agli occhi di un classicista di formazione, non è soltanto l’autore delle Metamorfosi, ma anche quello dei Tristia o delle Epistulae ex Ponto, scritti durante l’esilio. Anche J è lontana e si sente straniera in una terra non sua, dove tutto sembra diverso e dove tutto asseconda ritmi e linguaggi che non avverte come propri, tranne l’amore che prenderà – in una fase diversa della sua vita – nuove forme, vincendo l’impulso alla rinuncia ad amare che assilla J nelle prime pagine del romanzo.

 

 

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