Culturificio
pubblicato 2 settimane fa in Recensioni

Prigione: un canto di fede e libertà

il libro-denuncia di Emmy Hennings

Prigione: un canto di fede e libertà

Una storia vera scritta nel primo Novecento ancora in grado di sconcertare il lettore odierno: ogni parola è necessaria al ricordo, ogni riga testimonianza viva di cui si percepisce l’estrema autenticità nonostante il tempo trascorso. Gefängnis (Prigione) è un romanzo autobiografico pubblicato in Germania nel 1919 e finora inedito in Italia; ai tempi della sua prima pubblicazione fu accolto dalla critica tedesca come un atto di denuncia contro l’inumanità del carcere. Il giornalista Erich Reiß all’epoca scrisse: «Questo non è un libro, è un grido d’allarme». Oggi, a esattamente cento anni di distanza, abbiamo l’opportunità di leggere in lingua italiana il romanzo-memoir di Emmy Hennings (grazie alla traduzione di Marco Federici Solari per L’Orma editore) e di lasciarci conquistare da una storia e da un’autrice uniche.

Queste pagine ci consegnano la voce di una donna eccentrica e in anticipo sul proprio tempo: Emmy, la stella del Cabaret Voltaire, che animò assieme al marito Hugo Ball il nascente movimento Dada a Zurigo. Ballerina, cantante, poetessa, «stella di notti e poesie», Hennings incarnava il perfetto prototipo dell’artista bohèmien, dipendente dall’alcol e della morfina. La sua vita fu segnata dai problemi finanziari che la costrinsero a un eterno vagare alla ricerca di denaro e stabilità. Conobbe tutti i principali intellettuali dell’epoca, tra i quali spicca il nome di Hermann Hesse che elogiò il suo libro d’esordio definendolo «un miracolo»; il celebre scrittore garantì sempre supporto a e lei e al marito Hugo, donando infine a entrambi una degna sepoltura in terra Svizzera. Emmy, la «senza patria» come lei stessa usava definirsi, era l’unico membro femminile del Cabaret Voltaire, ed ebbe un ruolo fondamentale nella fondazione della corrente Dadaista; tuttavia la sua personalità rimase sempre adombrata da quella del marito, eletto a autentico genio. Relegata ingiustamente nell’immagine di attricetta demi-monde, Emmy non ebbe mai la possibilità di far emergere pienamente il suo talento: si racconta che avesse una voce sottile, per niente fatale, ma una personalità fortissima. Qualcuno all’epoca la definì «una mistica». Nei suoi ultimi anni, dopo la morte di Hugo Ball, Hennings si dedicò esclusivamente al culto della religione cattolica – la fede le permise di ricomporre i cocci di un’esistenza dissoluta – e alla sua produzione letteraria. Questo periodo di riflessione profonda e ripiegamento interiore le permise di dar luce a Prigione, il libro-memoir che narra la sua esperienza in carcere.

Si tratta di un’opera singolare, che suscitò forti reazioni nell’opinione pubblica dell’epoca e ancora turba il lettore con la descrizione del devastante senso di isolamento provato dall’uomo in condizioni di cattività. La narrazione inizialmente si mantiene su un tono leggero e svagato, rivelandoci molto a proposito del carattere dell’autrice e del suo modo di affrontare la vita; ma non tarda a rivelare anche la profondità di riflessioni su temi universali, quali la fede, la giustizia, l’amore. Emmy si consegna spontaneamente ai gendarmi, scegliendo di espiare la propria colpa, che nel corso della narrazione non verrà mai ammessa esplicitamente, ma solo accennata; e vive così un’esperienza che la cambierà per sempre. Durante la lettura si perde la concezione del tempo trascorso dall’autrice tra le mura del carcere; si tratta di una temporalità dilatata all’infinito, in quei lunghi giorni destinati a non finire mai, a cui fanno seguito altrettante lunghe notti in cui resta altro da fare se non sognare di «essere fuori», Emmy precipita nel proprio inferno personale. Un inferno terrestre in cui i condannati hanno volti umani, come quello di Therese che lavora a maglia l’intera giornata per garantire una vita migliore alla figlia; oppure quello di Marie, la cuoca ingiustamente condannata, che si è ustionata un piede nella speranza di evitare la reclusione. Sono personaggi chiassosi, dai modi rozzi e il lessico sgrammaticato, dai desideri tenaci e disperatamente umani.

«Non dimenticarmi», è la preghiera di ogni detenuto a chi vive in libertà. Il significato del romanzo, infine, si può ritrovare in queste parole. Emmy scrivendo restituisce dignità e innocenza a tutti coloro che tra quelle mura l’hanno perduta. Ci parla dei reclusi, dei reietti, di persone che non hanno altra colpa se non quella di essere povere e, facendolo, innalza uno sconfinato inno alla pietà umana.

La giustizia. Io la chiamo “l’amore freddo”.

L’amore che si accalora è egoista e di parte.

L’amore che viene dall’alto, l’amore giusto, è freddo.

Al senso di sradicamento si accompagna la scoperta rivelatrice della fede: uno dei momenti più lirici dell’intera narrazione è l’epifania data dalla messa di Natale. La religione diventa quindi una risposta conciliatrice, un’idea pacificante, si stende come un balsamo su un mondo governato dalla crudeltà su cui domina l’ingiustizia. Un albero di Natale sfavilla, i bambini cantano in coro ed Emmy giunge alla solenne constatazione:

Finché potrò vedere un altro essere umano oltre a me non crollerò. Il prossimo. Ecco quel che mi sorregge; quel che non smetterà mai di spingermi a vivere.

Le memorie dal carcere si convertono così inaspettatamente in un manifesto di solidarietà: lo sguardo della narratrice restituisce umanità alle altre detenute, l’amicizia rinvigorisce i loro spiriti, e le unisce in un richiamo inesausto d’affetto che si manifesta persino nelle condizioni di isolamento più estreme attraverso dei colpi battuti sul muro. Sono proprio quei colpi, continui, incessanti, che si alimentano in risposta l’uno all’altro a mostrare l’immensità di un amore in grado di varcare ogni limite:

È il rullo di tamburi della solidarietà. Tutti i detenuti sanno di cosa si tratta. 

Intanto lo spettro della guerra aleggia tra le pagine, come un pericolo imminente: lo dimostrano gli stivali robusti, perfettamente lucidati, del secondino che si prepara alla chiamata alle armi; oppure l’eco di chiacchiere sentite all’esterno sul fidanzato della sorvegliante partito per il fronte.  La guerra mondiale è percepita dalle detenute come l’eco lontana di un mondo a cui ormai non appartengono più, tuttavia questo non impedisce loro di avvertirne la minaccia. La voce di Emmy continua a raccontare fluida, rapida, talvolta irriverente; a tratti sembra un grido, a tratti un singhiozzo. Ma la scrittura di Hennings è fortissima e lucida nello sferrare il proprio atto di accusa:

Le mura sono state costruite da mani impietose che dovevano sapere quel che facevano. E per questo non potrò mai perdonarle. Le sbarre fissate alle numerose finestre sono la perfetta realizzazione di un’idea ignobile.

I confini tra innocenza e colpa si ribaltano, rivaleggiano tra loro, si confondono: all’interno del carcere più nessuno è reo e nessuno è innocente. Hennings rivela tutta l’atrocità di una giustizia impietosa che non tiene conto della morale, anzi la denigra. Nelle pagine centrali Emmy fa accenno alla sua colpa –un reato di prostituzione – e in poche righe memorabili che sembrano la profezia del MeToo contemporaneo ribalta la sentenza:

Perché non puniscono anche lui per i rapporti che ha avuto con me? Questa parzialità mi fa disperare.

Molte delle prigioniere sono state vittime di uomini che le hanno impunemente usate e poi fatte rinchiudere; la voce di Emmy sembra aprire uno squarcio, mostrare il lato nascosto delle cose, rivelarne gli insidiosi retroscena:

La corte di giustizia è composta da maschi e condannare le donne costa meno sforzo.

È lei, da dietro le sbarre, ad apporre la propria condanna a quel mondo che l’ha reclusa.

Emmy Hennings appare in queste pagine come un’antesignana del femminismo, ma soprattutto come una donna libera, nello spirito. Niente e nessuno, neppure le miserie e le ristrettezze di una cella, riescono a minare la sconfinata libertà della sua mente. Sarà la ricchezza del suo mondo interiore a salvarla dall’incubo dell’isolamento, permettendole di ignorare la limitazione data dalle sbarre. Lei fissa ostinata attraverso lo spioncino, l’unico foro oscurato rivolto al mondo esterno, e lo dipinge con i colori della sua fantasia:

Guardo in questo minuscolo buco nero, guardo il nulla, non smetto e penso: con il tempo costringerò alla vita questo nero nulla.

Il vero capolavoro di Hennings consiste nell’essere riuscita a tramandarci un inno alle possibilità, ai miracoli insiti nell’esistenza e nel cuore umano, dall’esperienza più atroce che chiunque potrebbe sperimentare. Dal buio di una cella è riuscita a partorire parole piene d’amore e di speranza.

Forse proprio nell’urgenza di esprimersi in una simbiosi perfetta tra arte e vita, Emmy ha incarnato l’anima del movimento Dada. Lei è stata pienamente il suo personaggio, interpretando la propria parte fino alla fine, trasformando la sua stessa esistenza in un’intera performance artistica.

Articolo a cura di Alice Figini

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