Edoardo Angrilli
pubblicato 4 mesi fa in Recensioni

Primo fuoco

Primo fuoco

ma il maggiore tra di voi sia per voi servitore (Matteo 23, 11)

Si apre con questa citazione la recente pubblicazione di Eleonora Nitti Capone, classe 1998, alla sua terza pubblicazione; e se la giovanissima poetessa sceglie queste parole per far deflagrare il suo Primo fuoco (Musicaos, 2019) non è certo per sfoggio di erudizione, ma per calcolata acribia e sapiente sguardo d’insieme.

È forse la versione in greco, che trascrive in grafia originale, a suggerire il pieno valore semantico del brano: diàkonos si legge, che è appunto servitore, ma che si storicizza nella figura del ministro di culto, nel religioso di ordine minore. Sarà allora da leggere questa silloge come una ricerca spirituale, come una mistica della parola, che non soltanto si limita a domandare – come si legge nella postfazione di Luciano Pagano – ma che si fa servizio, sacerdozio del verbo poetico.

«Salgo sul monte verso la prima stella, la stella parla ed io porto la parola. Sono testimone, e lo sono perché essa me lo chiede, ed essa me lo chiede per voi», si legge poco dopo, come se la scrittura fosse un dettato altro, un’estasi nel senso etimologico, che si concretizza nelle cinquantaquattro poesie che compongono la raccolta.

Concretizzano, diciamo, perché l’immaginario di Nitti Capone parla sì una “lingua di fuoco”, ma anche delle montagne, del mare e degli odori del Salento, la sua terra, vera protagonista della raccolta.

Tu che sei mare scuro mi possiedi

nelle onde larghe ti sento potente

nelle onde larghe ti sento cattivo

e sei antico

in ogni guizzo del pesce che ti passa

in ogni gesto dell’uomo che ti passa

Devi guardare il mare, sempre

per conoscere l’onda che viene

e prendere la posizione

che asseconda e addolcisce la botta.

La fusione quasi panica, contemplativa, tra il dato naturale e l’elemento biografico sembra suggerire un superamento di ruoli, una visione intima e dialogica del mondo, che grida oggi più che mai la sua evidente necessità.

La poetessa non parla, pertanto, il linguaggio dell’astrazione, bensì si fa araldo – o novella Prometeo, a dire dal titolo – di una visione ecosofica delle cose, di un mondo che reclama la sua fattualità.

Ecco dunque la frase gnomica, la sapienzialità di una poesia che ri-crea il mondo, che lo ri-afferma tramite una parola che, come abbiamo detto, si è re-incarnata:

Se Dio non fosse Dio

e il cielo fosse solo il tetto della terra

e l’anima soltanto un nome pieno di bugia

non ci sarebbe bello e brutto tempo

l’uccello non avrebbe nulla da cantare

ed io non ti amerei come sappiamo.

Le occorrenze pronominali si infittiscono nella raccolta e al “tu” del dialogo amoroso si sovrappone spesso un “Lui” o un “voi”, producendo una parziale confusione strutturale, che tuttavia conferisce paradossalmente un valore acquisito, andando a sfumare ulteriormente i labili confini tra privato e pubblico, tra intimo e universale. È come spiare da un pertugio, o sbirciare sotto le gonne, come aprire un diario personale; c’è qualcosa che resiste, che parla ma tace.

Con questa raccolta, dunque, Eleonora Nitti Capone ci offre il coraggio della spontaneità, una poesia che arde di passione e che si alimenta persino delle ingenuità dei suoi vent’anni, una poesia che, in mezzo all’anonimato di molte pubblicazioni, abbacina come un’alba infuocata.

Mi venne incontro l’alba a seno nudo

io la presi e non sapevo di aspettarla

fu la prima gioia immensa della vita

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