Anita Orfini
pubblicato 1 anno fa in L'angolo russo

“Proteggi le mie parole”

per la vostra e la nostra libertà*

“Proteggi le mie parole”

Mi sono guardato attorno e la mia anima è stata straziata dalle sofferenze del genere umano. Ho volto lo sguardo dentro me e ho compreso: le disgrazie dell’uomo provengono dall’uomo.

Aleskandr Radiščev, Viaggio da Pietroburgo a Mosca

A un anno di distanza dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, cerchiamo di fare il punto sulla situazione delle proteste. Nell’arco di questi trecentosessantacinque giorni molti si sono domandati perché i cittadini russi non si siano ribellati all’attacco criminoso del Cremlino verso una nazione sorella. I russi sono davvero così passivi come certa stampa li dipinge? Chi ama la patria e vuole lavorare per il bene collettivo c’è ma contrastare l’autocrazia putiniana non è così semplice. Sono anni che la gente viene mandata in carcere per futili motivi, abbiamo visto che solamente esporre un cartello con cinque asterischi al posto delle parole net vojne (no alla guerra) può fare aprire le porte di una prigione.

Secondo il sito russo indipendente OVD-Info sono circa 19.535 le persone attualmente detenute per aver espresso posizioni contro la guerra dal 24 febbraio 2022. È di poche settimane fa la notizia della condanna a otto anni di reclusione per il giornalista ed ex deputato Aleksandr Nevzorov (che ora non si trova in Russia) per aver diffuso notizie false su quella che il Cremlino definisce “operazione speciale” ma che alcuni, come Il’ja Jašin – altro politico condannato agli stessi anni –, chiamano con il vero nome: guerra. Per questo “reato” è stato addirittura introdotto un nuovo articolo nel codice penale russo: il 207.3 ovvero ’Diffusione pubblica di informazioni deliberatamente false sull’uso delle Forze Armate della Federazione Russa’. Un “reato” entro il quale far rientrare qualsiasi accusa, e che costituisce la prosecuzione di quel regime di repressione nei confronti della società civile iniziato negli anni Duemila.

 È questa la situazione fotografata da Proteggi le mie parole a cura di Sergej Bondarenko di Memorial International e Giulia de Florio di Memorial Italia (edizioni e/o 2022, traduzione collettanea di E. Castelli, L. Doplicher, A. Fruxi, A. Gullotta, S. Polidoro, F. Stefanelli, C. Zonghetti). Una raccolta di quella che in russo si chiama poslednee slovo (ultima parola) ovvero un discorso di autodifesa che l’imputato nei processi politici ha la possibilità di pronunciare e che rappresenta l’unico spazio in cui può emergere la verità. Paradossalmente, è all’interno di un’aula di tribunale il solo momento in cui si può parlare da persone libere.

L’associazione Memorial nasce nel 1989 dall’esigenza di aiutare la società civile a dare voce al trauma delle repressioni e del gulag, a fare i conti con quella verità che lo Stato sovietico metteva a tacere. I fondatori, tra cui il futuro Premio Nobel per la pace Andrej Sacharov, avevano come scopo quello di restituire dignità alle vittime del terrore di Stato, vittime che erano sempre state viste solo come un numero. Memorial voleva denunciare chi quelle vite le aveva non solo spezzate ma anche cancellate (con tutta la loro storia) e portare l’attenzione sui carnefici. Un’associazione come Memorial rappresenta un pericolo per lo Stato russo che fonda il proprio potere sulla paura (ricordiamoci che l’attuale presidente è un ex agente del KGB) perché non può permettere che i propri cittadini siano smossi dalla natura eversiva di quella memoria che deve invece essere rimossa o piegata ai dettami della propaganda. È proprio per questo che la Corte Suprema Russa ha fatto cessare le attività dell’associazione per violazione delle leggi sugli agenti stranieri. E, nonostante i riconoscimenti internazionali di Memorial con l’assegnazione del Premio Nobel per la pace nel 2022, le autorità russe hanno invitato il direttore di Memorial Jan Rachinskij a non ritirare il premio.

Il volume Proteggi le mie parole riunisce venticinque discorsi pronunciati dall’agosto del 2017 a quello del 2022. Le voci sono le più disparate: studenti come Armen Aramjan, Alla Gutnikova, Volodja Metelkin e Nataša Tyškevič della redazione della rivista studentesca DOXA che si era prima opposta all’arresto di Aleksej Naval’nyj e poi aveva manifestato contro la guerra

Per molti l’espulsione da scuola o dall’università comporta la chiamata alle armi, cosa che i questo frangente spaventa moltissimo. Dunque il nostro pubblico di ventenni ha trovato sul suo cammino il ministero degli Interni. E noi abbiamo indicato ai ventenni che una via d’uscita c’è, che le alternative esistono: dal volontariato ad altro. Il punto non è avere manifestato in piazza, ma avere allargato lo spettro delle opportunità pestando i piedi a chi vuole che questa generazione abbia paura o si avvii a morire senza un fiato (DOXA).

Altre voci presenti sono quelle di Naval’nyj stesso o di Saša Skočilenko, l’artista che ha “osato” sostituire i cartellini dei prezzi nei supermercati con messaggi contro la guerra. Non mancano poi i discorsi delle Pussy Riot Ljusja Štejn e Marija Alëchina, simbolo delle proteste antiputiniane (ricordiamo quella del 2012 nella Cattedrale di Cristo Salvatore contro la rielezione di Putin). E se già solamente le condanne nei confronti di queste persone che hanno espresso la loro opinione possono sembrare assurde, l’ultima dichiarazione di Nikita Uvarov ha dell’incredibile. Lo studente è stato accusato di aver affisso dei volantini a sostegno dell’anarchico Azat Miftachov sulla sede dell’FSB e di aver replicato la sede della stessa su Minecraft per farla saltare in aria. Al momento dell’arresto, Miftachov aveva appena quattordici anni e ne sconterà cinque presso un riformatorio. Da questi discorsi emerge tutto il carattere repressivo del Cremlino che si concretizza nella privazione della libertà di manifestazione o di parola

Almeno questo è quel che dicono: nel nostro paese c’è la democrazia. Ma è una democrazia un po’ strana. In un paese democratico non si arrestano le persone per un ‘like’ su internet, non si ferma la gente per strada per metterla dietro le sbarre. Ogni anno il numero dei nostri doveri aumenta, mentre quello dei diritti diminuisce (Ojub Titiev, difensore dei diritti umani ceceno arrestato per detenzione di sostanze stupefacenti in realtà piazzate dalla polizia stessa nella sua automobile);

 o in pene decisamente sproporzionate per le azioni effettivamente commesse

se le leggi venissero davvero rispettate, un caso simile non sarebbe mai arrivato in aula: non ci piove (Vjačeslav Egorov, attivista condannato per l’organizzazione di manifestazioni contro la discarica di Kolomna).

Si delinea inoltre il metodo che lo Stato adotta contro i propri cittadini, rei di contestare un regime che nega le loro libertà. Spesso gli imputati sostengono che le accuse, le prove e le dichiarazioni raccolte nei loro confronti sono completamente false

durante le udienze abbiamo visto adulti che calunniavano senza pudore, gente che mentiva sapendo quali sarebbero state le conseguenze. Gente consapevole del fatto che alle loro parole era appesa la vita di altre persone. Ma che ciò nonostante continuava a mentire. Anche con i miei occhi addosso (Il’ja Šakurskij, attivista arrestato perché, secondo l’FSB, fa parte dell’organizzazione terroristica Set’).

È il caso dello storico Jurij Dmitriev su cui grava una tremenda e assurda accusa di pedopornografia dietro alla quale è celata la sua punizione per aver condannato pubblicamente il Cremlino per l’annessione della Crimea e la situazione nel Donbass.

Come sostiene il registra Kirill Serebrennikov, accusato di aver sottratto illegalmente fondi statali, siamo di fronte a una banalità del male che fa distogliere lo sguardo dalla realtà dei fatti distorcendo la verità per giustificare quelle azioni nei confronti di cittadini che per il potere non valgono nulla:

Gli incapaci trovano sempre le scuse migliori per la propria inettitudine, e le ripetono come pappagalli: ‘così ci è stato detto di fare’, ‘questi sono gli ordini’, ‘non lo abbiamo deciso noi’, ‘sapete come funziona…’. La banalità del male in versione russa è tutta qui (Kirill Serebrennikov, regista arrestato per aver sottratto 133 milioni di rubli per il suo progetto Platforma. Una perizia successiva mostra come, in realtà, il progetto abbia fatto risparmiare soldi sulla cifra stanziata).

Questo volume rappresenta dunque non soltanto, come la definisce Marcello Florio nella prefazione, una “geografia della resistenza” ma anche la testimonianza di un Paese che cerca di lottare contro un potere che lo vuole sottomesso ai suoi voleri.


*25 agosto 1968: otto dissidenti (Larisa Bogoraz, Konstantin Babickij, Vadim Delaunaj, Vladimir Dremljuga, Pavel Litvinov, Viktor Fainberg, Tat’jana Baeva e Natal’ja Gorbanevskaja) manifestano sulla piazza Rossa contro l’entrata dei carri armati sovietici a Praga. Uno degli striscioni che espongono recita “Per la vostra e la nostra libertà”.