Susanna Ralaima
pubblicato 5 mesi fa in Letteratura \ Recensioni

Una storia nella Storia

"L'attentato di Sarajevo" di Georges Perec

Una storia nella Storia

All’inizio del mese di marzo Nottetempo ha pubblicato per la prima volta in traduzione italiana L’attentato di Sarajevo, il romanzo d’esordio di Georges Perec, eccezionale scrittore francese, famoso soprattutto per i suoi capolavori Le cose (Einaudi), La vita, istruzioni per l’uso (BUR), La scomparsa (Guida), oltre che per la sua partecipazione all’OuLiPo.

L’attentato di Sarajevo, prima prova narrativa di questo eclettico autore scritta a soli ventuno anni, è anche il primo volume della casa editrice ad uscire nella nuova veste grafica, stabilita dall’art director Dario Zannier.

Il titolo del libro evoca immediatamente nel lettore uno degli episodi più celebri della storia contemporanea: il 28 giugno del 1914 l’arciduca erede al trono Francesco Ferdinando viene ucciso a Sarajevo, insieme alla moglie Sofia, da Gavrilo Princip. Il gesto, compiuto dal nazionalista membro della Mlada Bosna, porta l’Austria-Ungheria a dichiarare guerra alla Serbia, configurandosi di fatto come casus belli della Prima Guerra Mondiale.

Perec riprende questo avvenimento della storia con la lettera maiuscola, esplicitando il suo obiettivo di sconfessare alcune delle letture che sono state date a posteriori all’attentato. A questo intento apparentemente inquisitivo, l’autore affianca la descrizione di una storia in piccolo, riguardante gente semplice e comune.

Narratore e protagonista del racconto parallelo è infatti un ragazzo francese, legato inizialmente da una sincera amicizia, per sua stessa confessione, a un personaggio sui generis, Branko. Questi è un professore straniero giunto a Parigi per motivi di ricerca, dotato di una fervida intelligenza e modi sgarbati, ambizione e sicurezza. Sentendo Branko parlare un giorno della sua amante Mila, il giovane francese, affascinato da ogni aspetto della vita del suo amico, si innamora perdutamente della donna come fosse un novello Jaufré Rudel.

Avevo voglia di conoscerla, già la desideravo, come se il solo fatto che lei si trovasse a Parigi bastasse a darmi dei diritti su di lei, malgrado Branko. Ma quel desiderio era ancora troppo vago per essere una speranza, perciò mi innervosiva profondamente. Volevo dar corpo al mio sogno. Oppure rifiutarlo (p. 21)

Tutta la storia si presenta quindi come una vera e propria quête del protagonista, determinato a conquistare l’amata oggetto del suo desiderio: decide inizialmente di avvicinarsi a lei, cercando di opporre all’amore più burbero e turbolento di Branko, un’amicizia fatta di carezze e parole sussurrate, timide presenze e piacevoli silenzi.

Cercavo dunque un pretesto. Mentre ascoltavo distrattamente Mila decantarmi i meriti e le bellezze della città, immaginavo un certo numero di stratagemmi per dare alla conversazione una piega meno vaga. Del tipo: “Mila, ti ho mentito, ti ho sempre mentito, non sono mai stato tuo amico, dal primo giorno in cui ti ho vista ecc.” oppure: “Ti ricordi la prima serata che abbiamo passato insieme alla Bûcherie? Ho capito allora che ci univa qualcosa di più della semplice amicizia ecc. (p. 42)

Il rapporto tra i due, osteggiato dalla presenza ingombrante di Branko, si dipana tra Parigi, Belgrado e Sarajevo, in un triangolo geografico che rispecchia perfettamente quello sentimentale dei tre personaggi.

Come già René Girard per L’eterno marito, sembra opportuno per questo rapporto servirsi di Proust, che nella Prisonnière, quinto volume della monumentale Recherche, scrive: «Se sapessimo analizzare meglio i nostri amori, ci sarebbe dato vedere che spesso le donne ci piacciono solo per il contrappeso degli uomini ai quali le dobbiamo contendere, benché soffriamo mortalmente di doverle contendere loro».

Nell’ambiguità del rapporto tra il narratore e Branko, legati pertanto da un desiderio continuamente mediato e da una rivalità che nasconde un altro tipo di aspirazioni, la storia prosegue tra attese (che sembrano anticipare quello che scriverà poi Barthes in uno dei capitoli più belli di Frammenti di un discorso amoroso), sbronze e passeggiate esplorative per le città, mentre nel flusso di coscienza dell’io narrante si intravede talvolta l’oscuro desiderio di diventare un fantasma, proprio dello studente venticinquenne di Un uomo che dorme.

La narrazione delle due storie, la cronaca analitica dell’attentato di Sarajevo da un lato e il racconto delle relazioni amorose dall’altro, procede su binari apparentemente paralleli (tecnica che in nuce anticipa in modo molto più lineare quanto Perec porterà all’ennesima potenza nel bellissimo W o il ricordo d’infanzia, ripubblicato recentemente da Einaudi) ma che si rivelano, nel finale aperto, profondamente collegati.

L’attentato di Sarajevo, creduto perduto per anni e pubblicato in Francia solamente nel 2016, è stato tramandato da due fonti: un dattiloscritto, conservato all’Institut Mémoires de l’Édition Contemporaine, e un esemplare in fotocopia riportato da una coppia di inglesi; decisamente interessante e funzionale la scelta di Nottetempo di riportare in un font differente i paragrafi presenti in un testimone ed espunti nell’altro, o di indicare in nota le varianti possibili, valutate nei vari luoghi da Perec stesso.

Questa attenzione all’aspetto filologico dell’opera e l’ottima traduzione di Angelo Molica Franco permettono di apprezzare maggiormente un testo che, pur non avendo lo stesso pregio delle prove mature di Perec, si presenta come un tassello fondamentale da leggere e rileggere, per poter osservare lo sviluppo della scrittura di un grandissimo e indimenticabile autore.

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