«Êtes-vous de ce monde, mon cher Balzac?»
Balzac, Émile e Delphine de Girardin e l’invenzione del romanzo a puntate
C’è stato un momento in cui Balzac non era ancora Balzac, ma soltanto un giovane ostinatamente ambizioso che, per esordire, cercava spazio tra editori, riviste e tipografi. È in questa fase incerta che incontra Émile de Girardin, destinato a diventare uno dei protagonisti della stampa moderna. Guardandoli oggi, però, la sproporzione è evidente: Balzac domina la scena, mentre Girardin resta ai margini della memoria letteraria, come accade spesso a chi lavora, come editore, dietro le quinte della letteratura.
Il primo incontro tra i due è Girardin stesso a ricordarlo, anni dopo, in una lettera ad Armand Baschet. Nel 1829 Balzac, ancora poco noto, gli viene presentato da un libraio. L’aspirante scrittore coglie l’occasione per affidargli El Verdugo, che Girardin pubblica su «La Mode», segnando così il suo primo vero ingresso nel mondo delle riviste: un circuito nuovo, dove la letteratura comincia a misurarsi con la periodicità e con un pubblico più vasto e meno esclusivo di quello dei libri.
Il 1829 non è un anno qualsiasi: segna, come ammetterà lo stesso Balzac nelle lettere, il suo «ritorno definitivo alla letteratura» (vol. i, xxxviii ). Girardin, appena ventitreenne e già intraprendente direttore di «La Mode», ne intuisce il potenziale e inizia a far pubblicare articoli ed estratti delle sue opere su diverse riviste.
La prima lettera conservata tra i due risale al gennaio 1830, quando entrambi erano agli albori delle loro carriere. Dai toni ancora leggermente formali, la prima lettera la invia Émile al «très cher Monsieur» Balzac, con le bozze da correggere di El Verdugo (vol. i, 291). È l’inizio di una collaborazione che presto diventerà un rapporto complesso e tutt’altro che pacifico.
Già dal 1831, il legame tra i due si estende anche alla sfera privata. Balzac figura tra i testimoni all’atto con cui l’editore cambia cognome. L’ambizioso Émile, figlio adulterino del conte Alexandre de Girardin, alla nascita aveva preso il cognome materno; ma già a vent’anni, dopo aver pubblicato il romanzo autobiografico Émile (1827), aveva intuito quanto un cognome nobile potesse dare più prestigio alla sua firma. Rivendicare il cognome paterno diventa un passo decisivo nella costruzione della sua identità pubblica.
Nel suo progetto di reinventarsi Émile non trascura nulla, nemmeno il matrimonio. Delphine Gay, poetessa brillante e figura centrale della Parigi letteraria, rappresenta un’occasione d’oro: sposarla significa consolidare la propria ascesa nella società francese e legittimare l’eredità biologica. Il matrimonio viene celebrato il primo giugno 1831 e Balzac è ovviamente tra gli invitati.
Nasce così il salotto di casa de Girardin, uno dei più esclusivi della Parigi letteraria. Qui Delphine si rivela indispensabile nel creare le giuste situazioni e contesti riunendo i nomi più illustri della Parigi letteraria, da Hugo a Dumas, da Gautier a George Sand. Delphine ne è il fulcro, la regista impeccabile e talvolta autoproclamata «musa della patria» (Reclus 66). Il salotto di casa de Girardin diventa una piccola officina di reputazioni, dove si forma un pubblico, si orientano gusti e si prepara il terreno per una letteratura sempre più legata alla stampa.
Balzac è ovviamente di casa, affascinato dalla padrona, che definisce “Delphine divine”. Con lei instaura un legame di affetto sincero, mentre con Émile i rapporti oscillano tra collaborazione e conflitto. Nello stesso 1831, nonostante gli sforzi di Delphine, emergono i primi attriti tra i due uomini. Balzac inizia a viaggiare sempre di più e, in un’epoca in cui la comunicazione vive di lettere, questo basta a rendere ogni scambio – e ogni scadenza – un problema. In una lettera del 26 ottobre 1831, Émile gli scrive: «Siete partito, siete ancora di questo mondo, mio caro Balzac?» (vol. i, 418).
La corrispondenza poi presenta un vuoto di circa due anni e mezzo. Un silenzio che, oltre le lettere perse, si può spiegare almeno in parte con due fatti certi: l’epidemia di colera con le numerose quarantene e il fitto scambio di lettere tra Delphine e Balzac. Discorrono di salute, di letteratura, di mode del momento, e Delphine non manca mai di aggiungere, puntuale, i saluti del marito.
Passata la fase critica dell’epidemia, però, anche lei inizia a fargli notare la latitanza: «Sono secoli che non vi si vede» (518), «Siete a Parigi e noi non lo sappiamo, o mostro! Per riparare ai vostri torti, venite ancora a incantarci» (527), «Ah! Siete a Parigi! e non venite a trovarmi. Questo è abominevole» (802).
Tono e sentimenti cambiano quando si tratta di Émile. Nel 1833 la frattura diventa insanabile a causa di una questione di diritti sugli articoli che scatena l’ira dello scrittore. In gioco c’è il controllo sulla circolazione dei testi, su chi possa ripubblicarli, venderli, farli vivere altrove, mostrando il nuovo potere dei giornali sulla narrativa. In una lettera a Madame Hanska, Balzac le confessa: «Sto per litigare, forse perfino battermi, con É. de Girardin; ma, per fortuna, ecco una società che non rivedrò più e che non volevo più vedere» (Balzac, Lettres à Madame Hanska, 145). Irrequieto, scrive una lettera provocatoria – e malauguratamente introvabile – all’editore.
La risposta di Émile, datata ai primi di marzo del 1834, è lunga, polemica, lucidissima e tutt’altro che conciliante. Girardin respinge ogni accusa, rivendica con decisione i diritti della «Mode» sugli articoli ripubblicati da Balzac e si dice pronto, se necessario, a portare la questione davanti a un giudice. Non mette in discussione il valore delle «idee piene d’oro» (944) di Balzac ma prende le distanze da ogni retorica sentimentalista: non crede nelle amicizie «che fanno i conti», ma ammette che proprio il non aver mai posto limiti può essere il modo più rapido per perdere un amico. Rifiuta l’idea di abusare del passato in nome di presunti torti subiti e chiude riaffermando la propria linea di condotta, senza vanità né concessioni: in letteratura, come in amore, non intende forzare nessuno.
Dopo questa lunga lettera, la corrispondenza tra Balzac e Girardin si interrompe per circa due anni. A parlare resta Delphine, che mantiene un filo sottile tra i due uomini e riprende per prima lo scambio dopo la querelle: «Ho lasciato quindici giorni alla vostra collera; ora che dovreste essere tornato a sangue freddo, vi dichiaro che trovo la vostra lite assurda. Émile e voi non avete il buon senso in comune: basta così; torniamo a essere buoni amici e non perdete, per questo broncio, le belle giornate che potremmo trascorrere ridendo insieme» (948).
Cosa ne pensa Balzac? Ne scrive, circa un mese dopo, in una lettera: «Su questa faccenda, […] il mio giudizio è irrevocabile, poiché non si tratta né di un litigio né di una disputa: è un giudizio. Mi sono imposto di non andare più a casa del signor Girardin e, allo stesso modo, se dovessi incontrarlo, per me sarà come un estraneo. […] Non sarò mai né ostile né favorevole al signor Girardin; non lo accuserò né lo difenderò. Tutto mi sarà indifferente, tranne ciò che potrà causarvi dolore o piacere» (955-956).
“Delphine divine”, però, non si arrende. È convinta di poter, pian piano, riallacciare i rapporti tra i due uomini, chiedendo addirittura che lui le faccia visita nei momenti in cui il marito è assente. Balzac è irremovibile e anche lei inizia a perdere le speranze.
È il 1835, dopo un intero anno di rancoroso silenzio, in un momento di bisogno, Balzac rompe il silenzio chiedendole aiuto. Lei risponde subito, con ironia: «…Quanto a voi, signore, […] non vi concederò il diritto di riavvicinarvi se non quando avrò trovato qualcuno che vi ricondurrà da me, che mi riconcilierà con voi. Émile sostiene che non siete più in rotta, che gli avete teso una mano amica, dice infine che questo nono tentativo sarà fortunato. Dunque… lo rischio!» (1182).
Da questo momento, i rapporti tra i Girardin e Balzac iniziano a ricomporsi. A marzo 1836 Balzac è invitato a cena a casa loro per una serata importante: Delphine legge alcuni estratti del suo romanzo La Canne de M. de Balzac. Tra gli ospiti ci sono anche Hugo, Dumas e Lamartine.
Quello è l’anno giusto per riallacciare i vecchi rapporti. Émile ha appena fondato un nuovo quotidiano, «La Presse», il cui primo numero esce a luglio. Il nome di Balzac è ormai troppo celebre perché non si pensi di legarlo alla redazione del giornale appena nato. I contatti vanno a buon fine e, nello stesso anno della sua fondazione, «La Presse» ospita una scena di vita di provincia: La Vieille Fille. Émile, in una lettera del primo ottobre, chiarisce subito che per lui i vecchi rancori sono superati e si dimostra professionale e amichevole allo stesso tempo, incalzandolo così: «Mio caro musone, ho consegnato al miglior tipografo di Parigi il vostro manoscritto di La Vieille Fille. […] Voi sapete, mio caro Balzac, che la nostra rottura non ha neppure per un istante distrutto in me l’antico affetto che ci legava. Ci siamo adirati per una lettera e una risposta, entrambe prive di senso. Che questa che ora vi scrivo ci riavvicini: lo desidero vivamente. Vi sono, mio caro Balzac, sinceramente legato, e credo di avervelo già dimostrato» (vol. ii, 122-123).
È proprio con «La Presse» che Girardin ha la grande intuizione: invece di pubblicare semplici estratti, pubblicherà il romanzo interamente, dividendolo in puntate. Nasce così il feuilleton, una formula che segnerà profondamente la letteratura ottocentesca cambiando il modo di leggere narrativa e il rapporto tra scrittori e lettori. I testi di Balzac escono prima sul giornale e solo in seguito diventano libri, raggiungendo un pubblico molto più ampio. L’idea è semplice e rivoluzionaria insieme: con un abbonamento di quaranta franchi l’anno si può leggere un quotidiano, seguire un romanzo giorno dopo giorno, sentirsi parte di una storia in corso. A rendere possibile tutto questo è anche un’altra intuizione di Girardin: l’uso sistematico della pubblicità per abbassare il prezzo del giornale. Il modello funziona, conquista i lettori e viene presto imitato da tutte le altre testate.
Balzac collabora con Émile senza più interruzioni e, tra il 1837 e il 1847, pubblica con lui numerosi romanzi. Dieci anni di lavoro continuo non certo senza attriti. Le lamentele e le recriminazioni sono frequenti, talvolta anche pubbliche. Balzac, per esempio, scrive una serie di invettive proprio contro «La Presse», colpevole di aver rifiutato, dopo La Vieille Fille, La Torpille (i primi capitoli di Splendeurs et misères des courtisanes) e La Haute Banque (La Maison Nucingen), poi sostituite da Le Curé de Village.
D’altra parte la redazione di «La Presse» deve far fronte a una situazione nient’affatto semplice: orde di lettori indignati che chiedono spiegazioni o, altre volte, pretendono la fine dei romanzi. Émile si trova costretto a ricordarlo a Balzac: «Vi sarò molto obbligato se vorrete ricordare che “La Presse” si rivolge a 15.000 abbonati, e che è nei salotti che conta il maggior numero di lettrici tra le donne. Dunque, se l’argomento lo consente, e non vi sia nulla che offenda la loro suscettibilità di pudore, sarà una grande occasione di immenso successo» (vol. ii, 235).
A esasperare ancor di più la redazione contribuiscono i ritardi cronici di Balzac: contratti non rispettati, bozze che restano ferme, improvvise sparizioni da Parigi senza lasciare un recapito, mentre il giornale annuncia opere ancora inesistenti. Alla fine dei conti, però, il rancore più tenace e i toni più aggressivi sembrano provenire soprattutto dallo scrittore.
«Entrambi violenti, autoritari, sempre pronti a difendere, l’uno contro l’altro, non si sa bene quale questione di orgoglio e di supremazia, non furono mai veramente d’accordo, né riuscirono a stabilire tra loro rapporti regolari e sereni», così Lovenjoul riassume scrittore e editore (97). Eppure qualcosa li accomunava, al di là del carattere e delle continue collisioni: lo stesso desiderio di trionfo, ambizione, successo. Questa somiglianza emerge in un dettaglio rivelatore, forse l’unico su cui non sono mai stati in disaccordo: l’ostinazione con cui hanno modificato il proprio cognome, con l’aggiunta della particella nobiliare «de», alla quale erano legatissimi. L’ironia della storia vuole che oggi Balzac sia uno dei più grandi romanzieri di sempre, ma che quel «de», tanto difeso e tanto desiderato, venga molto spesso tralasciato. Quanto a Émile de Girardin, se il suo nome non ha attraversato il tempo con la stessa forza, la sua intuizione editoriale ha cambiato per sempre il modo di leggere romanzi e giornali: una vittoria meno visibile, ma non meno decisiva.
Opere citate
- Honoré de Balzac, Correspondance, tome i : 1809-1835, a cura di Roger Pierrot e Hervé Yon, Francia, Collection Bibliothèque de la Pléiade, Gallimard, 2006;
- Honoré de Balzac, Correspondance, tome ii : 1836-1841, a cura di Roger Pierrot e Hervé Yon, Francia, Collection Bibliothèque de la Pléiade, Gallimard, 2011;
- Honoré de Balzac, Lettres à Madame Hanska, a cura di Roger Pierrot, Robert Laffont, collection Bouquins, 1990, vol. i;
- Maurice Reclus, Émile de Girardin, Le Créateur de la Presse moderne, Paris, Hachette, 1934;
- Spoelberch de Lovenjoul, Charles de, La genèse d’un roman de Balzac : « Les paysans » : lettres et fragments inédits / Vte de Spoelberch de Lovenjoul, Paris, Ollendorf, 1901.