Giulia Regoli
pubblicato 5 giorni fa in Recensioni

“Il silenzio è la voce che ho scelto” di Mona Arshi

“Il silenzio è la voce che ho scelto” di Mona Arshi

Nella vita che ho condotto finora ho imparato certe cose, alcune di vitale importanza e altre no: le cellule ematiche dei cammelli sono ovali, e non a forma di ciambella come le nostre; non tutte le madri del regno animale sono buone; i conigli mangiano i propri piccoli; Gesù non sempre ti ama.

Ruby ha nove anni e, un giorno, smette di parlare. Attorno a questo cardine si sviluppa l’esordio narrativo di Mona Arshi, conosciuta principalmente per le sue poesie, dal titolo esplicativo Il silenzio è la voce che ho scelto (8tto Edizioni, 2025, tradotto da Cristina Cigognini). A partire da questo presupposto, la storia si configura già come atipica: da lettrice, mi sono trovata immersa in una corrente di parole mai pronunciate, portata a riflettere su come la voce sia soltanto uno degli innumerevoli strumenti di comunicazione che possiamo utilizzare, sebbene sia quasi sempre data per scontata.

Per la protagonista, il silenzio è tutt’altro che assenza di linguaggio: è un canale espressivo, un personale approccio al mondo esterno, una scelta – una decisione pensata e mirata che diventa una potente reazione a tutto ciò che la bambina ha intorno. Ruby, infatti, si trova al centro di dinamiche che la sovrastano: una madre che spesso crolla psicologicamente e che risulta assente, familiari e parenti sopra le righe che non la comprendono, il contesto di una periferia inglese dove lei, figlia di immigrati indiani, non riesce a trovare il suo posto e a sentirsi accettata. Tutto questo grava sulle spalle di una ragazza di nove anni che, seguendo i suoi ragionamenti e le sue predisposizioni, rende la linea delle sue labbra un confine invalicabile: ciò che pensa rimane sigillato dentro, ma non per questo smette di crescere ed evolversi.

La costruzione del libro rispecchia proprio tale aspetto attraverso un susseguirsi di capitoli brevi, immagini quasi oniriche e ricordi che spuntano in maniera non lineare. Sicuramente, parte di questa operazione deriva dal background poetico dell’autrice, che è forse più prona a raccontare utilizzando associazioni e metafore. D’altra parte, però, questo tipo di costruzione è decisamente funzionale a rispecchiare il modo in cui le connessioni si avvicendano nella mente di una bambina: ogni capitolo è un pensiero o un ricordo narrato con dolcezza da un personaggio ingenuo, innocente, che parla solo di ciò che ha visto e di ciò che sa. Così, per esempio, chiama i periodi in cui la madre sta più male e non riesce nemmeno ad andare in cucina i «giorni-del-broncio», scrive storie di pitoni che mangiano piccoli leopardi traendo ispirazione dai documentari, racconta i suoi sogni mescolandoli alla vita reale.

Evidentemente, la mancanza di enunciazione non le impedisce di coltivare un’immaginazione fervida e anche auto-riflessiva: spesso Ruby si interroga su di sé, sul mondo, sul suo sentirsi diversa non solo per le sue origini, ma anche all’interno della sua stessa famiglia. Il contrasto più evidente è quello con la sorella Rania, molto più vivace e attiva, cosa che la spinge a fare riflessioni sulla sua identità che inevitabilmente abbracciano degli aspetti e delle sensazioni molto personali:

Rania è nata con un ombelico cavo; il suo ombelico ha contorni ripidi e una fessura profonda. Una volta cercò di friggerci un uovo nella giornata di sole più calda – si sdraiò su un tavolo del cortile e si condì la pelle con dell’olio d’oliva, poi qualcuno con cura le ruppe un uovo sulla pancia. […] Io ho un ombelico all’infuori; ha contorni irregolari e la forma di un vulcano, e probabilmente non sosterrebbe un uovo.

Nonostante il loro sia un rapporto di sorellanza stretto – un pilastro fondamentale a cui entrambe possono appoggiarsi sempre, anche se con tutte le difficoltà del caso – colpisce molto l’idea che Ruby ha di sé, come se il suo destino sia già stato scritto e sia quello di trovarsi fuori dalle linee che il mondo segue.

Uno degli aspetti più interessanti del libro, però, è quello del modo in cui questa caratteristica viene raccontata perché, sebbene la malinconia sia molto presente, la protagonista è impeccabilmente lucida quando ragiona su cosa desidera o non desidera fare, rendendo l’atto di non parlare, inteso dai personaggi tutt’attorno come mancanza e difetto, un coraggioso invito a rovistare nei meandri del sé per trovare il modo per aderire a ciò che si è.

Non molti giovani adulti sono esperti in qualcosa, ma io credo di essere un’esperta nell’arte della solitudine e del silenzio. È una cosa a cui ho lavorato duramente e che ho praticato e studiato come un mastro vetraio veneziano che riesce a soffiare un pezzettino di gelatinoso vetro bianco incandescente e trasformarlo in una fruttiera o un cavallo che si impenna in battaglia.

Quella che percorre Ruby è sicuramente una strada impervia, piena di ostacoli creati dalle persone a lei vicine nelle situazioni quotidiane, specialmente crescendo e proseguendo nel percorso scolastico e di vita: gli insegnanti che vogliono spingerla a superare questa sua apparente timidezza, il padre che le vuole dare «un’opportunità di essere normale», i suoi terapisti che man mano continuano a dire frasi di circostanza che lei annota religiosamente sul suo quaderno.

Una delle immagini più ricorrenti che utilizza l’autrice è quella del giardino, sia come luogo fisico a cui la madre si dedica, sia come metafora di ciò che può essere coltivato e di quello che, invece, deve essere estirpato. La natura insegna che la coesistenza è una condizione complessa e che, per quanto si cerchi di attirare solo ciò che viene considerato buono, ogni tentativo di replicare l’armonia che si ha in mente coinvolgendo piante e animali a un certo punto diventa futile, perché si vuole agire un controllo senza considerare le volontà e le predisposizioni di ciò di cui si pensa di aver cura. Così, la storia di Ruby assomiglia un po’ a un piccolo giardino, perché chi vuole indirizzarla sta in realtà tentando solamente di farla crescere rispecchiando un modello che non si adatterà mai a lei.

Tutte le esperienze che la protagonista vive e subisce durante la storia – dalle prime amicizie, pulsioni amorose, lutti e delusioni – non sono meno valide perché esiste un’assenza di comunicazione che sia puramente verbale. Anzi, proprio il suo non dire la rende più partecipe nell’esperirle ed elaborarle a suo modo, perché «la prima cosa che si inizia a fare quando si inizia a parlare è editare». Allora, forse, scegliere il silenzio è proprio una ricerca di verità e autenticità con l’entusiasmo infantile di chi crede ancora che qualsiasi sentiero possa essere praticabile per scoprirsi e riscoprirsi, ancora e ancora.