Silvia Castellani
pubblicato 12 ore fa in Recensioni

“Non scrivere di me”: riappropriarsi della voce

“Non scrivere di me”: riappropriarsi della voce

Le ossessioni si alimentano nel vuoto, e mi era stato concesso tutto il vuoto di cui avevo bisogno.

S. è una giovane donna che ha abbandonato la velleità di diventare scrittrice. Lavora come barista e la parte del suo lavoro che preferisce è poter rispondere «Mi spiace, non dipende da me» alle lamentele dei clienti. A piacerle davvero, in fondo, è la sensazione che le cose accadano senza che lei possa influenzarle, come se praticasse una forma costante di auto-cancellazione, avendo imparato ad abitare il mondo senza mai prenderne posto.

Tra i tavoli del bar apprende una notizia: Dennis May, il regista, è morto. Si è suicidato. Per molti non è neanche una notizia – negli ultimi anni aveva perso rilevanza – ma per lei è diverso. Quello che sembrava un giorno come un altro diventa l’inizio di un percorso a ritroso, verso un passato superato, o forse semplicemente soffocato.

Quella tra lei e Dennis non è mai stata una vera relazione: racconta di averlo visto in tutto quattordici volte. Eppure, per un periodo decisivo della sua vita universitaria, Dennis è stato il centro della sua orbita. Un’ossessione, una devozione capace di annebbiare qualsiasi altro rapporto. Sin dalle prime pagine, il romanzo insiste proprio su questa sproporzione: i pochi fatti accaduti e il loro smisurato effetto.

D’impatto Dennis è così carismatico e sovversivo da rendere quasi irrilevante chiedersi il perché di questa ossessione. È un personaggio costruito per sottrazione. Non è un mostro, né un seduttore romanzesco. Tuttavia è un uomo brillante e riconosciuto negli ambienti culturali, abituato al prestigio e a essere guardato. Ma basta avvicinarsi un poco a S. per comprendere che Dennis non è soltanto un uomo affascinante: è ciò che legittima la sua esistenza. Se lui mi vede, se lui mi ama, allora io esisto. È lei stessa a investirlo di questo potere totalizzante e, proprio per questo, distruttivo.

Il pensiero di lui diventa misura e parametro delle altre relazioni, delle conversazioni col suo ragazzo di allora, perfino della sua tesi di laurea. Dennis occupa prepotentemente ogni spazio della sua vita e il suo poster è appeso sopra il letto che condivide con Gionata; è una presenza che non ha bisogno della presenza fisica per dominare. Il vero problema, però, è che in realtà questo Dennis non esiste: è una figura costruita dalla mente di S., come una superficie su cui proiettare il desiderio di essere scelta e, insieme, la paura di non valere abbastanza. Ecco che Dennis assume la sua funzione, diventando il punto intorno a cui S. costruisce il proprio senso si sé.

Dennis non è mai venuto da me. Non c’è mai stata occasione, avevamo i suoi alberghi. Ero terrorizzata all’idea che vedesse dove abitavo, anche se i bassifondi che rivendicava nella sua storia dovevano essere molto peggio di un monolocale a Tor Pignattara, ma per fortuna non siamo mai entrati in quella competizione.

In questa distanza tra l’uomo reale e quello proiettato nella sua mente si consuma l’asimmetria del loro legame. E in quello scarto irrompe la violenza. L’atto arriva senza preavviso e S. lo racconta con una lucidità quasi spietata, come se fosse ancora lì ma non fosse accaduto a lei.

Il tempo, da quel momento, si inceppa:

Mi viene da piangere. Posso tornare lì anche ora. È tutto presente, vivido, come le cose che non esistono piú, e per questo esistono, sempre. Presenti, vivide. Un tempo fuori dal tempo, un tempo che non fa parte della storia. Un tempo immodificabile.

L’esperienza è violenta in sé ma non si esaurisce nell’evento. A riecheggiare nella testa di S. è la frase pronunciata da Dennis prima di congedarla: «Non scrivere di me». È qui il cuore del romanzo. Detto alla ragazza che sogna di diventare scrittrice, quel divieto è più di un ammonimento, è un’espropriazione. La violenza si estende oltre il corpo e colpisce la possibilità stessa di raccontare.

Da quel momento la vita le scivola dalle mani. Non si laurea, lascia Gionata, abbandona il desiderio.  

Si costruisce un’identità per sottrazione:

Tutto quello che non ho mai fatto, tutto quello che non sono stata, è tutto quello che sono.

Chi ha letto Niente di vero (Einaudi, 2022) ricorderà la capacità di Veronica Raimo di servirsi di un’ironia tagliente per sabotare il proprio racconto e mettere continuamente in dubbio la verità di ciò che veniva narrato. In Non scrivere di me (Einaudi, 2026) l’autrice si misura invece con una domanda cruciale: qual è la lingua per raccontare la violenza? E dunque quella stessa ironia non scompare, anzi. Cambia statuto. Diventa uno strumento di precisione, il modo per avvicinarsi alla ferita senza deformarla.

Il risultato – e insieme la risposta implicita alla domanda – è una scrittura che rifiuta l’enfasi e la consolazione, che evita metafore salvifiche e scorciatoie. Una lingua naturale e implacabile, che non concede al lettore il tempo di difendersi.

S., protagonista e narratrice, è ironica, pungente, lucidissima. Una voce capace di sedurre il lettore, per poi trascinarlo con sé. Ma è proprio l’intelligenza affilata con cui ripercorre il trauma – la consapevolezza e il distacco con cui lo espone –, a rendere il racconto ancora più destabilizzante.

In questo libro si trova nessun tipo di consolazione proprio perché l’abuso è rappresentato come un processo che prende forma sotto i nostri occhi, senza eccezionalità. È la storia di una ragazza che potrebbe essere nostra sorella, una nostra amica, la vicina di casa. Il romanzo ci pone di fronte a una verità scomoda e innegabile: non sempre la violenza si riconosce, non sempre ha i contorni netti entro cui vorremmo delimitarla. E se ci sono pagine in cui viene descritta in modo esplicito, in realtà, comincia molto prima. Si annida nei rapporti di potere più sottili, nasce dalla consapevolezza – che lui ha – della vulnerabilità di lei, dal fatto che lei non si senta alla sua altezza.

Per raccontarla, Raimo sembra allora cercare una lingua diversa, che non protegga né chi scrive né chi legge:

Qual è la lingua per raccontare la violenza? Vorrei che ci fosse una lingua neutra, priva di sfumature, una lingua dove non esistono eufemismi e metafore. Una lingua dove ogni parte del corpo ha un suo nome specifico, ogni azione non ne indica un’altra. Una lingua priva di trasformazione. Priva di interpretazione. Priva di ricompense. Una lingua fredda, persino inespressiva.

È proprio in questa lingua che S. finalmente parla. E parlando si riappropria di ciò che a lungo le è stato sottratto. Non cancella l’accaduto, non lo trasforma in una lezione, non lo rende sopportabile. Eppure ne parla, e nel momento in cui lo fa torna a esistere oltre l’ossessione, fuori dal silenzio imposto.

Dennis May è morto e, nel racconto di S., smette di essere il centro. Diventa una figura tra le altre, un nome. Nelle ultime pagine resta lei. E una storia che, finalmente, le appartiene.