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pubblicato 8 mesi fa in Recensioni

“Festa con casuario”: la confusione dei vent’anni

“Festa con casuario”: la confusione dei vent’anni

È uno struzzo? – dice qualcuno.

   No – risponde Pelle sorridendo infinitamente. – È un casuario.

È giugno e a Torino Isa M., studentessa di lettere, organizza una festa nella villa dei suoi genitori. Musica, alcol, cibo, droga, sigarette, tresche, sesso. Una serata come tante, tra universitari. Arrivano compagni di corso, amici, conoscenti e imbucati. Manca solo Ezio, l’unico che Isa vorrebbe veder arrivare.

Leonardo San Pietro, torinese, classe ’97, studia scienze linguistiche a Bologna. Festa con casuario, il suo romanzo d’esordio (Sellerio, 2025), è una rivelazione: spiazzante e fuori dagli schemi, sostenuto da una tensione narrativa costante.

Sin dalle prime pagine il lettore viene immerso completamente nella dimensione della festa, la cui anatomia è tracciata attraverso l’uso efficace della focalizzazione interna che si sposta di personaggio in personaggio. Passando da uno all’altro dei ventisei brevi capitoli che compongono il libro, non solo cambia il punto di vista ma anche la scrittura stessa: ogni soggetto ha una sua voce, ben distinguibile e soprattutto un proprio sguardo sugli altri. Questo fa sì che Paolo Bianchi sia Pab per gli amici ma “parkaper quelli che, non conoscendolo, gli si rivolgono così per come è vestito, proprio come si farebbe a una festa; Isabella è per tutti Isa M. tranne per Claudia, la sua migliore amica, a cui non serve l’iniziale del cognome per distinguerla da Isa F.

La voce narrante, dunque, si adatta perfettamente ai pensieri e ai ragionamenti di ciascun protagonista, restituendo in modo autentico le sfumature sociologiche e psicologiche di un’intera generazione. C’è Luc che si tiene impegnato perché «chi non ha niente da fare in una situazione sociale è perduto, nessuno gli si avvicina». C’è Attilio che beve il suo gin lemon in un angolo, da solo perché nessun altro ha voglia di bere con lui. C’è Samantha, la pusher, che decide di movimentare la situazione aggiungendo Jinx alla sangria. E ancora, French attratta dagli «occhi tristi» di Vincenzo che però hanno «una scintilla di guerra dentro»; Tennyson che studia lettere mentre il padre lo vorrebbe avvocato o ingegnere. E poi Pab, Pelle, e persino un certo Imbucato Y. 

La loro normalità viene stravolta quando sul tavolo della villa compare una scatola di legno, con tanto di coccarda e biglietto: se entro l’una nessuno riuscirà a toccare il casuario Ezio morirà. Forse è uno scherzo di cattivo gusto? Eppure, Ezio non è lì. E se fosse vero? Ma soprattutto: cosa è un casuario?

Il casuario: un uccello australiano simile a uno struzzo, capace di infliggere lesioni mortali con i suoi artigli, considerato l’uccello più pericoloso al mondo per l’uomo. Nel giardino della vicina ce n’è davvero uno. Era di suo marito, lo avevano preso anni prima durante uno dei loro numerosi viaggi. Ora, quella presenza insolita diventa il centro di una sfida surreale: chi avrà il coraggio di avvicinarsi? Chi metterà a repentaglio la propria vita per salvare un amico?

Cosa ci fa un uccello tropicale nel giardino di una villa in Piemonte?

Per rispondere a questa domanda è necessario spostarsi su un piano metaforico. Da questo punto di vista, il casuario oltre a essere il motore della storia è anche simbolo di un futuro immanente e ignoto, a cui non si può sfuggire. L’aspetto esotico è fondamentale per rendere lo straniamento che si prova di fronte a ciò che non si conosce, la curiosità e la paura. Legare la sfida a una questione di vita o di morte, ponendo i protagonisti di fronte a una scelta che segnerà il loro destino, rende l’immagine ancora più vivida e potente.

Chi dovrebbe confortarli attenuando lo smarrimento e l’incertezza? Gli adulti.

L’anziana padrona dell’animale, rappresentazione della generazione passata, invece di fornire risposte rassicuranti parla di sé stessa, troppo concentrata sul proprio passato per comunicare con chi «non riesce a immaginarsi un futuro in cui possa stare bene al mondo».

Difficile incasellare questo romanzo in un genere preciso. Il ritmo serrato dei dialoghi si intreccia a riflessioni intense. Quello che all’inizio appare come un thriller generazionale su un gruppo di ragazzi alle prese con un mistero si rivela, in realtà, pagina dopo pagina, un racconto potente e autentico sull’avere vent’anni. Cosa significa dunque oggi essere giovani? Dover cercare il proprio posto nel mondo, svegliarsi ogni giorno con l’incertezza di un futuro sempre più sfocato di cui a malapena si intuiscono i contorni. Confrontarsi con le aspettative degli altri senza nemmeno sapere cosa si desidera davvero, perché ogni scelta avviene per paura di qualcos’altro, come Tennyson; chiudersi in se stessi, fare fatica a interagire con gli altri come Attilio; non saper esprimere i propri sentimenti come Luc; sentirsi a disagio nel mostrare agli altri cosa il proprio talento, come Vincenzo. Questi personaggi sono così vividi e pluridimensionali da sembrare reali; le loro ansie, le loro paure, le domande che si pongono sono anche le nostre, quelle dei nostri amici, di chiunque si confronta con un mondo in cui sente di avere sempre meno spazio: 

Perché lottare per un futuro incerto e indesiderato, perché dimenarsi in una palude? Vorrebbe gridare a tutti che è in una palude di vergogna privilegiata paralizzato dalla sua fragilità, dalla sua terribile consapevolezza. Vorrebbe dire che vede tutto, tutto quanto: gli squali infelici che gli sfrecciano attorno a velocità illogiche, le persone divorate dai doveruncoli e dai problemi del lavoro e del tempo, gli amici laureati costretti a fare i camerieri in nero, quelli che se ne andranno via – vede persino i pochi che sembrano avere le istruzioni per la vita e sorridono forte, e si chiede cos’hanno loro che io non ho.

Attraverso una lingua raffinata, ricca di riferimenti e similitudini, capace di restituire immagini intense e suggestive e allo stesso tempo contemporanea, Leonardo San Pietro descrive la condizione di una generazione. Chi avrà il coraggio di toccare il casuario?

di Silvia Castellani