Filottete
un estuario di umanità varia e avariata
Immaginiamoci a teatro. Una locandina annuncia la messa in scena di Filottete. Tuttavia, prima che si spengano le luci, notiamo in prima fila quattro uomini, si direbbe illustri. Sono seduti uno accanto all’altro ma non si parlano, eppure tre di loro guardano il quarto con ammirazione. Intanto ciascuno dà una scorsa al programma di sala.
Se affiniamo lo sguardo riconosciamo i tratti di quattro autori che, catapultati in teatro da una singolare macchina del tempo, hanno accettato la sfida di catturare nelle loro opere la cifra del mito di Filottete. Le loro letture hanno così creato un paradigma letterario da condividere con i propri spettatori e lettori e, attraverso esso, il racconto dei loro sguardi sule proprie epoche coagulandoli intorno alla vicenda di un mito considerato minore che tuttavia ha ancora molto da comunicarci. In fondo sono stati i padri adottivi e adattivi della storia di un eroe che, pure con la sua economia di mezzi, ha saputo toccare – e lo fa tuttora – una serie di nodi cruciali e dunque attuali del nostro vivere, come il rapporto tra individuo e collettivo e tra sé e altro da sé. E molto altro…
Chi sono dunque queste celebrità?
Si distingue, con un chitone di lino egiziano color porpora dai bordi decorati di greche, Sofocle, celebre drammaturgo del V sec. a.C., un intellettuale che prende parte attiva anche alla vita politica del proprio paese. Il suo Filottete va in scena nel 409 a.C., quando sta infuriando la fase finale della Guerra del Peloponneso, in un’epoca di crisi per la sua Atene, un tempo faro di buon governo, minata ora da urgenze militari, carestie e tensioni interne. In questo clima di disillusione, il tema dell’eroe emarginato e sacrificato per il ‘bene comune’, tra inganno e giustizia, tra etica e corruzione, non può che andare in scena perché non è mai troppo tardi per Sofocle per interrogarsi su cosa significhi essere giusti, leali e umani in tempi ormai dominati da rapacità e imperialismo aggressivo.
Prima di proseguire con la rassegna degli ospiti in platea conviene rinfrescarci la memoria? Chi è Filottete? È un nobile acheo che, partito alla volta di Troia insieme a Ulisse, a causa di un morso ricevuto da un serpente velenoso viene abbandonato su un’isola perché i suoi compagni non riescono più a tollerarne le continue grida disperate di dolore e il puzzo ammorbante della ferita. La versione ufficiale è che li disturba nell’esecuzione dei loro riti religiosi propiziatori. Così Filottete viene lasciato a languire nel nulla con la sola compagnia di un formidabile arco e di frecce mortali, dono di Eracle per i suoi servigi. Tuttavia, dopo dieci anni, appreso da un oracolo che senza quelle armi gli Achei non possono conquistare Troia, un manipolo di uomini, tra i quali è presente anche il figlio di Achille, Neottolemo, guidati nuovamente da Ulisse, tornano su quell’isola per sottrarre a Filottete ciò che ha di più prezioso. Ma dovranno vedersela con uomo che, pur brancolando nel dolore e nel deliquio, continua a nutrire uno spietato desiderio di vendetta per il tradimento subìto.
Torniamo in platea. Accanto a Sofocle c’è un prelato francese, dallo standing sobrio e dallo stile raffinato, François Fénelon, vissuto durante il regno di Luigi XIV, precettore del duca di Borgogna, nipote del re, per il quale scrive, pedagogia attrayante, Le avventure di Telemaco (Les Aventures de Télémaque, 1699). Il suo proposito è passare in rassegna modelli esemplari, anche del mito, ai quali il suo giovane allievo possa ispirarsi per essere un sovrano che governi con giustizia, moderazione e virtù. Una sorta di Principe di Machiavelli? In quello che vuole essere il seguito dell’Odissea, Telemaco, in cerca del padre, incontra Filottete, quando gli anni di Troia sono ormai lontani, ma non dimentico dell’oltraggio subìto dalla, come direbbe Citati, «mente colorata» di Ulisse. Diversamente da Sofocle qui Filottete appare come un eremita bastante a sé stesso, un eroe che ha saputo dominare le pulsioni distruttive, come la rabbia, convogliandole in energie più benefiche e utili.
Poi c’è André Gide in un impeccabile gessato. Scritto durante gli anni dell’occupazione nazista della Francia il suo Filottete (Philoctète, 1942) è un dramma apparentemente pensato più per la riflessione/ che per la rappresentazione. L’isola su cui viene abbandonato Filottete da Ulisse e sodali stavolta è un luogo immerso in un inverno indeterminato e inospitale abitato da un unico uomo dominato da un ideale ascetico. Qui Filottete incarna il simbolo di un uomo integro, una nuova versione di sé, che rimane fedele alla sua idea di vita anche a costo di pagare un prezzo altissimo. Autentico e vulnerabile si chiede quanto siamo disposti a perdere per restare fedeli a noi stessi e se vale ancora la pena scegliere la verità quando il mondo ci ha voltato le spalle o, addirittura, ha smesso di essere mondo.
E poi, con i suoi capelli sempre un po’ scompigliati e il perenne sigaro in mano, c’è Heiner Müller, uno dei più acclamati drammaturghi della DDR, allievo di Brecht. Compare sulle scene con il suo Filottete (Philoktet, 1968) con narrazioni brutali, non convenzionali, non racconta ma costruisce detonazioni linguistiche, non chiarisce ma mette in crisi. La sua opera non offre nulla di lieto ma, riallacciandosi al mito greco, riporta gli spettatori a un’epoca in cui «ogni uomo all’uomo era rivale», attualizzando in scena quelle atmosfere da guerra fredda che negli anni Sessanta tolgono il respiro tra le vie di Berlino. Da intellettuale dissidente, il suo Filottete smaschera la manipolazione ideologica della DDR, la violenza del potere e il trauma del ritorno, temporaneo, in società del singolo dopo l’esclusione, un percorso in cui si riconoscono molti intellettuali tedesco-orientali.
Che cosa immaginano di vedere in scena i quattro illustri ospiti seduti in platea? Sofocle osserverebbe un uomo che infrange la norma con un corpo storpiato dal dolore, che proietta sé stesso nella sfera ambivalente dello straordinario, che implica, allo stesso tempo, inferiorità e superiorità rispetto ai canoni della propria cultura. Egli si configura come il luogo a parte, l’individuo relegato fuori dalla comunità che è chiamato a intervenire a favore di quella stessa comunità. Nella vicenda c’è Odisseo che nutre pensieri corrotti e che istruisce Neottolemo a fare del male sì con astuzia, ma per un bene superiore: il collettivo, la Grecia tutta, che ha bisogno delle armi donate da Eracle. In Sofocle inoltre non c’è solo il male singolare di Filottete, permeato da un lutto biologico quanto esistenziale, ma anche il male plurale di Odisseo che contagia e corrompe gli altri per riportare a Troia «lo zoppo che esala fetori». Con la pacificatrice apparizione di Eracle, Sofocle mette in guardia gli uomini da sé stessi invitandoli a far valere sempre, anche in situazioni limite, le forme elementari dell’umanità. Il furor su Troia sconfitta insegna.
Dal canto suo Fénelon ci fa assistere a un lungo monologo che riecheggia dalle nicchie della sua interiorità: Filottete ricorda a Telemaco chi è stato e in cosa si è trasformato per scelta degli altri. Ma ormai tutto è superato, è rimasta certo la cicatrice, si è elevato, ha saputo disciplinare gli eccessi e non arrestarsi a una visione unilaterale dei fatti.
Gide vede un essere solo che, proprio in quanto tale, ha progressivamente perso la sua grecità, la sua carta di identità, ma ha guadagnato un’umanità strettamente intrecciata alla natura che lo circonda. Filottete declama infatti per tutta l’isola la bellezza delle sue parole, un nuovo lessico a cui le scogliere si aggrappano per raccontare le loro malattie. Mentre la Francia è nella morsa della croce uncinata, Filottete diventa il simbolo di chi si ostina a resistere su un’isola impervia, dove il freddo prevaricatore dà al tutto la forma della sua logica implacabile, i respiri sono soffocati e il bisogno di volare in qualche modo tarpato.
E infine c’è Müller con la sua versione così estrema: il volto di Filottete è stravolto dalle decisioni arbitrarie degli altri, è regredito a uno stato di ferinità e, nel suo lungo esilio dal mondo, il piede avvelenato e putrefatto, ha esteso la sua avaria a tutto il corpo. Egli appare sulle scene come la vittima della coscienza sporca della società, quella a cui non si vorrebbe dare la parola. La sua sofferenza è ignota, da corpo scartato e da soggettività inutile, fino a quando non ci si accorge che strategicamente serve. Non come persona ma come mezzo (per via del suo arco). E se in Sofocle c’è una riconciliazione perché Filottete torna a combattere e a guarire, passando da uno stato di inferiorità a uno di superiorità, il drammaturgo elimina ogni possibile evoluzione, stravolge la sintassi del mito, perché il singolo perde, il potere vince benché si privi dell’ultima chance per una credibilità morale.
Filottete è dunque un estuario dove si incontrano i racconti di chi ha lambito coste e si concentrano mulinelli che riguardano le urgenze dell’uomo di tutti i tempi, che sono sempre attuali probabilmente perché non sono mai stati risolti e forse non lo saranno mai. Qui stagnano declinazioni diverse della solitudine e del dolore e si danno appuntamento uomini che dividono, agitano, turbano e invitano a compiere scelte che vanno al di là della semplice lettura. In questa soglia incontriamo gli esclusi, i portatori di verità scomode, la dignità del sofferente e il confronto tra la necessità politica e la giustizia morale ma anche la possibilità di riscatto attraverso la piena padronanza del proprio ‘io’ e i ponti gettati sugli altri di cui abbiamo sempre bisogno. Qui troviamo Filottete che, secondo Jean Giraudoux, «abbandonato da tutti, porta sulle spalle il peso della verità che nessuno vuole vedere».
Filottete non è dunque un punto di arrivo ma di partenza per sempre nuove narrazioni e riflessioni sul nostro, non sempre agevole, cammino nel mondo. Lo dimostra l’editore Marsilio che in Filottete. Variazioni sul mito (2009) raccoglie nella sua celebre collana queste quattro letture del personaggio, con una ricca e originale analisi dei testi di Andrea Alessandri e Marcello Massenzio.
I nostri quattro illustri ospiti ci ricordano, ora che il sipario è calato, che esistono uomini rifiutati dal gruppo perché scomodi, che dobbiamo dare più ascolto a chi contrappone il proprio ‘io’ omnicomprensivo al tutto onnivoro delle differenze di cui sono ambasciatori i tanti Ulisse di ieri e di oggi. E ancora: che dobbiamo pazientare perché il veleno fluisca del tutto dal corpo degli uomini e dalla società perché ci si possa riappropriare di una visione sana del mondo. Come dobbiamo lavorare ogni giorno perché ognuno possa scrivere il proprio pentagramma per fare sentire la propria voce in mezzo a un coro che tende sempre a coprirlo. E se ancora non basta: che è nostro dovere dare manforte a chi si rifiuta di essere una pedina manipolabile e lotta per la dignità del soggetto contro la logica dell’utile. Come diventa sempre più urgente dialogare con personaggi limite, come Filottete, che sono la coscienza dolente del mondo.