“Il posto delle maree”: un altro modo di abitare il mondo
Fino a che punto un incontro e un viaggio possono modificare il nostro sguardo sul mondo, per riorientarlo?
Il pastore inglese del Lake District James Rebanks accetta di partire per conto dell’UNESCO – con cui collabora come consulente esperto di turismo sostenibile – verso l’arcipelago di Vega, in Norvegia, poco sotto il Circolo Polare Artico. Qui si trova immerso in un paesaggio estremo, sferzato dal vento e dalla pioggia, un luogo in cui l’uomo è costretto a misurarsi ogni giorno con la natura che lo circonda.
È in questo Nord remoto – che sembra riflettere anche il suo stato interiore, un matrimonio in affanno, la difficoltà a riconoscersi come figlio, padre, fratello, il suo modo di amare che gli appare improvvisamente insufficiente – che Rebanks incontra Anna Masøy. Una donna concreta e irraggiungibile, libera e selvaggia come i confini del mondo che abita, una che «si era costruita una vita secondo le sue esigenze».
Anna pare vivere fuori dal tempo, ultima custode di una tradizione millenaria: la preparazione dei nidi per gli edredoni, le anatre del Nord che, in cambio di un rifugio sicuro dai predatori, offrono agli esseri umani il loro pregiato piumino; un patto di reciprocità tra uomo e natura, anteriore all’Antropocene e immune alla logica dello sfruttamento.
Anna lo ammalia. Rebanks non riuscirà più a smettere di pensare a lei – la donna sugli scogli, la donna delle anatre. Ed è proprio così che inizia il suo viaggio, con un ritorno a Fælrøy, l’isola degli uccelli, anni dopo, per quella che sarà, forse, l’ultima stagione di raccolta di Anna.
Nel Posto delle maree (Il Saggiatore, 2025, traduzione di Silvia Rota Sperti) seguiamo Rebanks in questa avventura, ma sarebbe riduttivo considerare il libro un semplice reportage. Pur radicato nel nature writing – e capace, con una scrittura limpida e precisa, di rendere i paesaggi del Nord in tutta la loro essenzialità – l’autore va oltre la descrizione e interroga sé stesso e il modo in cui guardiamo e abitiamo il mondo.
Al momento della partenza, James è un uomo smarrito, preso dal lavoro, dalla frenesia della vita contemporanea, emotivamente insoddisfatto. Il suo sguardo è, in fondo, anche il nostro: quello di chi prova fascinazione verso questi luoghi senza sapere cosa comporti viverli.
E presto si trova davanti a una verità che quasi mai mettiamo in conto:
Cominciavo a rendermi conto che la nostra idea delle isole come luoghi di libertà ed evasione era solo una fantasia: un’isola è, per sua natura, fatta di limiti e costrizioni. Ora il mio mondo era regolato dal crescere e calare delle maree […] il mio mondo finiva là dove cominciava l’acqua. […] Capii che un posto del genere poteva diventare tutto il tuo mondo, o farti impazzire.
James scoprirà sulla sua pelle che vivere sull’isola significa confrontarsi ogni giorno con i propri limiti, e riscoprire una quotidianità fatta di lentezza e di gesti necessari; significa, soprattutto, accettare di sentirsi piccoli e impotenti di fronte alla natura, costretti a ripensare il concetto stesso di autonomia che diamo per scontato nelle comodità della vita moderna.
Quella giornata lenta davanti al fuoco, ad ascoltare, era molto diversa dalla mia solita vita. L’orologio sul muro si era fermato, ma non importava a nessuno. Ora eravamo governati dalla pioggia, dalle nuvole che passavano nel cielo […]. Ma erano soprattutto le maree a dominare le nostre ore di veglia.
Su quell’isola la fragilità personale si intreccia inevitabilmente con le tracce della storia e dell’uomo. Le terre del Nord, che a prima vista sembrano preservate, avevano già conosciuto la violenza umana. Durante la Seconda guerra mondiale – quando gli edredoni finirono nei piatti dei soldati del Terzo Reich – il paesaggio iniziò a portare cicatrici che il tempo non ha del tutto assorbito.
Fu sconvolgente sapere da quanto tempo era iniziato il declino dell’oceano. I tedeschi avevano decimato le anatre, ma le riserve ittiche e gli uccelli marini stavano diminuendo già da molto prima e insieme a essi a quanto pare, anche la sostenibilità della vita sulle isole. Questo posto non era sfuggito magicamente alla modernità. Se ero venuto per quello, avevo seguito un’illusione. Anna era nata, viveva e lavorava in un mondo spacciato.
Con il dopoguerra e con la grande accelerazione industriale che inaugura quel periodo che abbiamo battezzato come Antropocene l’impronta umana ha assunto forme sottili ma ancora più pervasive. Rebanks comprende presto che l’idea stessa di paesaggio incontaminato è un’illusione romantica: l’uomo ha disseminato ovunque i suoi resti, per molto tempo senza accorgersene; le isole artiche, che dovrebbero rappresentare un altrove intatto, ne sono la prova più evidente.
Passammo la mattina a raccogliere rifiuti di plastica […]. Era come se il dio del mare avesse rigettato un intero stomaco di spazzatura. Vecchie reti da pesca, boe di plastica, borracce da ciclista, una cassetta azzurra per il pesce […], bottiglie di Coca-Cola, cannucce di plastica dei fast food, […] cotton fioc, palloni da spiaggia sgonfi e strappati, bottiglie di Evian e pacchetti di patatine gusto classico. L’intera gola era piana di rifiuti.
James comincia a vedere in quel luogo una lente di ingrandimento dell’impatto umano sulla natura. L’isola mostra senza filtri ciò che altrove resta diluito, immaginato: la persistenza dei rifiuti, il lento esaurirsi del mare, tutto quello che le nostre vite frenetiche tendono a lasciare fuori dal campo visivo. Quell’isola, sospesa nell’argento dell’acqua, gli rivela che non esistono più luoghi davvero al riparo; l’esotico, l’altrove romantico in cui rifugiarsi per scappare dal rumore della città è solo un’illusione. Ogni cosa che produciamo è pensata per non durare e per essere sostituita da una versione più recente, e tutto ciò che scartiamo finisce per depositarsi da qualche parte. Con schiettezza e lucidità, Rebanks restituisce l’immagine di un mondo che non può e non deve essere ignorata, in cui l’impatto devastante dell’uomo sulla natura fa da specchio a quello, altrettanto distruttivo, del sistema capitalistico sull’uomo stesso.
Tuttavia, nonostante il peso del paesaggio e delle sue ferite, è Anna la vera protagonista del racconto. La conosciamo attraverso lo sguardo incantato di Rebanks, che in lei trova una guida, un faro etico.
Ciò che colpisce è la forza con cui questo personaggio si definisce attraverso le parole, il filtro, della voce narrante: Anna emerge nitida, autonoma, resistente. Non si lascia contaminare dalle logiche del mondo moderno; il suo legame con l’isola è simbiotico, fatto di attenzione e di una responsabilità che sente profondamente sua: «Ogni nido era un atto d’amore» scrive Rebanks, e in quel gesto millenario e ripetuto si concentra l’essenza stessa del suo modo di abitare il mondo.
Durante i suoi settanta giorni sull’isola accanto a Anna, James scoprirà a mano a mano un modo diverso di percepire il tempo e la vita stessa: «Questo modo di vivere richiedeva una perdita del sé, un arrendersi alle rocce, alla pioggia, al vento e alle maree».
Anna non è soltanto la donna delle anatre, è una cantastorie, una custode di memorie e di fragilità familiari e la prova vivente che la saggezza è prima di tutto una questione d’attenzione, non di età. Si può essere saggi anche da giovani, come lo era stata lei. «Una donna ordinaria che aveva vissuto una vita straordinaria» e che aveva imparato dalla natura stessa l’amore, la comprensione e il perdono; Anna è la misura silenziosa di un mondo a cui Rebanks vorrebbe appartenere e che ancora non sa abitare: «Anna mi guarda e sorride, come se mi avesse letto nel pensiero. Siamo solo bambini, tutti quanti. Non sappiamo mai abbastanza, nemmeno la metà di quello che c’è da sapere».
Il posto delle maree è, alla fine, molto più di un memoir di viaggio proprio perché Anna non resta soltanto un incontro. Nel suo lavoro paziente, ripetuto e quasi invisibile Rebanks riconosce una forma di resistenza minima e necessaria; non l’eroismo della conquista, ma una disciplina dell’attenzione, una cura esercitata ogni giorno sullo stesso piccolo tratto di mondo. È qui che il libro trova la sua forza, nel farci capire, passo dopo passo insieme al protagonista, che la natura non è uno sfondo ma un elemento vivo, da cui dipendiamo e che continuiamo a fraintendere, sminuire, maltrattare.
Però se Anna esiste, allora esiste anche un modo diverso di abitarlo questo mondo ed è un cambiamento senza proclami, che nasce da uno spostamento intimo, ostinato, quotidiano.
E allora l’altrove esotico non serve più, è solo il frutto di una costruzione. Serve piuttosto fermarsi, sottrarsi al frastuono, accettare di essere parte di qualcosa e non il centro. Cambiare postura ancora prima che idea. Il resto – se arriva – comincia da qui.
di Silvia Castellani