Susanna Ralaima
pubblicato 12 ore fa in Recensioni

“Vita appesa” di Atef Abu Saif

“Vita appesa” di Atef Abu Saif

Come si fa a resistere al crollo del mondo che ci circonda e restare in piedi mentre dentro si cade a pezzi?

Vita appesa (Polidoro editore, 2025) di Atef Abu Saif è un romanzo che trascina il lettore nella drammatica quotidianità della vita a Gaza sotto l’occupazione israeliana. Abu Saif, scrittore palestinese, ex ministro della cultura e da sempre testimone diretto del conflitto con opere come Diario di un genocidio (Fuoriscena, 2024), ricorre a tante storie e personaggi per mostrare la realtà sospesa tra resistenza, disperazione e fragilità esistenziale che vivono i gazawi.

Sono infatti tutte “sospese” le vite di questi personaggi, come viene sottolineato nella traduzione inglese, A Suspended Life, o tedesca, Leben in der Schwebe. I traduttori Lorenzo Declich e Daniele Mascitelli– in un’edizione che al netto di qualche errore di stampa e qualche refuso di troppo ha il merito di aver portato il testo in Italia – hanno invece optato per appesa. Le vicende dei personaggi, appartenenti a diverse generazioni, si intrecciano quindi per restituire un’immagine variegata di sentimenti, destini, sogni, speranze, ma soprattutto attese di una vita diversa, di un futuro che è quasi impossibile anche solo immaginare.

In maniera circolare Vita appesa si apre e chiude con la descrizione di una morte: la fine di queste due figure è accomunata dalla violenza fisica e della pressione psicologica continua, connaturate all’occupazione israeliana. Abu Saif sceglie di rappresentare il conflitto dall’interno, concentrandosi sui suoi riverberi nell’intimità delle case, nei gesti quotidiani, nelle conversazioni che sfumano in un’ironia amara, nella rassegnazione e nel dolore silenzioso dei sogni irrealizzabili.

Ecco quindi Na‘im, che è «nato in guerra ed è morto in guerra», ucciso da una pallottola davanti alla tipografia in cui stampava manifesti di giovani vittime della violenza israeliana. Ha iniziato durante la prima Intifada per far sì che gli amici della vittima avessero una copia del loro martire, un ricordo di quell’esistenza strappata troppo presto, e si è ritrovato a conservarne tutti gli originali, a soffrire per ogni singola perdita perché «la maggior parte dei ragazzi aveva l’età dei suoi figli, alcuni avevano studiato con loro a scuola, altri erano vicini di casa nel quartiere, di alcuni conosceva i genitori, di altri era parente». L’unione tra dolore privato e dolore collettivo, tra lutto di uno e lutto di tutti attraversa l’intero romanzo, a ricordarci come il senso di comunità sia alla base dell’umanità. Nel suo Israele, Palestina – uno dei saggi più lucidi sulla questione, edito in Italia da Einaudi nella traduzione di Monica Guerra – Alain Gresh riportava la testimonianza di Chehata Haroun, egiziano ed ebreo, secondo il quale «ogni essere umano ha parecchie identità. Io sono un essere umano. Sono egiziano quando gli egiziani sono oppressi. Sono nero quando i neri sono oppressi. Sono ebreo quando gli ebrei sono oppressi e sono palestinese quando i palestinesi sono oppressi».

Altro personaggio centrale è il figlio di Na‘im, Salim, costretto a rientrare a Gaza, dopo aver vissuto per sette anni in Europa. Il suo ritorno occupa la maggior parte del romanzo, e la sua esistenza è appesa tra il desiderio di farsi un’altra vita lontano e l’impulso a riconnettersi con le proprie radici. Salim è un personaggio vivo e sfaccettato, presentato nelle sue contraddizioni e debolezze, e rappresenta i gazawi della prima Intifada, che hanno sperato nella fine del conflitto con gli accordi di Oslo, che hanno avuto la possibilità di espatriare per motivi di studio o di lavoro. Il giovane è diviso, oltre che sul piano identitario, anche nell’amore tra due donne, Giaffa, primo grande amore e Nataly, giornalista spagnola conosciuta in Italia. È un ulteriore bivio che si presenta al giovane, e simboleggia ancora una volta le due tensioni che attraversano la vita di Salim, tra restare e partire, tra passato e futuro.

Come specchio di Salim si staglia la figura di Yasser, suo amico fotografo e giornalista, che invece ha scelto di rimanere e di documentare la barbarie dell’occupazione e la precarietà dell’esistenza nella Striscia, un “panificio di notizie”: «Stavamo camminando lungo il mare godendoci la brezza gentile, non pensavamo che i caccia israeliani avrebbero aperto il fuoco sui pescherecci, ma l’hanno fatto. Quando stanotte invierà le foto al giornale, e quel crimine comparirà sui mezzi di informazione in ogni città e paese del mondo, avremo smascherato la vera natura di quelle esercitazioni».

Nel romanzo ci si imbatterà poi nel padre di Giaffa, Hajj, uno dei personaggi più riusciti, radicato fortemente alla sua terra, con una saggezza antica e un modo di pensare e sentire straordinariamente moderno.

Abu Saif sviluppa la sua narrazione attraverso una struttura fortemente frammentata che alterna i diversi punti di vista dei personaggi, inserendo anche brevi episodi e storie parallele apparentemente scollegati fra loro. Questa scelta narrativa riflette la realtà della vita sotto l’occupazione: il tempo non scorre linearmente, ma è interrotto da eventi imprevisti, posti di blocco, prigionie, violenze e momenti di apparente normalità. Il lettore – al quale lo scrittore si rivolge spesso, coinvolgendolo idealmente nello sviluppo delle trame – è quindi portato a provare una sorta di continua sospensione e dislocazione: non c’è un flusso temporale sicuro, non c’è sempre una consequenzialità delle azioni raccontate, che si ripetono cicliche o si arrestato brusche, e sono deformati il tempo e le esistenze dei personaggi.

Un’altra scelta stilistica interessante dell’autore è di rappresentare alcuni dialoghi come se fossero una recita teatrale, con tanto di didascalie che danno precise indicazioni su movimenti, tono della voce, gestualità e posizioni dei personaggi, così da ricreare un senso di vivida immediatezza e favorire un certo effetto mimetico.

Mescolando amori, sogni, rimpianti, speranze, partenze e ritorni Atef Abu Saif continua a parlare di una quotidiana resistenza civile e di un’umanità che resta sospesa, e sempre incredibilmente, ostinatamente attaccata alla vita.