“La riparazione. Donne che rammendano il mondo” di Marcella Filippa
L’arte del rammendo e del ricamo è stata considerata tipicamente femminile. Molte donne la praticano da secoli, mute e concentrate, servendosi di ago e filo.
È un gesto che attraversa le generazioni: le madri lo insegnano alle figlie, le nonne alle nipoti, in un passaggio di testimone continuo e silenzioso che sembra proseguire all’infinito lungo la traiettoria di una discendenza matrilineare.
Saper rammendare è una pratica utile e preziosa e non si limita all’azione specifica, si tratta di una forma mentis, di un’attitudine, diventa una postura esistenziale, una vocazione. Rammendare significa curare, ricucire le ferite, appianare i rancori e le delusioni, provare pietas intesa proprio nella duplice accezione latina di «lealtà» e «senso del dovere», riuscire a consolare.
Il rammendo è il gesto della cura ed è il contrario della distruzione: dove c’è uno strappo si cuce, con meticolosità, con pazienza, e per farlo serve tempo, esperienza, carità. È un rituale lento e silenzioso, che non fa rumore.
Si tratta di un gesto rimasto a lungo inascoltato; ora però un libro si avvia a sanare questo vuoto: La riparazione. Donne che rammendano il mondo (Lindau) della storica e saggista Marcella Filippa. Le gesta silenziose delle donne non hanno fatto l’epica, ma il lavoro di Filippa si propone di riscattare la forza di questa resistenza sommersa narrando venti figure femminili che hanno attraversato il Novecento.
Sin dalla prefazione del saggio vengono messi in evidenza i molteplici punti di tangenza tra il secolo breve e i nostri tempi, segnati da forti crisi e instabilità politiche. Le donne raccontate hanno patito guerre, violenze, persecuzioni, ma non sono mai venute meno a una specie di vocazione primigenia, la riparazione appunto, che hanno praticato attraverso varie forme: la poesia, la filosofia, l’arte, la pittura, la musica.
Nelle rappresentazioni classiche le donne che rammendano sono spesso ritratte sedute in cerchio, siano umane oppure divine. Pensiamo alle Parche, le dee del destino che filano la vita con movimento lento sino a che non stabiliscono, con identica soavità, di operare il taglio finale, ma è quasi sempre uno strappo dolce. Da queste presenze femminili sedute in cerchio, che senza sosta filano e cantano, si leva un coro di voci che giungono sino a noi in una vasta eco che, impetuosa, si fa richiamo.
Sono le voci che ritroviamo in questo libro. Tra loro Ilse Weber, che cantava le ninna-nanne ai bambini nel ghetto di Terezín, prendendosi cura dei piccoli malati ignari del proprio destino. Ilse – che prima di essere internata era stata scrittrice di racconti per l’infanzia – narrava ai bimbi sogni e favole, donava quel lieto fine che la vita aveva loro negato. Non avendo potuto tenere con sé i figli, si occuperà di quelli degli altri. Ritroverà il figlio più piccolo solo nei drammatici istanti finali quando, in una camera a gas di Auschwitz, potrà stringere di nuovo la mano di Tommy e cantargli un’ultima ninnananna.
C’è poi Fernanda Wittgens, soprannominata dal direttore della Pinacoteca di Brera «la piccola allodola» per via della grazia e dell’energia della sua persona. Durante la guerra Wittgens protesse le opere d’arte dalle razzie e dai bombardamenti, mettendo in salvo capolavori di Bramante, Caravaggio, Mantegna, Raffaello. Se oggi possiamo ammirare il Cenacolo di Leonardo Da Vinci, lo dobbiamo a lei. Oltre a trarre in salvo il patrimonio artistico, riuscì ad aiutare numerosi ebrei a varcare il confine, motivo per cui venne arrestata nel 1944 con l’accusa di favoreggiamento di «elementi di razza ebraica». Scontò la pena del carcere con eroismo, rischiando di morire di tifo in una cella dalle scarse condizioni igieniche. Venne liberata alla fine della guerra, il 24 aprile 1945. Fu la prima donna a essere nominata direttrice della Pinacoteca di Brera e si impegnò nella ricostruzione delle sale dopo il devastante conflitto.
Nel saggio di Marcella Filippa accanto a figure note, quali Simone Weil, Etty Hillesum e Milena Jesenská (la famosa Milena di Kafka, qui ricordata come traduttrice, giornalista, scrittrice, sino alla sua fine nel campo di Ravensbruck), troviamo anche storie e vicende meno conosciute, come quella delle donne tedesche di Rosenstrasse che, nel febbraio 1943, senza temere il rischio e il pericolo, piantonate dai fucili delle SS, lottarono per la liberazione dei mariti ebrei al grido di «Liberate i nostri uomini».
Le leggi di Norimberga incitavano al divorzio e alla separazione chi si era macchiato della colpa di “aver sposato un ebreo”, ma le donne di Rosentrasse mostrarono che l’amore può opporsi alla violenza della dittatura. La loro resistenza nella “strada delle rose” durò oltre una settimana, fu una forma di protesta pacifica che, alla fine, ottenne l’effetto sperato: gli uomini furono liberati e poterono tornare a casa. Salvarono così dalla deportazione duemila ebrei, i loro mariti.
La Riparazione narrata in questo libro ci ricorda che il rammendo, in fondo, è un atto di resistenza esistenziale. Il cammino dei giusti spesso non lascia tracce, ma non per questo deve essere dimenticato.
Ci sono pure donne che salvano i versi dei poeti, come Miriam Novitch che si fece tutrice dei versi del poeta yiddish Itzhak Katznelson, ponendoli in salvo in delle bottiglie di vetro sotterrate sotto un albero. Terminata la guerra, Miriam dissotterrò le bottiglie e tradusse i versi perché il mondo intero potesse conoscere il canto di quell’uomo morto nel campo di Vittel. Le poesie di Katznelson furono tradotte in molte lingue e lette da milioni di persone. Miriam Novitch avrebbe obbedito per tutta la vita all’«imperativo del ricordo», tutelando la memoria altrui e facendosene carico. Viaggiò in tutto il mondo per cercare documenti che testimoniassero la storia delle persecuzioni, in particolare quelle perpetuate nei confronti delle minoranze rom e sinti.
Mi piace ricordare infine Margaret Bourke-White, una delle eroine più curiose che ho conosciuto attraverso questo saggio, che ho letto con la stessa passione con cui da bambina sfogliavo gli album di figurine nel tentativo di collezionarle tutte. Margaret, nata nel Bronx nel 1904 fu una delle prime reporter di guerra del Novecento, «unica donna in un mondo di soli uomini».
Tra i suoi scatti per la rivista «Life»figurano immagini che ritraggono la povertà degli anni Trenta, fotografie struggenti e poetiche dei sobborghi americani, della vita dei migranti e dei diseredati. Bambini magrissimi sdraiati su materassi di fortuna, file interminabili per il pane, operai dai volti esausti. Un fotografo si distingue per la qualità dello sguardo e Margaret Bourke-White sapeva non solo guardare, ma vedere, con sensibilità ed empatia.
Durante la Seconda guerra mondiale partì insieme all’esercito americano, seguendo in prima linea i maggiori conflitti in nord Africa, in Italia, lungo l’Appennino, sino a varcare il confine con la Germania. Fu la prima donna a documentare gli orrori dei campi di concentramento. Quando entrò a Buchenwald, l’11 aprile del 1945, non era preparata a ciò che avrebbe visto: esseri umani ridotti a scheletri viventi, fantasmi di sé stessi, ammassi di cadaveri laceri; tuttavia non venne meno alla sua missione e impugnò la macchina fotografica perché rimanesse traccia dell’inenarrabile, di ciò che «la mente umana non poteva neppure concepire». Margaret capì di dover sottoporre quelle immagini al giudizio della Storia ed è anche grazie a lei se oggi possiamo vedere con i nostri occhi ciò che è stato.
L’esistenza di questa implacabile fotografa della verità mi ha conquistata e sono andata a ricercare le sue foto più celebri: tra tutte vorrei ricordare un’immagine in cui invece è lei a essere oggetto dello scatto. La vediamo seduta in bilico sulla cima di un grattacielo, le gambe penzoloni nel vuoto, senza imbracatura né alcuna protezione, mentre impugna la sua grossa macchina fotografica per ritrarre New York dall’alto: stava realizzando un servizio illustrato per la rivista «Fortune». La vorrei ricordare così, credo sia una delle istantanee più temerarie e audaci, capaci di mostrarci tutto il coraggio silenzioso necessario all’arte della riparazione.
Le donne narrate in queste pagine combattono battaglie diverse, ma in fondo appaiono unite in una stessa lotta, quella per un domani migliore. Le loro voci attraversano un’epoca buia e senza speranza e riescono a consegnarci un bagliore di luce: è la «resistenza spirituale» che la poesia, la letteratura e l’arte, intesa in tutte le sue forme, riesce ad operare.