Culturificio
pubblicato 4 settimane fa in Recensioni

“Memoria di casa” di Gustavo Zagrebelsky

“Memoria di casa” di Gustavo Zagrebelsky

Ha un titolo bello e dimesso questa ricognizione di Gustavo Zagrebelsky (Einaudi, 2025), studioso illustre di diritto costituzionale, nella storia della sua famiglia. ‘Memoria’ è al singolare, per evitare ogni richiamo a precedenti troppo impegnativi, come le Memorie d’oltretomba; la cerchia famigliare è designata con il termine più colloquiale e quotidiano, più affettuoso e informale: ‘casa’. C’è già, in questo titolo, tutto l’accento del racconto, che è alieno da ogni enfasi, da ogni lirismo pretenzioso, da ogni narcisistico protagonismo. Con molta chiarezza, sin dalle prime pagine, l’autore dimostra di essere cosciente del compito delicato che si assume e dei suoi costi emotivi:

‘Fare memoria’ non è semplicemente ricordare. È rivivere, ricreando legami, affinità, scissure, differenze, spesso rendendoci conto d’essere passati accanto a tante cose senza neanche essercene accorti. Ricordare è dare vita a chi l’ha perduta ed è ormai solo ombra o anima, come quelle che nei miti antichi si incontravano nell’Ade. Dopo averle gentilmente interpellate ci si poteva intrattenere con loro, rallegrarsi, affliggersi, pentirsi quando era il caso e chiedere scusa, magari anche perdono. Se possibile, riconciliarsi e creare armonia dove, forse, non c’era stata (pp. 4-5).

«Creare armonia», riconciliarsi con le ombre del passato non significa naturalmente stemperare i conflitti, celebrarne lo scioglimento nella pacificazione fittizia di un lieto fine hollywoodiano. È esattamente il contrario quel che Zagrebelsky cerca di fare: portare alla luce e affrontare fino in fondo tutto quel che di irrisolto si nascondeva sotto la solida normalità borghese della sua famiglia d’origine. L’armonia è la scienza degli accordi, ma si tratta in questo caso di accordi crudelmente dissonanti; Zagrebelsky, da quell’esperto pianista che è, non intende edulcorarne le aspre sonorità. La famiglia nella quale è cresciuto è nata dall’incontro di due mondi incompatibili: il mondo paterno dell’aristocrazia russa in esilio, dispersa per il mondo e straziata dalla nostalgia, e quello materno dei valdesi, radicato in una terra povera ma amatissima e cementato dalla fede nella purezza originaria del vangelo. Per trasmettere il patrimonio di ricordi alle nuove generazioni era necessario fare i conti con la diversità radicale di queste due tradizioni, con l’alchimia del loro incontro paradossale: tale è l’intento di Memoria di casa, perseguito con pazienti ricerche e con una narrazione di cui lo humour e l’understatement tengono costantemente sotto controllo la forte carica emozionale.

Due case di campagna possedute successivamente rappresentano bene le due opposte componenti del nucleo famigliare. La prima è la cascina dell’Olmo. Fa parte della dote di Lisìn Vinçon, la futura mamma di Gustavo e dei due fratelli maggiori, che sposa Jean Zagrebelsky il 23 giugno del 1934. È una tipica cascina piemontese circondata da frutteti e vaste coltivazioni; vi regnano l’etica protestante del lavoro e lo stile di vita valdese improntato a un’austera semplicità. Per Gustavo è il paradiso dell’infanzia. Tutto crea «un’atmosfera di dolce accoglienza»: il caminetto acceso, il profumo delle mele riposte nella paglia, la carta da parati a disegni blu delle camere da letto, il rimbombo degli zoccoli dei cavalli sul pavimento di pietra della stalla nelle notti d’estate:

Erano confortanti quelle pulsazioni, segnali della vita che continuava anche nel buio, nelle prime ore della notte immobile, profonda e rugiadosa, punteggiate dalle lucciole e dal gracidare sottile e penetrante delle smeraldine e timide raganelle in amore che a quel tempo ancora abitavano i frutteti (p.15).

Ma il rustico paradiso dell’Olmo non è tale per Jean Zagrebelsky, che insegue un diverso e forse irraggiungibile ideale: un luogo che abbia in sé qualcosa della Russia delle sue origini, da cui è stato strappato nel 1914, a cinque anni. Una villa, a Buriasco, si avvicina un poco al suo sogno: l’ha costruita a metà Ottocento Giuseppe Dabormida, che era stato ambasciatore del Piemonte a San Pietroburgo. Sembra, quella villa, «una dacia in grande stile con un vasto giardino in cui svettano due tigli centenari», e ha davvero qualcosa di russo nella cornice del tetto decorata con motivi lignei a goccia. Per acquistarla, viene venduta la cascina dell’Olmo; agli occhi di Gustavo, un possedimento materno viene sacrificato a un capriccio del padre, al suo desiderio incongruo di ricreare un frammento di Russia in quella villa intorno alla quale farà piantare un boschetto di betulle. La vediamo, la villa di Buriasco, in una delle fotografie che corredano il racconto; è molto bella, ma è anche il simbolo di una prevaricazione del côté russo della famiglia su quello valdese, rappresentato dalla dolce e saggia Lisìn, che ha certamente compreso l’inquieta nostalgia implicita nel desiderio del marito. I figli non possono condividere l’indulgenza di questa donna dall’intelligenza e dalla sensibilità non comuni: per anni, da giovani, oppongono un’indifferenza ostile ai tentativi del padre di interessarli alle radici russe della famiglia. Jean non si arrende, e quando sono ormai adulti, nel 1985, consegna loro un fascicolo dattiloscritto, che ha messo a punto in anni di lavoro consultando, soprattutto a Parigi, testi di araldica e di storia diplomatica: L’origine russa di Pierpaolo, Vladimiro e Gustavo Zagrebelsky. Non ottiene l’effetto sperato: quello di trasmettere ai suoi discendenti l’orgoglio per l’antichità del nome Zagrebelsky, menzionato già in un documento del 1498, o per gli splendori della casata principesca dei Satin, cui apparteneva sua madre. Desta però nel figlio minore un primo accenno di curiosità per quel passato irrevocabile di cui gli émigrés sono emotivamente prigionieri; nella loro condizione, storica e psicologica, Gustavo cercherà dopo la scomparsa del padre il segreto della sua vita inguaribilmente rivolta al passato.

Che cosa resta, dopo la morte di Jean, di quello che è stato il suo universo? La sua collezione di argenti russi, qualche libro (La Russie sous le juifs, 1931), qualche fotografia non troppo chiara, un samovar d’ottone, il bicchiere di vetro in cui amava bere il tè, qualche posata con lo stemma dei Satin. Sono le cose che avrebbero dovuto mantenere vivo il suo rapporto con la patria, come le tre «ottime Bibbie» che Robinson Crusoe recupera dopo il naufragio dal relitto della sua nave. Oggetti cari, ma che in ogni istante della sua vita gli hanno rimesso sotto gli occhi la catastrofe che ha cancellato la Russia della sua infanzia e degli antenati per sostituirla con una realtà estranea e per lui mostruosa. Dal trauma di quel disastro, inatteso, impensato per tutti i suoi cari, Jean non si è mai ripreso completamente; Gustavo lo capisce ricostruendo la storia della sua vita ed evocandone, con perizia di storico, i diversi scenari. Nel 1914, allo scoppio della Prima guerra mondiale, la madre di Jean con i due figli bambini resta bloccata a Nizza, nella villa della bisnonna dove era in vacanza. La situazione è minacciosa, ma non ancora tragica, perché fino al 1917 i contatti con la Russia non sono interrotti e Vladimir, il padre di Jean, ufficiale dell’esercito zarista, può venire incontro a distanza alle esigenze della famiglia. Con la rivoluzione, però, ogni comunicazione diventa impossibile; la famiglia si sposta a Sanremo e adotta uno stile di vita sempre più modesto, ai limiti della povertà. Miracolosamente, il colonnello Vladimir riesce a sopravvivere – a differenza della figliastra Kira e di tre fratelli della moglie – ai tempi durissimi della guerra civile; insieme alla cognata Vera compare inopinatamente a Sanremo nel 1923. La città, con il suo casinò, le palme, gli hotel lussuosi, le cupole orientaleggianti della chiesa ortodossa, sormontate da croci dorate, è quasi una piccola Nizza, e come Nizza è da qualche decennio un luogo prediletto di villeggiatura per l’aristocrazia russa. Ma dopo la catastrofe rivoluzionaria per gli Zagrebelsky è il luogo di una sopravvivenza precaria, coraggiosa e piena di amarezza; Marie e Jean, probabilmente per poter usufruire di qualche sovvenzione per i loro studi, si convertono al cattolicesimo. Jean si diploma all’Istituto tecnico e si impiega in banca, ma coltiva, negli anni Venti, ambizioni letterarie: collabora a giornali nazionali e a riviste locali, incrocia celebrità letterarie come Salvatore Quasimodo, scrive brevi racconti venati di ironia. Sullo sfondo della Sanremo del 1926, di cui l’autore di Memoria di casa evoca il clima culturalmente vivace, avviene l’incontro della sua vita: quello con Lisìn Vinçon, la bella sedicenne bionda che otto anni dopo diventerà sua moglie.

Lisìn ha studiato a Torino, in uno dei migliori collegi della città, dove ha avuto come insegnante di pianoforte il compositore Ghedini; perfezionerà il suo inglese in un soggiorno a Londra. Viene da una famiglia importante della comunità valdese: suo padre, l’ingegner Gustavo, stretto collaboratore di Giovanni Agnelli, è a lungo sindaco di San Germano Chisone, dove promuove la costruzione dell’acquedotto e delle fogne. Che cosa trova Lisìn di affascinante in quel giovane russo che ha un anno più di lei? La cultura letteraria, l’aura cosmopolita, l’eleganza aristocratica? Non lo sappiamo, ma l’intesa tra i due non è un effimero flirt; si consolida in anni di corrispondenza e di incontri forse clandestini. Per ottenere la cittadinanza italiana, nel 1931 Jean lascia la banca e affronta il servizio militare. Quando torna alla vita civile, ha di fronte a sé due possibilità: tentare la carriera giornalistica o impiegarsi per ottenere una posizione più sicura. È probabilmente l’amore per la promessa sposa ciò che lo spinge a laurearsi e ad accettare un impiego alla Fiat, che Lisìn stessa sollecita per lui con una lettera ad Agnelli. Nella fotografia delle nozze, Lisìn «sorride con uno sguardo intenso, fermo e presago di future felicità»; lo sposo non guarda verso l’obiettivo, quasi a dire alla famiglia che lo accoglie: «sono qui, ma anche altrove, non dimentico delle mie origini così diverse dalle vostre».

Jean avrà in Fiat una carriera di tutto rispetto e poi importanti responsabilità nella commissione dell’Onu per il commercio internazionale, ma non si integrerà mai completamente nell’ambiente a cui appartiene la famiglia di Lisìn. In quel mondo, per cui la nobiltà di sangue non ha alcun valore, resterà un «principe dei margini», per usare la bella espressione coniata dall’editore Bertil Galland per gli scrittori svizzeri. Coltiverà, in una solitudine ora melanconica, ora rabbiosa, la nostalgia per la Russia che non ha mai conosciuto: quella dei grandi possedimenti nobiliari distrutti dalla Rivoluzione, delle fastose cerimonie celebrate tra icone d’oro e d’argento da un metropolita coperto di gemme. Nelle pagine che dedica al padre, Gustavo nota come molti aspetti del suo carattere ricordino la psicologia di certi personaggi del romanzo o del teatro russo: la disperata passività dei proprietari del Giardino dei ciliegi davanti al mondo che cambia, il gusto per la sfida del giocatore dostoevskiano e dei duellanti di Cechov, l’oscillazione tra superomismo e vergogna, l’ipersensibilità a ogni ferita inferta all’amor proprio. Osservato con la lente della letteratura, Jean rivela tutte le proprie fragilità, che a lungo ha dissimulato dietro un autoritarismo dispotico e spesso irrazionale. La sua vita, segnata dalla frattura della Rivoluzione, è stata dominata dal terrore di nuove improvvise catastrofi, di impensati «giorni bui» che rischiassero di cancellare senza preavviso ogni traguardo raggiunto. Questo lo ha portato a volte a decisioni avventate – come quando, diffidando dell’avvenire dell’automobile, ha tentato senza esperienza di entrare nel commercio dei liquori –, e a volte invece a un doloroso e immobile fatalismo. Per sua fortuna, l’atteggiamento di fronte alle difficoltà della pragmatica Lisìn è completamente diverso: per lei non si tratta né di temere né di sfidare la sorte, ma di sciogliere con pazienza uno a uno i nodi del gomitolo dell’esistenza, con spirito di adattamento, perseveranza e fiducia. La metafora del gomitolo è della stessa Lisìn, riassume la sua filosofia. Gustavo le affianca un’altra metafora, quella delle acque turbolente e dissimili della Neva e del Chisone; immaginare la loro fusione è impossibile, come è impossibile conciliare la tradizione dell’aristocrazia russa, fondata sul culto della gerarchia e dell’onore, con l’egualitaria tradizione valdese. Eppure nell’amore di Jean e Lisìn quella fusione impossibile è avvenuta, e ha dato origine a una famiglia che ha una sua disarmonica armonia, diversa da ogni altra.

È per spiegare i segreti di quell’armonia alle giovani nipoti di Lisìn e di Jean, raccolte nella villa di Buriasco e curiose di tutto quel che ha preceduto la loro nascita, che Gustavo intraprende la stesura di Memoria di casa. La sua descrizione di due culture minoritarie illumina un versante poco conosciuto della storia del Novecento e, sulla scorta di tracce e frammenti minimi e casuali, ne ricostruisce magistralmente la realtà vissuta. La figura di Lisìn porta con sé, inoltre, una lezione importante. Se consideriamo la superficie della storia familiare, sono le esigenze e le decisioni di Jean ad avere un ruolo preponderante: gli Zagrebelsky si spostano a seconda delle sue necessità lavorative, la cascina dell’Olmo viene sacrificata al suo desiderio di acquistare la villa di Buriasco. Ma se guardiamo a un livello più profondo, è la forza tranquilla di Lisìn il segreto di quella fusione tra la Neva e il Chisone che sembrava destinata al fallimento. Lisìn suona Chopin al pianoforte e scioglie i nodi che sembravano inestricabili. Ancora una volta, sotto la Storia ufficiale scorre invisibile la storia delle donne, con la sua meravigliosa ricchezza di musica e giardini, di fiabe e incantesimi, di lettere e diari, di racconti e ricami.

di Mariolina Bertini