Federico Musardo
pubblicato 4 anni fa in Letteratura

Nouveau roman, nouveau dialogue

qualche considerazione impressionistica e approssimativa sulla tecnica del dialogo

Nouveau roman, nouveau dialogue

Leggendo alcuni autori del nouveau roman sono rimasto molto incuriosito dal loro uso del dialogo. Scriverò qualche considerazione impressionistica e approssimativa a partire da due libri di Claude Simon (L’erba, 1956, 2014, e Il tram, 2001, 2015) e uno di Nathalie Sarraute (L’età del sospetto, 1956, 2016), tutti editi da Nonostante edizioni, una casa editrice triestina che ormai stimo da tempo.

Tra i volumi appena citati, soltanto quello di Sarraute è saggistico: riunisce infatti quattro interventi pubblicati a distanza di pochi anni, dove la scrittrice francese si interroga sulla radicale differenza che separa il romanzo tradizionale dalle nuove forme narrative e rivendica per sé stessa il ruolo di teorica del nouveau roman.

Sappiamo che anche gli altri esponenti di questa corrente, se così possiamo definirla, scrissero opere teoriche: di Robbe-Grillet, per esempio, è Pour un Nouveau Roman, poi divenuto un punto di riferimento saldo della sua impalcatura teorica e di quella della «corrente» (al cui interno si trova uno splendido saggio sulla coscienza malata di Zeno Cosini); Michel Butor studiò Baudelaire e Rimbaud; Simon, sempre interessato alla letteratura (Proust è una presenza di Il tram), si spinse perfino nel mondo della fotografia e della pittura (come d’altronde lo stesso Butor e, tra gli italiani, Renato Barilli).

Com’è quasi sempre, quindi, teoria e letteratura coesistono. Nel primo saggio del volume, Sarraute affianca Dostoevskij e Kafka, poi (e a mio avviso è lo scritto più interessante del volume) smaschera l’era del sospetto in cui viviamo (quella in cui il personaggio divorzia dall’autore, per dirla con Debenedetti) e infine, in un terzo saggio, ragiona su alcune tecniche romanzesche, tra le quali il dialogo, strumento privilegiato dei momenti mimetici di una narrazione, quelli cioè in cui, di solito, è più forte l’effetto di realtà (chiude il volume, sempre sulle nuove forme di scrittura, Quel che vedono gli uccelli).

Secondo Sarraute, per compiere uno scarto nei confronti del romanzo tradizionale, i nuovi scrittori tendono a sostituire il dialogo all’azione, sperimentando anche sul versante paragrafematico, perché «nulla è meno giustificato dei pomposi accapo o dei trattini con cui si è soliti separare brutalmente il dialogo da ciò che lo precede (Conversazione e sotto-conversazione, p. 109)».

Ancora più fastidiosi, secondo la scrittrice, sono i banali “disse Caio”, “rispose Sempronio”, le «ingombranti convenzioni» che popolano molti tra i romanzi di consumo (quelli che qualche anno fa chiamavo i “romanzi sigaretta”, perché finiscono subito e non lasciano niente, frutto di autori che Sarraute definisce «imbarazzati, ansiosi e insicuri» p. 110). Come risolvere questo problema?

A volte, ripetendole a oltranza, i nuovi romanzieri insistono proprio sull’inconsistenza di tali formule: è il caso di Claude Simon. Sarraute carica tali espressioni convenzionali di un significato decisivo, perché i “disse”, “rispose”, “obiettò”, “replicò” sarebbero «in qualche modo il simbolo dell’ancien régime, il punto in cui è più netta la separazione tra la vecchia e la nuova concezione del romanzo» (p.111).

Ne L’erba, Simon sperimenta molti modi di rappresentazione del dialogo, inclusi quelli più comuni, come:

«Ma lei non ti è niente».

«No», disse Louise.

«Non ti è niente».

«No», ripeté lei dolcemente (p. 5).

E:

A un certo punto lui si avvicinò, fece un gesto, e lei immaginò le loro sagome scure confondersi, poi dopo un poco […] disse: «No, lasciami», con voce dura, triste e assente a un tempo […] (p. 10).

Poche pagine dopo il lettore incontra un’altra forma di dialogo. L’effetto prodotto non mi pare estraneo al concetto di straniamento, perché Simon denuncia la convenzionalità di certe tecniche. “E lei” incomincia ad alternarsi a “E Sabine” un centinaio di volte:

E lei: «Oh, sì…»

E Sabine: «Ma non avete voglia di rivederla? Di ritornare laggiù almeno una volta, un’ultima volta, prima che…»

E lei: «Per far cosa? Va bene così, via…»

E Sabine: «Ma, tutta la vostra vita…» (pp. 39-40)

Neanche dieci pagine dopo, il narratore scompare. Al suo posto subentrano gli scambi concitati dei personaggi, separati soltanto da un trattino. Apparentemente intento a tradurre un dialogo che sembra vero o comunque verisimile (tant’è che alcune battute vengono interrotte a metà dalle successive, come succede normalmente parlando – almeno parlando con persone impazienti o maleducate), Simon sta prendendo le distanze dalla facile e vecchia equazione tra realtà e letteratura. Sembra spinto anzi da impulsi antimimetici:

– Andiamo, via

– Chi siete

– Lo sapete l’avete detto adesso la sorella dell’uomo che avete sposato Marie- Arthémise-Léonie Thomas

– E avete

– Ottantun anni

– Quattro volte vent’anni quattro volte l’età dell’amore e senza amore

– Non senza amore

– E tra poco morirete

– Lo so (p. 51)

Più avanti, infatti, il dialogo viene inserito senza soluzione di continuità nella narrazione vera e propria:

«Che cos’hai, Niente, Sì che hai qualcosa, Ma niente ti dico cosa vuoi che abbia cosa ti prende adesso, Perché fai quella faccia, Quale faccia, Quella faccia, Non faccio nessuna faccia, No credi forse che sia scemo credi che non sappia benissimo quando hai qualcosa anche quando cerchi, Tu sai oh mio povero Georges tu sai Dio mio vorrei sapere che cosa sai che cosa credi di sapere perché allora ne saprei di più di quanto ora non sappia io stessa basta con queste sciocchezze solo perché sei arrabbiato con tuo padre, questa sera, non è il caso, Cos’hai, Ancora, Che cos’hai non sono scemo, Niente ti dico […]» (p. 127).

Anche ne Il tram Simon usa la stessa tecnica:

[…] dopodiché si diceva Bambini s’è fatta ora (o È tardi) così per andare dall’ala sinistra all’ala destra dovevo attraversare i giardini […] (p. 63)

O ancora:

[…] l’antico mercato coperto gotico e quello che si soleva chiamare Le Cercle” (equivalente provinciale e anacronistico del famoso “Jockey” parigino, uno dei cui membri aveva dichiarato che Grazie a Dio qui c’è ancora qualcuno che non vede nulla al merito o al talento […] (p. 66)

Alla fine del suo saggio, Sarraute chiama in causa Proust e ha l’accortezza di non proporre una soluzione univoca al problema del dialogo. L’auspicio che formula in chiusura, tuttavia, risente della troppa fiducia riposta nel potere della sperimentazione o nell’idea di cambiamento di orizzonti, perché quel formulario fisso che tanto ci affatica esiste ancora, anche nei romanzi presentati ai lettori come originalissimi capolavori:

«È evidente che anche questa tecnica, come tutte le altre, un giorno non troppo lontano sembrerà capace di descrivere solo l’apparenza. E nulla è più confortante e più stimolante di un simile pensiero. Sarà il segno che tutto va per il meglio, che la vita continua e che bisogna non già tornare indietro ma sforzarsi di andare più avanti» (p. 123).

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Ho inviato questa breve riflessione all’allora blog (ora rivista) «Altri animali» a novembre del 2018. Dopo un’attenta lettura, testimoniata da una mail che ho ricevuto intorno a gennaio dell’anno dopo, non mi hanno fatto più sapere niente e da allora me ne sono dimenticato. Per un connubio equilibrato di onestà e pigrizia pubblico l’articolo così com’era, senza affinamenti posticci, nonostante le sue imperfezioni.