Bokassa I, l’aspirante Napoleone
Qualche tempo fa una persona che conosco ha deciso di sposarsi, io mi sono interrogato sui costi assurdi delle cerimonie e contestualmente, per caso, ho scoperto la parabola esistenziale di un dittatore pomposo e anacronistico che ha trasformato la sua incoronazione in un evento alle soglie dell’incredulità: Jean-Bedel Bokassa, poi presentato al popolo e al mondo come Bokassa I, sovrano dell’Impero Centrafricano (1976-79).
L’Africa centrale nonostante la decolonizzazione rimaneva uno degli spazi più contraddittori dell’imperialismo occidentale. La Francia, in particolare, aveva costruito lì e altrove un dominio politico ed economico destinato a sopravvivere alle dichiarazioni di indipendenza che erano incominciare dagli anni Sessanta. Questo reticolo di relazioni informali viene anche definito Françafrique, un coacervo intricato di influenze, accordi militari, sostegni politici e scambi economici che garantiva a Parigi un accesso privilegiato alle risorse e ai governi delle ex colonie, e a questi ultimi una protezione esterna spesso decisiva.
Il Novecento per l’Africa centrale non è soltanto il secolo delle indipendenze, ma anche quello in cui si sedimentano rapporti di forza, immaginari del potere e gerarchie simboliche che, seppur deformate, persistono ancora oggi. Il dominio coloniale francese non si limitò a sfruttare territori e risorse: produsse una grammatica del comando, una sovranità verticale, esercitata dall’alto.
Il potere francese quindi dopo l’affrancamento delle ex colonie non era affatto scomparso, si era soltanto riconfigurato e plasmato sulla contingenza. Molti leader africani del resto si trovarono a governare stati fragili, nati tra confini artificiali, con economie dipendenti e istituzioni deboli. È su questo terreno instabile che si affermarono figure autoritarie per cui il potere personale, la teatralizzazione dell’autorità e il culto della propria immagine divennero strumenti essenziali di governo.
La Repubblica Centrafricana, ex Oubangui-Chari, piccolo stato senza sbocchi sul mare, aveva ottenuto l’indipendenza dalla Francia relativamente presto rispetto ad altri paesi (1960). Il nuovo stato aveva ereditato un’economia marginale, una popolazione perlopiù rurale e un’amministrazione dipendente dalla Francia. Il primo presidente, David Dacko, aveva instaurato un regime a partito unico, giustificato dalla necessità di stabilità, ma presto segnato da autoritarismo, clientelismo e da un isolamento sempre più crescente.
Come avveniva quasi sistematicamente anche all’interno degli altri stati africani all’indomani della loro nascita, militarizzati fin dalle fondamenta, l’esercito deteneva un immenso potere politico e determinava gli equilibri interni. La storia politica centrafricana dopo l’indipendenza si configura così come una successione di regimi personalistici, golpe e interventi esterni, in cui la sovranità nazionale appare costantemente messa in discussione o sospesa.
Tra le violenze del contesto coloniale, alle origini della sua carriera, Jean-Bédel Bokassa entra giovanissimo a far parte dell’esercito francese, combatte in Indocina e in Algeria, assimila una formazione militare e un’idea profondamente gerarchica e autoritaria del potere. Tornato in patria dopo l’indipendenza, diventa comandante dell’esercito e accelera la sua ascesa.
Nel 1965, con un colpo di stato incruento e con il tacito assenso della Francia, Bokassa rovescia il presidente Dacko. Si presenta come un restauratore dell’ordine, eppure di lì a poco scardina le istituzioni e concentra su di sé tutte le cariche – è presidente a vita, maresciallo, capo supremo, padre della nazione –, costruendo un regime imperniato sulla repressione di ogni dissenso. Le sue apparizioni vengono studiate nei minimi dettagli: uniformi cariche di decorazioni, posture marziali, discorsi intrisi di autocelebrazione. La propaganda ufficiale lo descrive come un eroe nazionale, un uomo scelto dalla storia, quasi una figura messianica. Questo culto della personalità è un’imitazione piuttosto goffa di modelli europei e sovietici calati in un contesto sociale e politico di grande fragilità.
Nel 1976, in un paese ormai senza istituzioni, Bokassa si autoproclama imperatore con il nome di Bokassa I e ribattezza il paese Impero Centrafricano, ispirandosi apertamente a Napoleone Bonaparte, il suo idolo, una sorta di ossessione. Uno dei personaggi più altisonanti della storia europea del secolo precedente e di sempre veniva così strumentalizzato per legittimare un potere che viveva in una condizione di profondo isolamento.
L’incoronazione di Bokassa I ebbe luogo il 4 dicembre del 1977 a Bangui e fu una replica grossolana dell’incoronazione napoleonica del 1804: carrozze dorate, troni monumentali, un mantello di velluto cremisi bordato d’ermellino, una corona tempestata di diamanti che l’imperatore si mise in testa da solo. Il costo dell’evento, stimato tra i 20 e i 30 milioni di dollari, era sproporzionato rispetto alle risorse del paese, uno dei più poveri al mondo. La cerimonia com’è facile immaginare non era destinata tanto al popolo, escluso sul piano materiale e simbolico, quanto a una platea internazionale. Bokassa voleva trasformarsi in un potente della terra e ottenere un certo riconoscimento geopolitico attraverso una cerimonia sfarzosa fino all’imbarazzo, dove il lusso tradiva una rivendicazione capricciosa di dignità e grandezza.
L’accoglienza dei capi degli altri paesi però fu tiepida e molti presero le distanze dall’evento, mandando in rappresentanza un ambasciatore o non presenziando neanche per interposta persona. La stessa Francia, spettatrice complice, di fatto preferì una partecipazione ambigua e distaccata.
L’impero durò ben poco. Nel 1979, dopo il massacro di studenti che protestavano contro l’obbligo di costose uniformi scolastiche, la Francia ritirò il suo sostegno. Con l’operazione militare Barracuda, Bokassa venne deposto mentre si trovava all’estero, l’impero fu abolito e venne ripristinata la repubblica.
Finiva così la parabola di un dittatore eccentrico e un po’ assurdo, con sessantaquattro figli a carico e una miriade di pettegolezzi tragicomici – anche a tinte fosche, con insinuazioni di cannibalismo – che lo riguardavano.
Bokassa non è solo un uomo divorato dalla propria ambizione, ma un caso emblematico di cosa può succedere quando qualcuno si giustappone a uno stato e lo fagocita: con la sua teatralità grottesca e tragica, ci ricorda che se le istituzioni vengono svuotate di senso il potere, come in una farsa, si riduce a fare la parodia di sé stesso.