Ludovica Valentino
pubblicato 2 mesi fa in Letteratura

Di perle e cicatrici: ancora sulla superficie

“De perlas y cicatrices” di Pedro Lemebel

Di perle e cicatrici: ancora sulla superficie

Questo libro viene da un processo, un giudizio pubblico e un Norimberga sputato sui personaggi complici dell’orrore. Per loro, un tetto di vetro, frantumato dallo svelare postumo del loro silenzio opportunista, per altri, omaggi tardivi, forse ancora umidi nella vessazione delle loro ferite. Ritratti, atmosfere, paesaggi, perle e cicatrici che mettono in ordine la recente memoria, ancora recuperabile, ancora intorpidita nella protettiva carezza della sua tiepida forza testimoniale.

Con queste parole Pedro Lemebel introduce le cronache che vanno a comporre De perlas y cicatrices. Pubblicato in Cile nel 1998, si tratta di una straordinaria raccolta di brevi testi redatti dall’autore per i dieci minuti quotidiani di «Cancionero», il programma radiofonico trasmesso dall’emittente indipendente Radio Tierra.

Per la sua nazione è un’epoca di potente transizione: sono gli anni Novanta e il Cile si sta lentamente trasformando in una democrazia; gli anni del terrore della dittatura militare di Augusto Pinochet stanno volgendo a termine. Lemebel racconta in maniera attenta e tagliente i retroscena di questo periodo inquieto.

Il volume è composto da otto parti, settantuno cronache in totale. La loro carica supera il livello meramente aneddotico della testimonianza e l’autore non si libera del suo punto di vista neanche per un istante. Lemebel è il cronista delle disillusioni e della frustrazione e con la sua penna ironica ci trasporta nel vivo delle atmosfere cilene. La lettura è in grado di produrre suggestioni vivide che prendono forma, si animano, agitano la mente del lettore.

L’autore processa l’attualità per mezzo della scrittura e il linguaggio sensuale si spoglia e si mostra informale perché deve essere diretto e arrivare democraticamente a tutti. Lemebel tesse confidenzialmente con le sue parole vive e oneste racconti che smascherano, restituiscono dignità, liberano dal pudore di una narrazione recintata, in cattività, sanno rendere omaggi sinceri e sferrare colpi durissimi.

Quando Lemebel descrive da vicino il teatro della dittatura, i personaggi che lo animano prendono vita, utilizza sarcasmo e ironia per maneggiare una contemporaneità estremamente critica, decostruisce gli altari formali delle cerimonie e della ritualità. C’è il lusso del potere e ci sono i potenti, spodestati con le parole taglienti di chi è in grado di spogliarli e mostrarli così come sono, accanto agli ultimi, miseri su questa terra come tutti gli altri.

C’è poi lo spazio di ricordo per le vittime del regime nel quale l’autore riconosce l’importanza del sacrificio di uomini e donne morti per un ideale, non una rievocazione formale, ma piuttosto un lascito per le future generazioni che ha l’aspetto di un consiglio, di un monito.

Lemebel scrive di chi ha abbandonato il Cile, degli esuli che tornano e acquisiscono i modi dei colonizzatori culturali che dopo aver appreso il meccanismo del vecchio continente perpetrano le stesse dinamiche in patria e le nuove generazioni che invece hanno romanticamente idealizzato il paese e tornando realizzano che questo non è all’altezza delle aspettative che si riveleranno soltanto frivole illusioni di ragazzi.

Ci sono le cronache della miseria e del disagio, dell’abbruttimento e della violenza più cruda e disgustosa. L’autore sa indugiare sulla carnalità più squallida, spalancare gli occhi del lettore e costringerlo a fare i conti anche con gli istinti più bassi e grevi della bestia umana.

Lemebel non abbandona mai il suo tono provocatorio, che il suo intento sia sedurre o rimproverare. Ha una scrittura ricca e divertente; gli orpelli barocchi della sua voce originale si amalgamano al realismo con cui maneggia l’umanità del suo paese in tutti i suoi risvolti: i più squallidi e aspri della dittatura e della povertà, ma anche quelli scintillanti di chi sa come ammaliare e sedurre.

In questo modo entrano in scena anche le miss dai sorrisi di ceramica brillante, le pettinature laccate e voluminose, le modelle delle riviste patinate e ogni genere di cantante. C’è la musica dei giovani che inseguono lo svago e ci sono le canzoni di un popolo innamorato e nostalgico.

Lo si coglie in questo volume più che in altre occasioni, il gioco delle contraddizioni è un meccanismo che Lemebel adotta volentieri e funziona molto bene in un momento storico come questo e per un paese come il Cile, l’apparente incoerenza delle congiunture svela l’intrinseco contrasto che valorizza gli elementi in gioco.

Si ritorna sempre al discorso identitario, spesso filo conduttore che sostiene ogni narrazione, un invito ad avere il coraggio e la dignità di mostrarsi senza inganni. Un richiamo al Cile, per rialzarsi e ritrovare integrità e carica identitaria perse durante la dittatura. Ogni cronaca sembra assumere l’aspetto di un’incitazione al risveglio, civile e individuale.

Lemebel tratta il suo tempo con onestà e delicatezza, è un narratore sensibile che conosce molto bene le contraddizioni e le difficoltà vissute dal suo popolo. Il titolo ricorda due differenti tipi di superficialità: le perle come ornamento applicato per impreziosire e le cicatrici risultato di una ferita che si rimargina. Ancora una volta questo straordinario autore mostra come l’elemento identitario si manifesti in superficie.