“Il bacio della donna ragno” di Manuel Puig
riempire la cella di parole
Nell’Argentina degli anni Settanta, sotto la morsa della dittatura militare, Manuel Puig ambienta Il bacio della donna ragno in uno spazio concentrato e simbolico: una cella condivisa da due detenuti costretti a coesistere. L’unità di luogo richiama una disciplina quasi classica: ciò che vi si consuma non è un dramma d’azione bensì un conflitto interiore di straordinaria densità. Non è presente un narratore a orientare lo sguardo né una descrizione che filtri l’esperienza perché tutto viene affidato al dialogo, a un parlato che diventa arma, carezza, strategia e confessione. In questa nudità della parola si costruisce la struttura morale del romanzo e il lettore è chiamato a cogliere le tensioni sottili che animano le menti dei protagonisti e i rispettivi mondi e modi di appartenenza.
Amante del cinema, Puig trasferisce sulla pagina una sensibilità visiva e ritmica: i racconti di Molina, uno dei detenuti, si dispiegano come sequenze cinematografiche, popolando la cella di passioni estreme, donne fatali e figure cieche capaci di percepire più di quanto vedano. Per Molina il racconto non è semplice evasione ma un inconsapevole dispositivo psichico di sopravvivenza, un mezzo per trasfigurare la realtà e ridarle senso. La narrazione diventa così atto demiurgico e la cella, palcoscenico mentale ed etico, si popola di geografie interne che sottraggono l’oggi alla brutalità imposta dalla prigione.
Molina, vetrinista e omosessuale dichiarato, vive la propria sessualità come stile di vita e lente interpretativa del mondo. Nei gesti di cura verso Valentín, l’altro detenuto, lavarlo, sorreggerlo, assisterlo nella malattia provocata dalla direzione carceraria, si manifesta una complessità sottile, dove pietà, attrazione, strategia e resistenza convivono senza mai sciogliersi del tutto. Il doppio gioco con il direttore della prigione aggiunge ambiguità morale: la cura potrebbe diventare insieme manipolazione, affetto reale e atto di negoziazione. Ogni parola e gesto assumerebbero molteplici significati, trasformando corpo e racconto in strumenti di potere discreto, persuasione e costruzione dell’io.
Il più giovane Valentín, colto prigioniero politico, incarna disciplina, ideologia e ascesi rivoluzionaria. La malattia e la dipendenza fisica dal compagno incrinano la facciata del militante incorruttibile. La rigidità del vivere politico si apre alla necessità del contatto e al riconoscimento dell’altro. Il suo ‘concedersi’ a Molina non è un gesto puramente fisico ma simbolico: ringraziamento, apertura e patto implicito. In esso confluiscono eros, fiducia e strategia; Valentín entra nel corpo e nel mondo di Molina, concedendogli vulnerabilità e riconoscimento. Questa esperienza introduce Valentín a una nuova dimensione dell’essere, dove la fedeltà all’ideale convive con la scoperta di un sé disponibile attraverso l’altro.
La dinamica dei nomi rafforza la psicologia dei personaggi: Valentin è chiamato per nome, Molina per cognome, a suggerire distanza e intimità differenziate. Questa scelta narrativa riflette anche la gerarchia tra i due: Valentín, militante e rigoroso, si concede al racconto, quasi da non poterne fare a meno, e al corpo dell’altro; Molina, invece, mantiene un’autorità narrativa, guidando la parola e lo spazio emotivo.
I film di seconda categoria magistralmente raccontati da Molina funzionano come specchi deformanti. Le coppie impossibili, le attrazioni proibite, le figure cieche sembrano riverberarsi nella relazione tra i due detenuti. La cecità ricorrente diventa metafora: chi è davvero cieco? Chi si lascia guidare dall’emozione e chi dall’ideologia? Quando Valentín, in un momento di distensione, ride fragorosamente, Molina “vede” un lato di lui prima invisibile. Ogni gesto, ogni parola nella cella costruisce uno spazio condiviso, dove l’ascolto diventa coinvolgimento e la verbalità esposizione.
Il presunto rapporto sessuale tra i due non è riducibile a un episodio scandaloso o a una svolta sentimentale. Per Molina il corpo di Valentín rappresenta il frutto proibito, la figura dell’eterosessuale inavvicinabile completa la sua esperienza di desiderio e riconoscimento. Il gesto fisico diventa immersivo, entrando nell’interiorità di Molina; allo stesso tempo, il doppio gioco permane: Molina cerca di far parlare Valentín ma Valentín sfrutta la bontà e la disponibilità del compagno, conscio che, una volta libero, potrà essere pedina utile per la sua rete sovversiva. Il corpo, la cura, il piacere e il calcolo strategico si sovrappongono, tessendo una complessità psicologica senza facili risoluzioni.
Le note a piè di pagina costituiscono un controcanto epistemologico essenziale ai filoni del romanzo. Attraverso riferimenti a diversi studi sull’omosessualità, dalle teorie psicoanalitiche di Freud alle reinterpretazioni emancipative di Marcuse, questi pareri altri problematizzano la narrazione e collocano il desiderio di Molina in un contesto storico e sociale più ampio. Psicologia e teoria sociale dialogano, creando una dimensione in cui corpo, identità e desiderio si confrontano con norme e modelli di virilità, mostrando come la costruzione dell’io sia insieme esperienza vissuta e processo culturale. Le note non interrompono la lettura ma la ampliano, intrecciando profondità psicologica e riflessione teorica.
Lo stile dialogico di Puig, cesellato con precisione teatrale, rende ogni pausa, esitazione e ripetizione indice di tensione interiore. Nel panorama letterario argentino il ‘disturbante’ Puig si distingue per la capacità di coniugare la prosa narrativa con una costruzione scenica in cui dialogo e introspezione si intrecciano. La storica traduzione di Angelo Morino per l’editore SUR, che lo ha recentemente ripubblicato, restituisce con finezza questa tessitura, conservando la stratificazione tra oralità e costruzione formale e permettendo di percepire simultaneamente intimità emotiva e articolazione teorica.
Quando Valentín, nel prosieguo del racconto, definisce Molina, con buona dose di provocazione psicologica, «la donna ragno», da cui il titolo del romanzo, non si tratta di scherno ma di riconoscimento di una rete complessa in cui entrambi sono implicati. La tela diventa simbolo di metamorfosi reciproca: eros e politica, vulnerabilità e potere, calcolo e sentimento si intrecciano. Molina impara a non ridursi a pedina; Valentín sigla con il proprio gesto un patto di fiducia e riconoscimento. La cella si trasforma così in laboratorio di identità dinamica in cui virilità, militanza e desiderio si ridefiniscono continuamente.
Puig lascia il lettore davanti a un interrogativo decisivo: quale parte di noi resisterebbe se fossimo costretti a scegliere tra fedeltà a un’idea e apertura al trasformarsi attraverso l’altro? I personaggi stessi evocano la cella come un’isola deserta: fuori gli oppressori sembrano lontani, la dittatura tace, il mondo si percepisce sospeso. Ma all’interno emergono ben altri vincoli: fantasmi della paura, del desiderio, della colpa e della fragilità che ciascuno porta con sé. Parola, corpo e immaginazione si uniscono in un gioco di potere, seduzione e fiducia, trasformando l’isolamento in spazio di rivelazione. Entrare in quella cella significa varcare una soglia sospesa tra realtà e immaginazione, sentirsi catturati dalla rete di Molina, percepire il silenzioso fascino di Valentín e confrontarsi con i confini incerti dell’identità, dell’intimità e della libertà. Chi vi entra non può più uscirne indifferente: quella cella resta dentro, vibrante e potente, continua a risuonare ben oltre l’ultima pagina, popolata da ciò che siamo stati e che potremmo diventare.