“Il piantagrane. Storia di Benjamin Lay” di Marcus Rediker
Mi sono imbattuta nel Piantagrane. Storia di Benjamin Lay (elèuthera, traduzione di Elena Cantoni) grazie al consiglio di un caro collega. Il nome di Benjamin Lay mi era del tutto sconosciuto e forse per molti sarà lo stesso, pur se appassionati di storia moderna. Leggendolo con la curiosità della scoperta ho trovato una storia di grande intransigenza, di straordinaria libertà e di coerenza morale e intellettuale.
Anche gli storici hanno taciuto a lungo sull’importanza di questa figura, tanto che la sua vicenda non trova spazio nei libri di storia: Lay, stando alle poche fonti, era alto poco più di un metro e mezzo, claudicante, gobbo. Marcus Rediker, storico, professore e attivista, insiste molto sul corpo di Lay, sulla sua presenza fisica, e non per indulgenza descrittiva, ma per segnalare un corpo che già di per sé era una dichiarazione di alterità e di rivolta politica, un corpo che contraddiceva tutto ciò che una società gerarchica come quella di fine Settecento considerava la “normalità”.
Ma chi era questo Benjamin Lay, considerato un personaggio pittoresco, scomodo, definito un «disturbato» o addirittura un «mentecatto»?
Lay sembra uscito da un improbabile racconto di avventura: prima guantaio inglese, poi ex marinaio, libraio, autodidatta per passione, è un quacchero radicale che vive in una grotta nei pressi di Philadelphia, veste solo con abiti autoprodotti, evita qualsiasi eccesso alimentare come lo zucchero o l’alcol, segue una dieta vegetariana e rifiuta qualsiasi cosa provenga dal lavoro degli schiavi.
Ma soprattutto Benjamin Lay è un “piantagrane”, perché disturba e compie una serie di scelte di vita che rifiutano le convenzioni e contrastano il decoro, la rispettabilità e la ricchezza della società americana. Nel Settecento la Società degli Amici, che oggi ama ricordarsi come pioniera dell’abolizionismo, è in realtà profondamente compromessa con la schiavitù. Molti quaccheri possiedono schiavi, investono nella tratta, consumano beni prodotti nelle sterminate piantagioni. La loro opposizione alla violenza è selettiva, la loro morale flessibile e piegata agli interessi personali. Benjamin Lay non accetta questa ipocrisia, crede che la schiavitù sia «una colpa “sudicia”, “ripugnante” e “abominevole”, “Infernale”», addirittura «il Peccato più grave al mondo».
Rediker è molto chiaro su questo punto: Il piantagrane è anche una storia di conflitti interni, di espulsioni, di scomuniche opportunistiche. Lay non viene celebrato dai suoi contemporanei né dai suoi confratelli; viene tollerato a fatica, quando non apertamente emarginato e allontanato dall’assemblea dei quaccheri per la pubblicazione del suo All Slave-Keepers that keep the innocent in bondage, apostates (1738).
Rediker è attento a restituire a trecentosessanta gradi la componente umana di Lay, senza renderlo un santo e affrontando anche la solitudine delle persone radicali e di chi precorre il suo tempo: Lay non costruisce alleanze stabili, non scende a patti con nessuno, non arretra mai e il suo rapporto con l’altro Benjamin, quello più famoso, Franklin, anche per questo conosce alti e bassi. Lay è aggressivo, nei gesti e nel linguaggio, la sua rabbia rappresenta una risposta razionale a un mondo irrazionale. La sua intransigenza nasce da una convinzione assoluta e inscalfibile: nessuna forma di schiavitù è compatibile con l’idea di uguaglianza davanti a Dio.
Lay, quindi, è un moralista assoluto: prima che la schiavitù diventasse una questione da risolvere gradualmente, la denuncia come un crimine totale e totalizzante, incompatibile con qualsiasi idea di giustizia. Il piantagrane non pretende riforme, non propone miglioramenti graduali, non accetta nessun tipo di compromesso, ma vuole l’abolizione immediata della schiavitù; chiede ai quaccheri di liberare gli schiavi, di risarcirli, di rinunciare a tutti i profitti che traggono dal loro lavoro. Rediker pone l’attenzione sul fatto che questa richiesta fosse percepita come una minaccia senz’altro economica, ma anche esistenziale e simbolica, capace di mettere in dubbio e rivoluzionare lo status quo.
Tra i suoi tanti gesti di protesta, ce n’è uno particolarmente emblematico, messo in atto durante l’Assemblea annuale di Philadelphia del 1738. Servendosi di succo di bacche e profezie apocalittiche, Lay fa “sanguinare” la Bibbia in maniera teatrale: «i presenti sussultarono vedendo il fiotto di liquido scarlatto che gli scorreva lungo il braccio; molte donne svennero. Nello shock generale, Benjamin asperse con il “sangue” le teste e i corpi dei proprietari di schiavi, ai quali profetizzò un futuro violento e oscuro: i quaccheri che non avessero prestato ascolto all’avvertimento del profeta sarebbero andati incontro alla morte fisica, morale e spirituale».
Rediker, grande esperto di storia “dal basso”, si serve ancora una volta di una prospettiva marginale e marginalizzata per rivelare le strutture del potere e per entrare nelle maglie dei grandi avvenimenti. La sua prosa è tesa, appassionata e spesso empatica, narrativa, tanto che il saggio si legge come fosse un romanzo, e al contempo sostenuta da un’architettura documentaria solida, corredata anche da un ricco e prezioso apparato iconografico.
Visto che non è un racconto d’avventura, alla fine Benjamin Lay ne esce sconfitto: non fonda movimenti di massa, non vince battaglie nell’immediato, muore povero e malato il 3 febbraio 1759 o, come riporta il registro delle sepolture di quell’anno «lunedì, il 7 del secondo mese». Non vede la fine della schiavitù, non viene celebrato neanche dalla storiografia, che lo dimentica, lo rende una macchietta caricaturale. Ma Rediker ci restituisce tutta la grandezza della sua figura, l’importanza della sua lotta per l’abolizionismo, il suo spessore umano e il suo esempio, da seguire anche nel nostro presente. Il ritratto di Lay che capeggia sulla copertina di elèuthera è più fedele dell’immagine quieta e vagamente bucolica che ne dà William Williams, un artista locale al quale la moglie di Benjamin Franklin aveva commissionato il ritratto per far sì che il marito avesse un ricordo dell’amico: Marco Lorenzetti infatti nella sua rielaborazione è riuscito a cogliere l’espressione arcigna e irremovibile di questo Davide atlantico, capace di sfidare il Golia della sua società, che ancora oggi ci chiama con forza alla disobbedienza civile.