Giovanni Aversente
pubblicato 4 anni fa in Letteratura

La cecità della solitudine collettiva e la lezione di Saramago

La cecità della solitudine collettiva e la lezione di Saramago

Ciò che è diverso fa sempre tanta paura. Sembra quasi che la diversità sia un attacco minaccioso, un’imminente disboscamento della nostra esistenza. Sono innumerevoli gli atteggiamenti di prevenzione con lo scopo di sterilizzare il contatto con ideali diversi, opposti ma non per questo peggiori, della nostra tradizione. E un aspetto endemico di queste comunità è il rigurgito verso una pesante solitudine. Verrebbe quasi da dire una solitudine collettiva, quella risultante da tutte le paure singole e dal misto di diffidenza e rabbia. Non ci stupisce se ci si rintana attorno ai pilastri della propria anima, ognuno senza uscire da quel perimetro, ed anzi impegnato a vomitare costruzioni di muri di cemento armato per tener lontano il mondo “di fuori”. Nemmeno a cercare di guardare cosa il diverso potrebbe offrire, quali ingredienti regalarci dal confronto/scontro e miscelarli a quelli del paniere della nostra esperienza. Si traduce la diversità in un virus da cui vaccinarsi con iniezioni di solitudine. Quella che fa regredire, rassegnare, disperare: una malattia di cui il singolo soffre spesso, ma un’epidemia di cui la collettività dovrebbe farne a meno.

Il grande José Saramago si è immaginato una società di ciechi nel suo racconto non a caso intitolato “Cecità”. D’improvviso la popolazione nel suo racconto per un assurdo motivo cade in una epidemia che contagia tutti, e colpisce gli occhi. Rende chiunque cieco. Tutti tranne che una donna, che diventerà la guida per suo marito, fino a vestirsi da leader involontario di un gruppo di persone. L’unica ad avere lo sguardo sul presente, a vedere oltre i ricordi accartocciati nella propria anima, ad avere tatto con la realtà e a comunicarvi, a fare da timone in una società regredita allo stato primitivo, governata dalla disperazione dei ciechi. Una donna; per loro però, l’unica salvezza fatta di occhi. I ciechi invece, hanno lo sguardo nel passato, nuotano nei ricordi datati al giorno in cui la cecità li ha colpiti e orientano tutti i loro gesti in base al disegno del mondo delle cose, che per anni hanno imparato a stamparsi in testa come poster sui muri: per coricarsi bisogna cercare un letto, e per riconoscerlo basta sapere che forma ha il materasso, e cercarlo col tatto; per urinare basta riprendere il disegno disgustoso dell’odore acre e putrido dei bagni inservibili, magari quelli dell’autogrill o di una bettola poco elegante, e cercarli con l’odore col naso.

Tutti si trovano loro malgrado rintanati nella solitudine del loro passato, con l’unico muro rappresentato dalla patina bianca adagiata sulla loro vista che impedisce il confronto con la realtà. Guardano per il tramite della donna, ma non tutti, solo quei pochi fortunati col privilegio di fare numero nel privé di quella compagnia ristretta, capace di comportarsi per quanto possibile come gente “con vista”, dividendosi gli occhi della donna, il suo sguardo. Affidando la loro sopravvivenza alla sua guida.

Oggi forse, questa storia potrebbe aiutarci. Saramago ha lasciato un libro spalancato ad interpretazioni varie e nel contenuto possiamo vederci tanti rimandi alla nostra vita, e tanti insegnamenti. Forse potremmo incastrarci anche quello che oggi, l’altro rappresenta, sia esso straniero o uguale a noi ma straniero per noi. A lui potremmo assegnargli questo o quell’altro personaggio del libro: il diverso potrebbe essere la donna che salva, accompagnandoci nella sala della realtà e farci scoprire la diversità della sua anima, delle sue problematiche, per togliere quei poster dai muri della nostra anima e bruciare i pregiudizi che sono le fondamenta dei muri. Noi, che spesso siamo ciechi per scelta e non vediamo le esigenze del diverso che potrebbero essere la soluzione alla solitudine egoista, all’epidemia di quella collettiva, alla rassegnazione di diventare comunità, quella vera, che si rigenera integrando. Oppure il diverso potrebbe essere l’insieme di tutti i ciechi, di chi non ha vista o ha perso la speranza di averla. La vista potremmo essere noi, essere la guida ai loro sogni e alla speranza di realizzarli. Ma per farlo bisogna avere tatto dei tre sintomi dell’epidemia della solitudine collettiva: avere consapevolezza che forse il nostro territorio e il momento in cui lo abitiamo non appartengono al privé del mondo, o anche se fosse perché non aprirlo a chi non ha occhi per vederlo? Poi, avere la forza di togliere quei pregiudizi spesso sbagliati incollati dentro, che si sorreggono con la rabbia, e avere il coraggio di osservare prima di giudicare chi, di diverso ha solo la storia, la provenienza. E infine avere cognizione in cosa potrebbe sfociare tutto questo: in una società regredita e primitiva governata dalla disperazione dei ciechi, come nel libro.

Ma noi forse

non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo. Ciechi che, pur vedendo, non vedono (J. Saramago, Cecità).

Articolo a cura di Giovanni Aversente