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pubblicato 3 ore fa in Recensioni

Le antenate ribelli di Alexandra Lapierre

Le antenate ribelli di Alexandra Lapierre

Nelle biografie storiche di Alexandra Lapierre c’è una costante: la tenace lotta delle donne per affermare la propria identità in un mondo che non le contemplava. Dalla sofisticata Belle Greene alla ribelle Miles Franklin, dalla visionaria Artemisia Gentileschi fino alla seducente spia Marija Zakrevskaja e alla conquistadora dei mari Isabel Barreto, le sue protagoniste sembrano uscire da un romanzo d’avventura, eppure sono esistite davvero.

Queste biografie, imperniate su anni di ricerche meticolose e archivi attraversati come terre inesplorate, sono autentiche operazioni di giustizia narrativa, restituiscono voce e complessità a figure rimaste troppo a lungo nell’ombra della storia ufficiale. Sono donne che hanno osato e che hanno scelto la libertà quando non era nemmeno immaginabile. Lapierre le ritrae così: poliedriche, passionali, libere e combattive. Donne che non si lasciano raccontare con facilità  ma che, una volta incontrate, sono impossibili da dimenticare, figure che per molti hanno abitato le pieghe della memoria collettiva senza mai entrarvi davvero. Alcune hanno vissuto sotto pseudonimo, altre sono state schiacciate dall’ombra dell’uomo che avevano accanto, altre ancora hanno bruciato le proprie tracce per timore che il mondo scoprisse ciò che non era pronto ad accettare. Sono esistenze vissute in codice, in fuga o in silenzio, che Alexandra Lapierre riporta alla luce con la risolutezza di un’investigatrice e la sensibilità di una narratrice.

Tra le figure più magnetiche riscoperte da Alexandra Lapierre spicca Belle da Costa Greene (e/o 2021, trad. di Alberto Bracci Testasecca), protagonista di una storia che sembra uscita da un romanzo proibito dell’America di inizio Novecento. Nata in una famiglia afroamericana e figlia di un noto attivista per i diritti civili, Belle scelse di fare l’impensabile: cancellò le proprie origini e si reinventò come donna bianca, unica via possibile per entrare in un mondo rigidamente razzista che altrimenti l’avrebbe respinta. Con intuito infallibile per i manoscritti rari, Belle si muove disinvolta in ambienti popolati da uomini potenti e diventa direttrice della leggendaria biblioteca di J.P. Morgan, di cui fu collaboratrice fidata, mente strategica e confidente. Nel mondo delle aste internazionali nessuno poteva competere con lei: elegante e inafferrabile, Belle era rispettata e temuta. Ma dietro quel fascino impeccabile c’era una donna fragile, sospesa tra due identità, quella delle sue radici e quella che aveva costruito per sopravvivere e affermarsi. Il suo vero mondo, però, non era né l’uno né l’altro, era la cultura. E proprio per proteggere quella identità fragile e realizzata con tanta abilità, alla sua morte Belle compì l’ultimo gesto estremo: fece bruciare ogni documento personale, lettere, diari e articoli. Nulla doveva sopravvivere che potesse tradire il suo segreto. Una vita dilaniata da una verità inconfessabile, un’esistenza vissuta nella penombra tra mistero e genialità, un percorso che incarna alla perfezione l’idea di self-made woman. La sua storia riecheggia ancora oggi, scritta in un’epoca in cui il crearsi un’identità oltre i dogmi e gli schemi imposti dalla società era del tutto impensabile. Un tempo in cui le donne erano costrette a scegliere se piegarsi a una realtà oppressiva o trovare a qualunque costo un modo per starci dentro senza tradire sé stesse. Belle, in fondo, è riuscita a fare entrambe le cose, senza mai venire meno alla sua dignità e restando una donna libera fino all’ultimo respiro.

Un’altra straordinaria eroina descritta da Alexandra Lapierre è Stella Miles Franklin (e/o 2025, trad. di Alberto Bracci Testasecca), scrittrice australiana dei primi anni del Novecento. Spirito indomabile e misterioso, Miles Franklin fu libera e risoluta fin da bambina, con un’unica certezza: non avrebbe mai vissuto all’ombra di un uomo. Non voleva essere moglie, né madre. Voleva essere sé stessa e nient’altro. Amava visceralmente i libri e la scrittura, e il suo sogno era diventare scrittrice. Le prime versioni del suo romanzo La mia brillante carriera non ottennero l’attenzione che meritavano, ma Miles non vacillò, perché sapeva che la sua vocazione era quella, e che la scrittura sarebbe stata la sua unica bussola. Questa scelta la portò lontano dalla sua terra d’origine, che non sentiva mai veramente affine al suo animo, fatta eccezione per i paesaggi spettacolari e le praterie sconfinate che avevano nutrito la sua immaginazione.

In America, Miles intraprese una vita da vera avventuriera. Si dedicò con passione alla causa femminista, arrivando perfino a fingersi una domestica per scrivere un coraggioso reportage d’inchiesta sulle condizioni delle donne di servizio. Partì per l’Europa allo scoppio della Prima guerra mondiale e si arruolò per prestare servizio in un ospedale da campo sulle montagne dei Balcani. Il suo primo romanzo, La mia brillante carriera, ispirato alle sue esperienze familiari, vide la luce a Edimburgo grazie all’intercessione del poeta Henry Lawson. Come Belle Greene custodiva un’identità nascosta, anche Miles Franklin portava con sé un segreto: scriveva soltanto sotto pseudonimi. Il più celebre era Brent of Bin Bin, con cui pubblicò numerosi romanzi storici ispirati alle sue avventure per il mondo. Nel 1936 ricevette l’S.H. Prior Memorial Prize e, per sua volontà, nacque il Miles Franklin Literary Award, oggi il riconoscimento letterario più prestigioso d’Australia, che premia ogni anno il miglior romanzo capace di raccontare l’essenza della vita australiana. Stella Miles Franklin è stata una donna d’azione, anticonformista fino al midollo, fedele alla sua massima più celebre: «Una donna non è all’altezza finché non ha osato».

Miles Franklin ci insegna che si può cambiare un destino non conforme al proprio animo, e si può dire no alle aspettative sociali e ai ruoli stereotipati; che la vera vocazione, autentica e non quella dettata dalle mode del momento, è un richiamo profondo. E soprattutto, ci ricorda che non esiste un solo modo di essere donna: si può viaggiare, rischiare, sbagliare, cambiare paese e perfino nome, e continuare a restare irriducibilmente fedeli a sé stesse.

Incarnazione assoluta della vita a qualunque costo è anche Marija Zakrevskaja, detta Mura, nata alla fine dell’Ottocento in una delle famiglie più aristocratiche della Russia zarista. Mura è una di quelle figure che sfidano ogni definizione: donna dalle mille facce, capace di attraversare epoche e rivoluzioni senza mai smarrire la propria identità mutante. È stata un’aristocratica raffinata, la passione segreta di un agente britannico, la fedele musa di Maksim Gor’kij, suo mentore fino alla fine, e la compagna dello scrittore H.G. Wells. Fu accusata di essere bugiarda e manipolatrice, marchiata come spia e, per questo, finì in carcere per ben tre volte. I russi la seguivano per le sue relazioni con gli inglesi e viceversa. Tutti la sorvegliavano, ma nessuno la capiva davvero. Eppure, ciò che la tenne in vita non fu la protezione di nessun uomo potente, ma una qualità che Alexandra Lapierre mette al centro del suo ritratto, ovvero la capacità di adattarsi e di reinventarsi costantemente, senza mai soccombere alla realtà. Unita a un’intelligenza formidabile e a un coraggio quasi incosciente, questa dote le permise di sopravvivere a rivoluzioni, doppi giochi, amori impossibili e misteri inconfessabili. Per ricostruire la sua storia, Lapierre ha dovuto inseguire le sue tracce per ben tre anni di ricerche nelle biblioteche e negli archivi di mezzo mondo tra Oriente e Occidente, scavando a fondo per risalire alle radici della sua storia. Ne è nata una biografia che riproduce fedelmente la sua natura poliedrica: una donna «dalle cinque vite», come recita il romanzo, impossibile da incasellare in un’unica versione di sé.

Anche la vita dell’avventuriera Isabel Barreto di Siviglia, moglie dell’esploratore dei mari Álvaro de Mendaña, fu al centro delle ricerche di Alexandra Lapierre. Isabel compì un gesto impensabile per una donna del suo tempo: alla morte del marito assunse il comando della spedizione nelle terre ancora inesplorate del Pacifico. Fu la prima donna a comandare una spedizione navale e a percorrere rotte inesplorate. Lapierre ricostruisce la sua vicenda in La regina dei mari (trad. it. di Lorenzo Vetta, Il Saggiatore, 2014), restituendo a Isabel Barreto il posto che merita, quello di una donna capace di affrontare oceani con la stessa determinazione, se non maggiore, dei più celebri navigatori della sua epoca.

Infine, l’ultima delle donne prese in analisi tra i romanzi di Lapierre è Artemisia Gentileschi (e/o 2025, trad. Doriana Comerlati), artista italiana del XVII secolo, figlia del pittore Orazio Gentileschi. Quella di Alexandra Lapierre è una ricostruzione storica minuziosa, frutto di cinque anni di ricerche, intrecciata a una narrazione romanzata ma sempre guidata da una rigorosa fedeltà agli eventi. Lapierre ci racconta del rapporto tormentato tra Artemisia e suo padre, un uomo geloso del talento e della bellezza della figlia, che tuttavia decide di affidarla come allieva al pittore Agostino Tassi. Un incontro destinato a segnare per sempre la vita privata e artistica della giovane: Tassi la violenta, e da quell’evento scaturisce il celebre processo per stupro del 1612. Lapierre ne ricostruisce ogni dettaglio con precisione documentaria, restituendo tutta la brutalità di uno dei procedimenti giudiziari più crudeli dell’epoca. Sarà a Firenze che Artemisia potrà trovare ciò che veramente desiderava, la libertà di esprimere la sua arte. Dipinge opere potenti in cui emerge il riflesso delle sue ferite, ma anche della sua forza e del coraggio di una donna finalmente consapevole del proprio valore. Alexandra Lapierre non è l’unica scrittrice a far rivivere Artemisia: un’altra grande autrice, Anna Banti, aveva già intrecciato alla vita della pittrice la propria sensibilità narrativa. L’Artemisia di Anna Banti prende forma come un dialogo intimo tra due donne: la scrittrice e la pittrice. Nel romanzo, Artemisia diventa lo specchio dell’autrice, dei suoi pensieri, delle sue fragilità e dei suoi giudizi; Banti non resta fuori dalla storia ma vi entra con decisione, intrecciando la propria voce a quella della protagonista e instaurando con lei un confronto vivo, quasi confessionale. Nel romanzo, realtà e finzione si intrecciano fino a diventare un vero diario intimistico, dove la scrittura assume un tono profondo, confidenziale e come segreto. L’autrice inizia la narrazione fingendo che nel 1944 un bombardamento abbia distrutto il manoscritto del libro riguardante la vita di Artemisia.

Sotto le macerie di casa mia ho perduto Artemisia, la mia compagna di tre secoli fa, che respirava adagio, coricata da me su cento pagine di scritto.

Anna Banti dialoga con Artemisia mentre cammina tra le rovine bombardate di Firenze, per poi uscire da quel paesaggio distrutto e condurre il lettore nei luoghi della vita della pittrice. Artemisia di Alexandra Lapierre è una ricostruzione romanzata, ma rigorosamente fondata su basi storiche. L’autrice si mette in disparte, lasciando che siano le fonti a guidare il racconto e dando spazio a dialoghi e ai fatti documentati dalle sue ricerche. È proprio in questo equilibrio tra documentazione e finzione che risiede la forza del libro: nel far rivivere una donna spesso marginalizzata, rendendola finalmente unica protagonista della propria storia. Così Alexandra Lapierre segue, illumina e ricompone come un puzzle la vita di queste donne straordinarie, ricordandoci che il passato non è mai immobile. Conoscerlo significa imparare a guardarci dentro e saper riconoscere che, nonostante le epoche, viviamo tutti la stessa grande storia: una storia in cui è sorprendentemente facile ritrovarsi, anche attraverso i secoli.

di Maria Angelica Frasca