“Maddi oltre il confine” di Edurne Portela
scaglie di pietra, vite attraversate, storia restituita
L’incontro con Maddi è immediato, quasi fisico. La vediamo arrivare pedalando a rotta di collo, mentre si lascia alle spalle lavori umili, miseria e gli sguardi giudicanti di chi, in paese, l’ha criticata e marchiata per il suo divorzio. In quel movimento iniziale è già inscritta la sua traiettoria interiore: fuga, decisione, attraversamento. Maddi imbocca la strada di una nuova vita creando finalmente qualcosa che le appartenga davvero, un progetto non delegato, non imposto. Con determinazione apre una locanda ai piedi del monte Larrún, in un punto strategico al confine tra Spagna e Francia, nel cuore della zona basca, insieme all’amico di sempre Louis, il barbiere del paese. È l’inizio di un’esistenza autonoma dove si intrecciano libertà e responsabilità e dove il “mettersi in proprio”, anche dalla vita, coincide con una possibilità concreta di rinascita. Nel sistemare le proprie cose in questa nuova dimora per il proprio essere, con lo sguardo costantemente attratto dall’ingresso del locale, tra premura e vigilanza, Maddi riflette sui documenti che la definiscono. La carta d’identità fissa un’immagine, un istante cristallizzato, e la vita procede come scarto, mutamento, apertura al possibile. Attraversare un confine, geografico o simbolico, significa trovare la forza di andare oltre ciò che è stato scritto su di noi. Come suggerisce Gloria Anzaldúa, la frontiera non è soltanto una linea di separazione tra il sicuro e il pericoloso, ma uno spazio instabile di transizione, in cui identità e possibilità si contaminano e il limite stesso diventa segno di libertà.
È qui che Maddi si colloca: confine tra Stati, certo, ma anche soglia interiore e sociale, tra norme, giudizi e responsabilità. Donna di confine perché divorziata, osservata con sospetto dalla comunità e respinta dai sacramenti della Chiesa, trasforma l’albergo in un luogo di protezione, un rifugio, senza proclami né retorica eroica.
Il romanzo prende avvio da una documentazione storica rigorosa seppur frammentaria. María Josefa Sansberro, figura reale a cui Maddi si ispira, gestì negli anni Trenta del Novecento una pensione e partecipò a reti clandestine che salvarono prima spagnoli in fuga dalla guerra civile e poi francesi, in particolare ebrei, dalla Francia occupata. Portela integra questa materia fragile attraverso quello che lei stessa, in un’intervista, definisce un esercizio di «immaginazione etica»: colma i vuoti con credibilità e restituisce voce a questa donna senza tradirla.
Con un’umiltà creativa rara, l’autrice riconosce inoltre che la Maddi che leggiamo è solo una delle possibili ricostruzioni; altre potrebbero emergere dagli stessi documenti e forse la Maddi reale, se potesse parlare, ne riconoscerebbe solo alcuni tratti. Portela lavora «spazzolando la storia contropelo», nel desiderio che il presente si riempia di ciò che la storia ufficiale ha sepolto, offrendo alle esistenze negate un riparo simbolico, quella tomba che in vita non hanno avuto.
Maddi divorzia, adotta un bambino abbandonato all’uscio della pensione, vive ai margini delle convenzioni sociali. È una donna fatta di scaglie di pietra, indurita dalla vita ma mai dura con chi si affida a lei. La sua osservazione attenta trasforma il territorio in conoscenza: «Potrei prevedere il corso della guerra senza leggere i giornali, mi basterebbe osservare le persone che passano di qui e dove vanno». Corpi, sguardi, direzioni, movimenti diventano una lingua che Maddi sa decifrare. La frontiera è il suo giornale: un testo vivo che racconta storie destinate a restare fuori dalla cronaca ufficiale, codici silenziosi leggibili solo da chi sa osservarli.
Alla resistenza Maddi partecipa in modo immediato, quasi istintivo. I gesti quotidiani, il contrabbando, la cura del territorio diventano strumenti morali. Lenzuola stese in un certo modo, animali spostati nei pascoli, dettagli apparentemente insignificanti diventano grammatica di salvezza. Il contrabbando, inoltre, garantisce entrate economiche indispensabili quando i nazisti occupano l’albergo, interrompendo l’afflusso dei turisti e trasformando lo spazio di autonomia e rinascita in un centro di comando strategico. È proprio in quel luogo che la donna aveva creato come rifugio che irrompe violentemente la Storia, imponendosi senza preavviso. Eppure, anche allora, Maddi continua a mantenerlo come spazio di protezione. Luoghi quotidiani e marginali come la stalla e il cortile si caricano di una funzione straordinaria: sotto gli escrementi delle galline si celano nascondigli invisibili. Ciò che appare feccia diventa salvezza. E mentre l’occupazione tedesca è sempre più invasiva, Maddi continua a muoversi come figura liminale, laterale ma decisiva, affine ad altre donne dimenticate della Resistenza europea, eroine per necessità morale.
Per una donna animata da un così forte impegno etico, il silenzio è una strategia di sopravvivenza. Maddi vive in un luogo in cui ogni parola può tradire e in cui il giudizio sociale pesa quanto la violenza armata. I momenti in cui “parla con Dio” non assumono la forma della preghiera convenzionale, sono spazi intimi in cui una donna costantemente vigile può finalmente abbassare la guardia. Intanto la guerra penetra nelle pieghe della quotidianità: l’orologio regolato sull’ora tedesca, il controllo del confine, la pressione continua dei nazisti sono rivelatori. La comunità, incapace di cogliere ciò che accade sotto la superficie, la giudica collaborazionista, solo perché ospita e serve l’occupante, mentre Maddi continua i suoi «lavoretti segreti» trasformando l’ordinario in strumento di salvezza.
Quando tuttavia la storia precipita, con l’arresto, il convoglio, la deportazione verso la Germania, il registro narrativo di questo romanzo-ricostruzione muta bruscamente. La cesura è netta e coerente con la logica storica: esistenze apparentemente ordinarie spezzate in un istante. Qui la scrittura si affida a un’immaginazione più generalizzata, dialogando con la memorialistica novecentesca; la novità della prima parte si attenua ma l’orrore si amplifica per contrasto. L’acqua pura contro la sete assoluta dei deportati, l’aria aperta contro l’aria viziata tra persone stipate, la luce delle montagne contro la semioscurità del vagone evocano la perdita senza indugiare in dettagli già consegnati dalle testimonianze dei sopravvissuti. Questa sezione, intensa e rispettosa, finisce tuttavia per rimandare il lettore dove Maddi esiste pienamente come soggetto attivo, ossia nella zona basca di confine, e la scrittura di Portela si fa più originale, il territorio diventa pensiero narrativo.
La scelta della prima persona, talvolta forse troppo lucida nella parte interamente immaginata della deportazione, risulta coerente con l’intento dell’autrice: restituire un “io” possibile a chi non ha mai potuto costruirlo. Maddi oltre il confine (Voland 2025, nella traduzione elegante e partecipata di Giulia Di Filippo) non si configura come un monumento ma come un gesto di ascolto e di responsabilità. È un invito a fermarsi, osservare, riconoscere che la Storia passa anzitutto attraverso vite laterali, silenziose e al contempo ostinatamente presenti. In un’epoca in cui i testimoni si fanno sempre più rari e la rimozione appare spesso più comoda della memoria, il romanzo di Portela si impone non solo come ricostruzione storica ma come ponte fragile e necessario tra ciò che è stato e ciò che rischierebbe di andare perduto. Come ha scritto Czesław Miłosz, «non ricordare significa rinunciare al futuro»: Portela ci invita allora a salire su quella «zattera» che continua a muoversi grazie alla conoscenza e alla coscienza del nostro passato.