“Marty Supreme” di Josh Safdie
l’incubo americano
1952, New York. Marty Mauser (Timothée Chalamet) è un giovane commesso che lavora in un negozio di scarpe con il sogno di diventare il migliore giocatore professionista di ping-pong. Ed è disposto davvero a qualsiasi cosa per raggiungere questo traguardo. In questa frenetica scalata verso il successo, da un torneo all’altro, da un imprevisto all’altro, emergono i complicati rapporti umani con i personaggi che ruotano intorno al protagonista – le rocambolesche vicende sono ispirate dalla vita reale di Marty Reisman, eccentrico giocatore professionista di ping-pong. Da New York a Londra, da Parigi a Tokyo, la storia prende corpo: le movimentate partite, i sotterfugi, le manipolazioni e i crimini, la marcata presenza della cultura ebraica, il volto del capitalismo e il braccio dell’espansionismo statunitense.
Nonostante la sua apparente centralità il ping-pong non è il fulcro della narrazione, è solo un mezzo. Crea tensione, movimento, agonismo. Il tavolo rettangolare è un alibi per descrivere un tragitto, quello verso l’egoistica e ossessiva realizzazione personale. Safdie ha l’abilità di avvolgere lo spettatore in un’esperienza totale e costruisce dei personaggi che potrebbero viaggiare autonomamente per la loro strada, in un’altra e solitaria storia. Rachel (Odeassa A’zion), amica d’infanzia di Marty, è una donna che lavora sodo e tra le mura domestiche deve sopportare un contesto da incubo a causa di un marito bifolco; Kay (Gwyneth Paltrow) è una famosa attrice portata ormai sulla via del tramonto dal sistema, Ezra (Abel Ferrara) è la rappresentazione newyorkese della criminalità organizzata, Wally (Tyler, the Creator) è un eccentrico tassista con il vizio del gioco d’azzardo e Rockwell (Kevin O’Leary) è il magnate di wellesiana memoria – per essere più chiari, alla Charles Foster Kane.
L’efficacia narrativa di Marty Supreme è anche questa, lo spettacolo funziona perché tutti i personaggi che calpestano il palcoscenico riescono a restituire una loro storia passata con accenni stilistici e poche battute di dialogo. A prima vista potrebbe sembrare la solita pellicola sportiva statunitense, con il racconto di una persona umile che a costo di rinunce e sacrifici riesce a toccare la vetta, ma non è questo il caso. Marty è un personaggio detestabile.
La pellicola di Safdie naviga in un fiume di riferimenti cinematografici, dove i costumi restituiscono un’atmosfera che insinua nella memoria C’era una volta in America (Once Upon a Time in America, 1984) di Sergio Leone o Quei bravi ragazzi (Goodfellas, 1990) di Martin Scorsese. E il ritmo musicale forsennato e la martellante ossessione rievocano, per alcuni aspetti, altre opere più recenti come Il cigno nero (Black Swan, 2010) di Darren Aronofsky o Whiplash (Damien Chazelle, 2014); e, come in quest’ultimo esempio, la musica gioca un ruolo fondamentale. Forever Young (Alphaville), Everybody Wants To Rule The World (Tears for Fears), I Have the Touch (Peter Gabriel) o Blue Monday (New Order) sono una schiera di brani degli anni Ottanta che si uniscono a regola d’arte con l’immagine visiva e lo stile degli anni Cinquanta, scandendo il montaggio e alzando la tensione delle scene.
Egoista, manipolatore, egocentrico, affabulatore, esibizionista. Marty Mauser è l’emblema di un’ambizione tossica, che corrode. Un’ossessione spasmodica che si fa strada attraverso le menzogne, l’accecante individualismo e l’ipocrisia. È il “sogno americano” che, questa volta, si sgretolato pezzo dopo pezzo. Marty con la sua continua ricerca del successo e della supremazia brucia tutto ciò che ha intorno, comprese le persone che tengono a lui. Ogni tentativo prende l’affilata forma di un fallimento ed è proprio questa la prospettiva che sembra adottare Safdie attraverso la narrazione. A differenza del racconto collettivo che la società vuole insinuare, la fatica, il sacrificio, l’ossessione e il talento non sembrano garantire il successo senza l’umiliazione, la corruzione e il compromesso. Marty non è un vincente, è talmente sfacciato e arrogante da non rendersene conto e di conseguenza cade nella trappola della sua stessa menzogna. Non sembra una vittima, lui vuole recitare consapevolmente in quel teatrino costituito dal denaro, dall’effimero successo e dalle grandiose campagne pubblicitarie/imprenditoriali. E infatti, viene letteralmente umiliato e preso a sculacciate dall’incarnazione del capitalismo: così eterno, così vampiresco. E a questo proposito, bisogna sottolineare l’importanza visiva che prende il denaro – le banconote – nelle scene. Sono onnipresenti: la ricerca di dollari, dall’inizio alla fine, per i voli aerei, per gli hotel, per i tornei. Tutto gravita intorno al denaro: si conta avidamente tra le mani, si prende in prestito, si ottiene in cambio di gioelli, si raddoppia con le scommesse, si cerca attraverso la ricompensa per un cane; il denaro sembra essere l’unica chiave per aprire la porta della gloria.
Eppure lo spettatore, in fondo, non riesce a non tifare per Marty. Il regista, in una pulsante e continua contraddizione, riesce a costruire il difficile passato del protagonista, nel popolare Lower East Side di New York, con esigui dettagli. I tagli e le cicatrici sul viso di Marty – aggiunte al trucco sull’attore Timothée Chalamet –, i dialoghi con sua madre sull’abitazione in cui vive e quelli sul passato con Wally o la vorace ricerca di denaro (per chi sembra conosce realmente la miseria) sono solo alcuni frammenti che aiutano, per certi versi, ad assorbire il motivo per cui Marty è così sfacciato, odioso e accecato dall’obiettivo, e che potrebbero innalzare un fragilissimo ponte empatico tra di lui e lo spettatore. La mania e l’ossessione di manifestare incessantemente a tutti il proprio valore diventa, quasi per rassegnazione, quella di dimostrare qualcosa a sé stessi. È il perfetto equilibro degli elementi a determinare il risultato finale di un’opera. Elementi complessi da categorizzare e da definire singolarmente, ma che uniti riescono a creare qualcosa di prodigioso, che ti incollano allo schermo e ti trasportano nelle vicende. Marty Supreme è una pellicola densa, dinamica. Non è un’abusata narrazione del sogno americano ma di un incubo, un percorso di trasformazione da cui non si può scappare e da cui bisogna lasciarsi trasportare accettandone le profonde contraddizioni e debolezze, reali e umane. Non si può negare, pellicole come questa sono uno dei motivi per cui è meraviglioso sedersi sulle poltrone di una sala e godersi lo spettacolo.