Marius Ghencea
pubblicato 3 mesi fa in Letteratura

Michail Prišvin, “Ginseng”

Michail Prišvin, “Ginseng”

Non capita spesso di prendere un libro in mano e avere la mente limpida, sgombra da ogni accenno di aspettative riguardo il testo in cui ci stiamo addentrando; sarebbe necessario spogliare le vesti dell’attesa e lentamente procedere come in un cammino di formazione, lasciarci trasportare dal flusso di una narrazione come in una fiaba. Il libro di cui sto per scrivere è proprio uno di questi: per l’occidentale l’abbandono del pensiero dell’occidente. Durante la Rivoluzione del 1917 lo scrittore russo di nome Michail Prišvin si tenne in disparte dagli eventi tragici e rimase al margine della vita letteraria sino alla sua morte avvenuta nel 1954. La sua peculiarità è che, con disinvoltura, ha saputo cogliere il kairos del pensiero orientale; il lettore si trova di fronte a un russo che scrive un libro cinese.

A iniziare  la traccia di Ginseng (Adelphi, 1979) e del suo misterioso percorso è un protagonista che narra in prima persona della sua fuga dall’esercito dove il combattimento gli era divenuto insostenibile.

Senza sapere dove andare, costui varca la frontiera, arriva nel territorio della Manciuria dove lo attendono fiori grandi e rossi come falò e fiumi che scorrono tra i carpini. Il cerchio della sua esperienza si svolge nella tajgà (oggi riserva naturale di Baykal-Lena sulla costa occidentale del lago Baikal, nel sud della Siberia) insieme a Lu-Wen, un ex cacciatore che vive come solo gli antichi cinesi insegnano: sentire lo spirituale nella pratica con il soggetto, la comunione dell’io con l’anima, affinché si instauri un’armonia con la natura dell’uomo-animale. Così, in una dorata solitudine, il protagonista e il suo maestro attraversano varie fasi e vagano alla ricerca della radice della vita, il jen-shen, dalle virtù toniche e afrodisiache; andando avanti nella lettura è fortuito l’incontro con una ragazza cinese, in realtà una cerva pomellata che spesso lascia allontanare, ma il cui spirito egli ritrova sempre. Sarà Chua-Lu – in cinese vuol dire cervo-fiore – a liberargli la mente e trasportarlo sull’antico letto di un fiume verso un’altra valle e fargli riscoprire un diverso equilibrio di pensiero tranquillo e di silenzio creativo, a curarsi della sua terribile consunzione.

E una volta ancora capì l’indispensabilità di quel nome: cervo-fiore; e pensai con gioia che molte migliaia di anni addietro un poeta dal viso giallo, ora completamente sconosciuto, trovatosi dinanzi a quegli occhi, li aveva visti come dei fiori; e adesso io, un uomo dal viso bianco, li vedevo pure come dei fiori; era anche una gioia che non fossi solo e che al mondo esistano delle cose indiscutibili.

Una lettura attenta può forse svelarci qualcosa in più riguardo questa ricerca, che è il sentore taoista che tocca verità profonde, forse inesplorate dimensioni, in una profusione di immagini offerte al lettore dalle mani di un russo sbarcato nel pensiero cinese. Il profumo delle sue pagine ha a che fare, come le contraddizioni del bambino, con le luccicanti e ondulanti pagine de Le mille e una notte. Un libro, la cui radice collega i suoi simboli: cervo e farfalla per esempio, e non certo per la bellezza dei colori, ma per l’aratro come materia disponendo la sua percezione.

Una cosa che non mi era mai successa: tante di quelle farfalle, da udirne il fruscio nell’aria notturna. Fossi stato in buona salute, normale, non avrei dato a quel fruscio nessun significato speciale: il fruscio della vita, era! Adesso che sono trascorsi molti anni, e che ne ho passate di tante, penso che non sia il dolore a farci comprendere sino in fondo la vita degli altri – ma la gioia: che il dolore è come un aratro, esso non fa che rivoltare lo strato superiore e rivelarci la possibilità di nuove forze vitali.

Quest’opera di Prišvin dall’inizio alla fine, come da un versante all’altro, la si raccoglie come un fiore miracoloso: ma bisogna attendere, si sa; la sua radice è sotterrata nella terra, ma non si può per questo dissotterrare lo stelo dell’essere. Con presenza e umiltà bisogna attendere la proporzione armoniosa di ogni singolo gesto e non denudarne, spiega l’autore, la radice segreta, perché sarebbe privare di protezione il principio stesso della vita umana. Ricorrere alla parola e farla apparire ad uno stato brado, nudo.

Mantenere questo principio vuol dire avere coscienza pura, cioè sentire col cuore e non con la mente, come nei testi dei mistici. Prišvin prova reverenza verso il senso etimologico della parola ginseng, appunto “radice di vita”. Leggendo questo libro unico è, per dirlo con le sue parole, come se tornassimo a quell’impresa cui si dedicavano i nostri selvaggi antenati, all’alba della civiltà: addomesticare le fiere.

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