Giovanni Campagnoli
pubblicato 6 anni fa in Letteratura \ Recensioni

Niente è vero, tutto è possibile. Avventure nella Russia moderna

di Peter Pomerantsev

Niente è vero, tutto è possibile. Avventure nella Russia moderna

Nel racconto di Sartre “Il muro” il lettore si imbatte nell’interrogativo su cosa possa significare, da un punto di vista prettamente metafisico, il muro. Lo scrittore francese proietta la condizione esistenziale cardine del proprio pensiero su una struttura edilizia; designandogli un senso di angoscia, di morte. Ma il muro può indurre ad un’altra forma di pensiero: nell’osservarlo l’occhio è indotto a fantasticare sulle possibilità che vi si celano oltre; quali mondi vengano velati dal cemento armato. Stati d’animo che non troveranno difficoltà a essere riscontrati nel più celebre muro che il XX secolo abbia conosciuto: il muro di Berlino. Se per molti “narratori” del punto di vista occidentale della metà del novecento il muro altro non era che la delimitazione del confine tra bene e male, dove altro non ci fosse che la “mortale” trappola socialista, per altri quella struttura lunga centosei chilometri ed alta più tre metri, designava un senso di ignoto, di sconosciuto.

Peter Pomerantsev con il suo libro Niente è vero tutto è possibile (Minimum Fax, 2018) è pronto a soddisfare le richieste di questi, e forse dare credito a qualche punto di vista occidentale che non vedeva nell’URSS il paradiso terrestre. L’inchiesta giornalistica svolta da Pomerantsev offre la possibilità al lettore di scoprire come la Russia, attraverso la caduta del muro, abbia recepito la cultura occidentale e cosa abbia offerto a questa. Figlio di esuli russi londinesi, documentarista televisivo presso la compagnia televisiva TNT – la più importante rete di comunicazione nazionale russa -, Pomerantsev è testimone diretto delle logiche volgari del potere politico russo post URSS: come queste abbiano infettato l’intera nazione e il ruolo che la TNT svolge in questa operazione di filtrazione del pensiero del Presidente – appellativo con cui Pomerantsev indica Vladimir Putin.

Attraverso l’importazione di un sistema prettamente anglofilo, la Russia scopre le “sorprendenti” potenzialità che una rete televisiva possa giocare nel delicato ruolo di perpetuazione e conservazione del potere. Se nell’epoca comunista i continuatori di un potere autocratico trovarono la realizzazione del loro dominio attraverso il terrore e uno spasmodico controllo della burocrazia, la complicata sfida post perestrojka a cui il Cremlino era, per necessità storica, chiamata fu questa: come protrarre e perdurare il potere autocratico in un processo d’occidentalizzazione. La televisione fu la risposta. La realtà apparve così rispondere alle esigenze delle telecamere di TNT – costantemente controllate dal Cremlino -, permettendo la riuscita del discorso narrativo voluto dal Presidente: una spettacolarizzazione della politica ridotta a puro intrattenimento sterile, la visione nazionale di attentati terroristici ai danni di Mosca che si rivelano farse studiate, spot pubblicitari che suggeriscono bisogni che il consumatore non avverte, reality show di matrice statunitense inclinano adolescenti russi a farsi sedurre dal potere attrattivo del il sogno “americano” importato: arrivismo sociale, guadagno privo di sforzo, paranoico controllo del sé sul piano estetico.

Dunque parrà conseguenziale scoprire come mafiosi dell’ex Urss si reinventino registi mediocri, ragazze prive di qualsiasi attitudine, con un passato rurale, scoprirsi Escort senza riguardi o modelle “drogate” dal mondo delle passerelle che sentono così distante; da ex militanti comunisti che ridisegnano la propria immagine negli ambienti statali corrotti attraverso ragioni neocapitaliste: disposti a tutto pur di far accrescere il proprio conto estero svizzero. Questa spaventosa antinomia è uno dei massimi interrogativi per Pomerantsev: come sia possibile abbracciare un’ideologia tanto diversa e farla propria in così celere tempo, dissociando il proprio passato senza titubanze o perplessità. Un quesito posto più volte; con risposte che, seppur intrinseche d’un inquietante cinismo, rivelano laceranti verità sul popolo russo:

No! Le cose non stanno così. Sai, si possono parlare diversi linguaggi allo stesso tempo. Era come se ci fossero diverse versioni di ognuno di noi (p.258).

Recita un famoso proverbio russo: “E il popolo rimase zitto”. Non sarà dunque un problema adattarsi alle forme che il “mondo nuovo” propone. Immagini diverse si susseguono, da più d’un secolo, attecchendo ad un contenuto che difficilmente troverebbe corrispondenza. Il dramma della Russia consiste proprio in questo: non in una transazione così rapida da un sistema comunista a quello capitalista; bensì l’assenza d’un fondo culturale pronto a sostenere un senso d’appartenenza che sembra essere assente. La mancanza d’ un passato che pare non essere mai stato vissuto: la difficoltà di poter spezzare il binomio padrone-popolo. Verrà semplice dedurre come il Presidente altro non sia che il proseguimento di un disegno politico che ha visto come massimi interpreti figure quali Stalin, Lelin, Nicola II, Pietro il Grande. Il muro una volta abbattuto era pronto ad accogliere valori democratici che da più di due secoli s’invocano in Russia: l’occidente prometteva libertà, ha offerto gli strumenti per affinare una dittatura dai caratteri postmoderni:

È come se loro fossero in grado di stabilire la realtà, ti senti mancare la terra sotto i piedi (p.168).

Nietzsche nel Il crepuscolo degli idoli affermava “come il mondo vero finì per diventare una favola”, ed un’espressione del genere sembra definire con cosa la Russia si sia confrontata all’alba del nuovo millennio: le grandi narrazioni del XIX e del XX sono state “affogate” dal sangue scaturito dagli atroci conflitti bellici che hanno visto L’Europa e non solo, diretta protagonista. Venendo a meno l’URSS e il marxismo come ultima forma narrativa, la Russia s’è vista pronta ad accogliere i precetti che il postmodernismo offre: la “verità” cede il posto all’“utilità”. La riflessione risponde a impulsi di carattere esclusivamente economico; non ha importanza sapere se ciò che osservo ha una sua valenza, una sua veridicità: Il vero quesito non è “è vero?” ma “ha valore?”:

l’impossibilità della verità e il fatto che ogni cosa sia simulacrum e simulacram (p.103).

La simulazione prende il sopravvento. La realtà subisce continue reinterpretazioni dettate dalle esigenze del tempo definendo ossimori che, anziché contraddirla, le conferiscono autenticità. La favola si tramuta un racconto dell’orrore. Così il crollo del muro lo si può leggere come l’alzamento del sipario: lo spettacolo diretto dalla TNT vede attori selezionati accuratamente dal Cremlino, con una macabra sceneggiatura che risponde alla mano del Presidente. C’è da domandarsi se chi aveva stimolo e curiosità verso quell’oltre recinto da una barriera che scandiva il mondo in due realtà ben distinte, ne sia rimasto appagato; certo non avrà conosciuto noia.

E cosa offre la “nuova” Russia all’ovest? Come recepiscono l’Europa e L’America le novità di un paese “democratizzato”, dove importanti uomini d’affari sono pronti a definirsi un ruolo di tutto prestigio al tavolo del libero mercato? Attraverso l’analisi di magnati senza scrupoli quali Roman Abramovic e Boris Berezovskij, scopriamo che, attraverso cospicui investimenti esteri ed esportazioni dei propri capitali, il “virus” della corruzione russa conosce terreno fertile in luoghi lontani da San Pietroburgo. Azioni imprenditoriali russe d’un’impronta pragmatica, che vedono l’utile come il solo fine – una dialettica sorretta da un’impalcatura di pensiero freddo e senza esitazioni – s’installano nei centri nevralgici occidentali dove si svolgono le partite dei capitali finanziari; portando così la disonestà nella sfera pubblica ed economica a livelli vertiginosi.
Eppure certe inchieste che portano a galla scandali tanto scabrosi quanto raccapriccianti, non sono sufficienti a demolire una realtà politica e culturale che il Cremlino, attraverso la mediazione di TNT, tiene con sicurezza in pugno:

[…] una televisione in cui i fantocci parlano con ologrammi e sono entrambi convinti di essere reali, dove niente è vero e tutto è possibile (p,304).

Se uno dei massimi imperativi della Rivoluzione russa recitava “Tutto il potere ai Soviet!”, a fronte della lucida e scandalosa disamina svolta da Pomerantsev, verrà deduttivo replicare, a più di cento anni di distanza:

Tutto il potere a TNT!

 

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