Leonardo Ostuni
pubblicato 2 mesi fa in Letteratura

Ragazzi di vita

Ragazzi di vita

Il romanzo Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini, pubblicato nel 1955 dall’editore Garzanti, è ambientato nella Roma del secondo dopoguerra. I protagonisti del suo racconto provengono dalle borgate, luoghi che l’autore stesso ha conosciuto durante la sua esperienza romana.

La storia raccontata inizia in medias res con la presentazione del protagonista, il Riccetto, caratterizzato da una certa duplicità d’essere: da un lato il suo adeguarsi al contesto di violenza dell’ambiente in cui vive, dall’altro la sua genuinità e purezza d’animo quasi incontaminate.
Un episodio legato alla sua fase di formazione è quello in cui, durante una gita con gli amici, rischia la vita gettandosi nelle acque del Tevere per salvare una rondine in procinto di affogare: questo gesto denota la grande sensibilità posseduta dal ragazzo, che questi tenta costantemente di nascondere.

Vi è poi un salto temporale di circa sei anni: il Riccetto lavora con il Caciotta per conto di un tappezziere di via dei Volsci, e conosce altri compagni di malaffare. È con loro che il Riccetto, dopo aver passato una notte a Villa Borghese, scopre la mattina seguente di essere stato derubato: sprovvisto di denaro mangia alla mensa di alcuni frati e, in preda alla disperazione, commette vari furti. Successivamente il Riccetto rimane affascinato dalla figura di Amerigo, giovane ribelle che lo trascina in una bisca clandestina. Intuita la pericolosità della situazione, il protagonista decide di fuggire anche per l’arrivo della polizia, che arresta Amerigo e Caciotta. Consapevole della necessità di una svolta positiva nella sua vita, il Riccetto e il suo amico di infanzia, il Lenzetta, frequentano un anziano signore e le sue figlie: sarà proprio una di queste ragazze a diventare la compagna del Riccetto. Il sentimento di responsabilità nei confronti di questa donna spinge il protagonista a riprendere in mano la sua vita e a ricominciare a lavorare. Tutto sembra volgere per il meglio, fino a quando non viene arrestato per un crimine non commesso. Tre anni dopo, scontata la pena, frequentando i suoi cugini scopre le condizioni disagiate che la sua famiglia è costretta a vivere dopo il crollo della scuola pubblica. Adeguatosi ormai al mondo individualista borghese, svolge la funzione di manovale presso una ditta di Ponte Mammolo e, di fronte all’annegamento del povero Genesio nel fiume Aniene, rimane del tutto indifferente.


La narrazione è fortemente realistica nel delineare il mondo della più bassa classe sociale nella Roma del secondo dopoguerra. Come sosteneva lo psicologo statunitense Jerome Bruner, «la finzione letteraria, pur prendendo le mosse dal familiare, ha lo scopo di superarlo per addentrarsi nel regno del possibile e di quel che potrebbe essere in futuro». È con questa affermazione che è possibile cogliere l’intento di Pasolini, ovvero quello di raccontare uno squarcio di Roma: i personaggi si esprimono in romanesco puro, purché letterario, senza censure o traduzioni. È l’immaginazione di Pasolini ad animare l’intera vicenda, una particolare commistione di immaginario e reale: gli eventi nascono da un’osservazione diretta dei sobborghi di Roma che l’autore ha potuto vivere in prima persona. Quella di Pasolini è una maniera di narrare lucida e concreta: a mo’ di indagine sociologica, coerentemente con le sue ricerche teoriche, lo scrittore descrive una città abbandonata a sé stessa dove i lavori di ristrutturazione vengono effettuati solo in tempi di elezioni, la gioventù non è valorizzata, la vita della povera gente è affidata al caso e i giovani sono senza futuro. Per questo motivo Ragazzi di vita è un ritratto non vero, perché pur sempre di un romanzo si tratta, ma senz’altro verosimile.

Il desiderio di Pasolini di fotografare la realtà è evidente soprattutto nelle descrizioni delle abitazioni e delle vie romane:

La porta della casa di Alduccio era semiaperta, e la luce accesa. S’una sedia stava seduta la sorella; in piedi, in fondo alla cucina tutta in disordine, la madre ancora gridava. I piatti sul secchiaio erano da lavare, per terra era tutto pieno di zozzerie, e sul tavolo, sotto la luce della lampadina, che faceva luccicare il bagnato, c’erano ancora due o tre pezzi di pane, una scodella sporca e un coltello.

Attraverso la lettura del testo, ci appare subito evidente la capacità dell’autore bolognese di rendere straordinari, unici e irripetibili eventi in realtà ordinari, semplici e ripetitivi, che compongono la vita del Riccetto e dei suoi amici. Ogni avvenimento viene inizialmente presentato come parte delle abitudini quotidiane dei ragazzi, ma viene poi stravolto da eventi improvvisi che cambiano il verificarsi delle cose. Un esempio lampante è quello della morte di Genesio, che stravolge la vita dei suoi fratellini, ora più soli di prima:

Genesio ormai non resisteva più, povero ragazzino, e sbatteva in disordine le braccia, ma sempre senza chiedere aiuto. Ogni tanto affondava sotto il pelo della corrente e poi risortiva un poco più in basso; finalmente quand’era già quasi vicino al ponte, dove la corrente si rompeva e schiumeggiava sugli scogli, andò sotto per l’ultima volta, senza un grido, e si vide solo ancora per poco affiorare la sua testina nera. […] Si sentivano da sotto il ponte Borgo Antico e Mariuccio che urlavano e piangevano, Mariuccio sempre stringendosi contro il petto la canottiera e i calzoncini di Genesio.

La reazione del Riccetto di fronte agli imprevisti della vita è profondamente emblematica: sembra quasi non accorgersi delle trasformazioni che coinvolgono la sua persona e il mondo che lo circonda, viene ormai risucchiato dal vortice del consumismo borghese, che mette da parte la criticità dell’individuo e soffoca l’arbitrarietà dell’uomo nel compimento delle sue scelte. Di fronte agli imprevisti, dunque, il Riccetto non è mai intenzionato a risolverli e cerca sempre di arginarli, per esempio ignorandoli, ricadendo nelle solite cattive abitudini. La congiuntivizzazione di cui parla Bruner non è perciò applicabile in questo contesto: l’intento dell’autore è delineare l’impossibilità di una svolta permanente nell’esistenza di questi personaggi.

Il Riccetto sembra quasi non avere sensibilità: lo scopriamo a tratti nostalgico soltanto della sua infanzia, ma niente più di questo:

Tra Ponte Sisto e Ponte Garibaldi, non passava più quasi nessuno, e il Riccetto si ricordava di quand’era ragazzino, subito dopo finita la guerra, quello che succedeva lì. […] Il Riccetto quella sera stava lì mica per combinare qualcosa, ma per passare il tempo, in vena di rievocazioni.

Poche lacrime per la morte di sua madre, un ghigno per la morte di Amerigo, l’indifferenza per quella di Genesio. Un personaggio che peggiora sempre più, diventando schivo e solitario. Non c’è positività nel romanzo, non c’è cambiamento. Quella del Riccetto è una vita sempre uguale e disperata, che lancia un messaggio di rassegnazione e per questo non ci sembra possibile immaginarla in altra maniera. Probabilmente l’unico barlume di speranza ci è fornito da Genesio, risoluto nella volontà di salvare sua madre dalla violenza del padre e di proteggere i suoi fratelli, e dai suoi fratellini stessi, commossi per la morte di Genesio e sinceramente affezionati gli uni agli altri.

L’uso pasoliniano del romanesco rappresenta un unicum nella letteratura italiana del tempo: per questo motivo l’opera è stata più volte criticata, oltre che censurata. Ma nonostante ciò il romanzo è ancora oggi letto, studiato e, peraltro, rappresentato sulla scena teatrale italiana.

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