Federica Ceccarelli
pubblicato 9 mesi fa in Recensioni

Tra cicale e alberi di carambola: “Città fantasma” di Kevin Chen

Tra cicale e alberi di carambola: “Città fantasma” di Kevin Chen

Un tempo raccontava tutti i sogni alla mamma, che li interpretava con un sistema tutto suo, decretando se gli oggetti e i personaggi che comparivano erano fausti o funesti. A-bú, la madre di sua madre, oltre a un intero repertorio di incantesimi, ha trasmesso alla propria figlia un metodo complicato di interpretazione dei sogni, che nessuno ha mai trascritto, viene tramandato oralmente. La lettura avviene sulla scorta dei ricordi, dell’intuito, delle sensazioni del momento. I serpenti preannunciano la nascita di una femmina, i fiori quella di un maschio. Se sogni l’acqua, meglio non mettersi in viaggio. Sognare qualcuno che muore porta soldi, sognare i fantasmi porta un matrimonio fortunato, gli alberi sono presagio di malattia grave.

È bello essere un fantasma? Io dico di sì.

Da viva ero completamente inaridita. La pelle come un deserto, le unghie come rocce, sterpi al posto dei capelli. Ora mi accoccolo in mezzo al muschio, dormo dentro i muri della mia vecchia casa che trasudano umidità, mi rotolo nei pantani. Niente è più piacevole della mota dopo un temporale estivo, dell’acqua che si mescola alla terra. Non so se esiste un paradiso dopo la morte. Il mio paradiso è il fango.

Taiwan è solitamente citata in occasione di esercitazioni militari e conflitti geopolitici, tanto che raramente se ne parla per altri motivi. Eppure è una terra bellissima, avvolta da una natura rigogliosa; a Taiwan si mangia benissimo e la gente è molto cordiale; la storia di Taiwan è una stratificazione di occupazioni e flussi migratori; Taiwan è anche la casa di un panorama letterario incredibilmente creativo e vivace, che ha acquisito particolare slancio in seguito alla fine della legge marziale (1987). A Taipei c’è una libreria aperta 24h al giorno, un’animata bookstore street e un’infinità di piccole librerie con annessa caffetteria. Insomma, a Taiwan i libri sono una cosa seria.

Tra gli autori contemporanei più letti e attivi c’è Kevin Chen (Chen Sihong); il suo romanzo Città fantasma, pubblicato nel 2019 e vincitore del Taiwan Literature Award nel 2020, è stato appena tradotto dal cinese da Silvia Pozzi per Edizioni e/o, con una splendida copertina disegnata da Ginevra Rapisardi. 

Città fantasma è un romanzo difficile da definire. Dal punto di vista del contenuto, è un racconto familiare intenso e struggente. Le storie dei Chen si intrecciano tra loro, nelle dinamiche particolari e oscure di una comunità rurale dove tutti si conoscono e dove non esistono posti sicuri per i segreti. La narrazione si apre sul rientro a Taiwan nel giorno della Festa degli Spiriti dell’esule Tien-hung, scrittore appena scarcerato, che ricostruisce a posteriori le vicissitudini e le inquietudini della sua famiglia, in particolare dei sette figli, cinque sorelle e due fratelli. C’è Chen Shu-mei, la primogenita, intrappolata in una vita e un matrimonio mediocri e insoddisfacenti. Chen Shu-li, impiegata all’anagrafe e appassionata di libri, attanagliata dal senso di colpa per le conseguenze di un evento passato. Chen Shu-c’hing, sposata con un conduttore televisivo, che vive a Taipei in un appartamento di lusso e paga a caro prezzo questa nuova vita apparentemente perfetta. Chen Su-chieh, moglie di un ricco imprenditore nel settore di biscotti, accecata dall’invidia per la sorella minore. Chen Man-mei, l’ultima delle sorelle, incredibilmente bella e morta prematuramente. Chen Tien-yi, il primo figlio maschio lungamente desiderato, sindaco di Yongjing. Chen Tien-hung, detto il Piccolo, l’ultimogenito, incarcerato in Germania per l’omicidio del compagno T. Attorno a loro, una pluralità vivida di altre figure affascinanti; attraverso questa coralità di personaggi, il lettore apprende pian piano la verità sui segreti che affliggono la famiglia Chen, come una matassa che si dipana pagina dopo pagina.

Il romanzo di Kevin Chen non è solo una saga familiare intricata e appassionante, ma anche una brillante (e complessa) prova di stile. Città fantasma è raccontato da un’infinità di punti di vista diversi, in un vorticoso susseguirsi e scambiarsi di voci narranti per tutta la durata del romanzo. Questo incessante gioco di specchi provoca un effetto duplice e apparentemente contraddittorio: da un lato, frammenta la narrazione in una molteplicità di prospettive che disorientano e conturbano il lettore; dall’altro, è proprio grazie a questo contrappunto di voci vive e morte che scopriamo la verità più intime sulle esperienze dei personaggi. Anche il genere è difficilmente categorizzabile, oscillando tra la saga familiare, il noir e i riferimenti storici. Unitamente a tutto questo, Kevin Chen inserisce parole in dialetto taiwanese e riferimenti specifici alla cultura dell’isola. Insomma, tradurre l’atmosfera onirica e lo stile particolare di Città fantasma non dev’essere stato semplice.

Le relazioni intricate e torbide tra i personaggi permettono di riflettere sull’eterno discorso delle dinamiche familiari e della vita nelle piccole comunità. Attraverso la figura centrale del Piccolo, Chen si inserisce nel topos della migrazione e dello spaesamento che attanaglia coloro che vivono per molti anni lontani dal loro paese, una tematica che ha una sua tradizione tanto nella letteratura cinese quanto in quella occidentale, di cui l’autore è un grande conoscitore. A questo si intreccia l’elemento queer che segna le sorti del Piccolo e dei personaggi attorno a lui, in una sovrapposizione di ricerca dell’identità sessuale e del proprio spazio nel mondo. Attorno alle vite individuali dei personaggi si intravedono le trasformazioni sociali di Taiwan e la natura rigogliosa dell’isola.

Chiudiamo brevemente sul concetto di fantasma (in cinese 鬼 gui), una parola carica di connotazioni e significati impossibili da rendere in italiano. I fantasmi del cinese non hanno un carattere malvagio o spaventoso, non sono ospiti sgraditi. Piuttosto, somigliano a spiriti che animano le cose. Il luogo fantasma di cui parla Chen, la sua Yongjing immaginaria, è un posto animato dagli spiriti che l’hanno abitato. E anche questo libro è un po’ così, infestato e animato.