Silvia Castellani
pubblicato 2 ore fa in Recensioni

“Una questione di famiglia” di Claire Lynch

la vita possibile

“Una questione di famiglia” di Claire Lynch

Era agosto quando Dawn si è accorta che non era né per il taglio di capelli né per le cose di cui parlava che Hazel le piaceva tanto. Era per il modo in cui l’atmosfera cambiava quando c’era lei.

Nel 1982, a Dawn la vita sembra esserle capitata addosso, senza chiederle il permesso: ha ventitré anni, una figlia di quattro, Maggie, e un marito, Henry, che tutti chiamano Heron, un uomo ordinario, remissivo, che accetta persino un nome che non gli appartiene.

Poi per caso una mattina come tante, in un mercatino parrocchiale, incontra Hazel: un volto nuovo, una ragazza più libera, una «miniera di storie». Un episodio insignificante, apparentemente trascurabile ma sufficiente a spostare qualcosa in lei, impercettibilmente. In quell’incontro affiora una verità che Dawn non aveva ancora riconosciuto e che ormai non può più ignorare: la possibilità di essere altro, altrove, di inseguire la felicità senza accontentarsi dei baci «innocui» di Heron.

Quella stessa promessa di felicità, però, ha un prezzo che non è ancora in grado di immaginare perché è convinta, con una tenerezza disarmante, di aver sposato un uomo buono, comprensivo – e in effetti Heron lo è, finché non si trova di fronte a una realtà per lui inaccettabile: la moglie lo sta lasciando per una donna.

È qui che rivela la sua natura di inetto, di uomo che non riesce mai davvero a scegliere e che si limita a seguire la traiettoria degli eventi. Quando gli avvocati gli propongono di richiedere la custodia di Maggie, Heron acconsente, fa quello che gli viene consigliato perché è giusto secondo il sentire comune, e quindi anche secondo il suo. Diventa, così, il riflesso dell’atteggiamento diffuso, che spesso si fatica a riconoscere, di chi si dichiara tollerante finché non è chiamato a prendere posizione, finché qualcosa non lo riguarda.

Una questione di famiglia (Fazi, 2026, traduzione di Velia Februari), romanzo d’esordio di Claire Lynch, attraversa uno dei punti ciechi della fine del secondo Novecento britannico: un sistema giuridico segnato dall’omofobia sistemica, che ha trattato l’omosessualità come un problema, arrivando a giustificare la separazione di intere famiglie, di centinaia di madri dai propri figli, come afferma l’autrice nella nota in calce al romanzo: «Negli anni Ottanta nel Regno Unito, circa il novanta per cento delle madri omosessuali coinvolte in casi di divorzio come quello di Dawn e Heron persero la custodia legale dei figli».

Così Maggie cresce in una bugia, privata della figura materna, fino a diventare madre a sua volta, ritrovandosi in una vita che non ha davvero scelto. Un giorno, a casa del padre malato di cancro, mentre sistema vecchi documenti trova la sentenza con la quale la separarono da sua madre e scopre la menzogna di Heron.

La legge da sola come, quasi quaranta anni prima, aveva fatto la giovane Dawn:

È ampiamente risaputo che tali donne siano prive di naturale istinto materno. È nei migliori interessi della minore, dunque, che questo tribunale attribuisce la piena custodia, la cura e il controllo della figlia a Mr. Barnes. Molto probabilmente Mr. Barnes si risposerà. A quel punto la minore si troverà, anche agli occhi del mondo, a far parte di una famiglia perfettamente normale. Nessuno dovrà mai venire a conoscenza della perversione della madre.

Era il 1982, i giovani lottavano contro la guerra e le ingiustizie, gli Iron Maiden cantavano Run To The Hills e tutto sembrava muoversi, cambiare. Eppure, nelle aule dei tribunali, la vita privata di qualcuno diventava materia di giudizio; i magistrati si arrogavano il diritto di definire i confini stessi della maternità. Letta oggi la sentenza suona lontana, ingiusta. E invece ha poco più di quarant’anni.

Dopo Small: On Motherhoods, il memoir dedicato all‘esperienza di mettere su famiglia con sua moglie, Claire Lynch ricostruisce con lucidità e rigore un sistema che non lasciava spazio di manovra, che impediva ai figli di crescere con le proprie madri e finiva per dare forma legale a decisioni indifendibili, prive di ogni fondamento.

È in questo contesto che la dedica iniziale acquista senso – «A tutti coloro che si adoperano per dare il meglio di sé. È il massimo che possiate fare» –, come riconoscimento di un limite esterno, forse il più difficile da accettare: una sovrastruttura che decide in anticipo per alcune persone cosa è possibile e cosa non lo è. Non resta che muoversi entro confini già tracciati, imposti da chi ha stabilito a quali vite sia concesso spazio. Lynch riesce a mettere a nudo tutto questo.

Non a caso, nonostante uno stile sussurrato, che procede quasi per giustapposizione di immagini, dando l’impressione di sfogliare un mucchio di polaroid, le scene in tribunale si contrappongono come scatti in cui la luce mangia i contorni e incide la stampa. Le domande degli avvocati sui dettagli della sua vita sessuale e la consapevolezza di quella ragazza ventitreenne, che capisce che qualsiasi cosa dica potrà essere rigirata contro di lei, rendono queste pagine le più dure del romanzo e, allo stesso tempo, quelle in cui si coglie con maggiore chiarezza il lavoro dell’autrice sulla voce: una terza persona che resta aderente ai personaggi, appoggiata ai loro pensieri ma sempre distante, che costringe a confrontarsi da spettatori con la violenza della situazione, senza appigli.

Come afferma Mark Haddon, questo è un romanzo che «riesce a essere critico verso una cultura e un sistema e al tempo stesso compassionevole verso gli esseri umani messi l’uno contro l’altro all’interno di quel sistema». Ed è vero, nessun personaggio può essere pienamente assolto ma ognuno ha fatto il meglio che poteva.

Ecco allora che la scena finale arriva come un abbraccio consolatorio. Maggie conosce finalmente Dawn, la raggiunge nella casa in cui vive con Hazel, uno spazio domestico semplice, condiviso, in cui può essere accolta ed essere figlia finalmente consapevole:

“Che c’è? Perché ridi?”, domanda Dawn dal lavello voltandosi verso di lei. “Niente. Scusa”, risponde Maggie cercando di controllarsi. “È solo un’idea che mi è passata per la testa. Questo è l’enorme scandalo da cui il giudice voleva salvarmi”. “Ha fatto bene”, commenta Hazel. “È un’indecenza. Due sessantenni che lavano i piatti insieme”. “E con le pantofole uguali”, aggiunge Dawn.

In quella cucina non c’è nulla di straordinario ma è proprio la semplicità a restituire tutto ciò che era stato negato: la possibilità di esistere senza essere giudicate. Affiora qui una consapevolezza ancora più difficile da metabolizzare, quella di sapere che oggi, forse non sarebbe andata allo stesso modo, che madre e figlia non sarebbero state costrette a vivere separate.

Il presente impedisce alla storia di essere archiviata come passata, superata, perché il romanzo non si limita a raccontare ciò che è stato, ma porta a riflettere su ciò che può ancora accadere, su quanto quel sistema continui a sopravvivere in forme più sottili, meno visibili, ma non per questo meno oppressive.

Una questione di famiglia è un racconto che eccede il proprio tempo e ci mostra quanto fragile sia ancora oggi l’idea stessa di uguaglianza quando deve tradursi in decisioni e scontrarsi con le convenzioni sociali. Resta allora la necessità di continuare a interrogarsi e di agire, perché non è sufficiente che un diritto esista se non tutti possono esercitarlo.