Federico Musardo
pubblicato 4 ore fa in Storia

Mussolini il teratocefalo e la caricatura

Mussolini il teratocefalo e la caricatura

Sporgendo il capo, vide venire avanti tre o quattro ragazzacci che tiravano per la fune un grande busto del dittatore. Il busto, color bronzo, era in realtà di gesso dipinto, come si capiva da alcune sbocconcellature bianche prodotte dai rimbalzi che i tre ragazzi gli facevano fare sul selciato. Un piccolo uomo nero, la faccia divorata da un enorme paio di occhiali cerchiati di tartaruga, si voltò, dopo aver guardato il busto, verso Marcello e disse ridendo, in tono sentenzioso: “Sembrava bronzo, ma in realtà era volgare creta” (A. Moravia, Il conformista)

Nel ventennio fascista il volto di Mussolini era dappertutto: fotografie, busti, francobolli, manifesti, giornali e molti altri spazi – fisici e simbolici, come scuole, uffici pubblici e sedi del partito – obbligavano gli italiani alla contemplazione della sua figura. Lo racconta anche Calvino in un saggio eloquentemente intitolato I ritratti del Duce: «si può dire che i primi vent’anni della mia vita li ho passati con la faccia di Mussolini sempre in vista» (Gervasi 2022, p. 69).

L’Istituto Luce dal 1924 documentava e diffondeva immagini di un capo carismatico e instancabile che di volta in volta diventava un abile mietitore, un vigoroso operaio, un audace soldato, un uomo insomma forte e all’apparenza sempre virile. Eppure non tutti i sudditi del regime cedevano a questo presunto fascino. Attraverso la caricatura, per esempio, alcuni artisti e intellettuali hanno deformato i connotati di Mussolini per smascherarlo, fornendo rappresentazioni della realtà controverse e alternative che sono, allo stesso tempo, stilizzazioni soggettive e generalizzazioni stereotipate. La caricatura, uno strumento arguto per decifrare le dinamiche storiche, denuncia l’insofferenza e il dissenso diffuso, legittima le emozioni che non si lasciano censurare, sbugiarda la vacuità della retorica fascista. Interpretare una caricatura – e anche riderne – è un atto politico e sovversivo tanto quanto disegnarne una.

Il fascismo del resto, «oltre a un sistema rigido di regolamentazione e orientamento della vita emotiva, di manipolazione della mentalità e di formazione del comportamento, plasma e adotta anche una propria fisiognomica ufficiale» (Gervasi 2022, p. 31), e questa caratterizzazione vale sia per l’uomo e la donna fascista, eroici e spavaldi i primi, predestinate a una docile passività le seconde, sia per lo stesso Mussolini, l’idealtipo del perfetto fascista. Così lo descrive Ugo Ojetti in un intervento del 1921, anno dell’epifania parlamentare di un movimento ormai diventato partito:

«Il volto di sopra, dal naso in su; quello di sotto, bocca, mento, mascelle. Non v’è, tra i due, nessun nesso logico: ogni tanto, serrando le mandibole, spingendo innanzi il mento, corrugando le ciglia, Mussolini riesce ad imporre quel nesso ai due suoi mezzi volti, a conciliarli con uno sforzo di volontà, per un attimo. Gli occhi tondi e vicini, la fronte nuda e aperta, il naso breve e fremente, formano il suo volto mobile e romantico; l’altro, le labbra dritte, mandibole preminenti, mento quadrato, è il suo volto fisso, volontario, diciamo classico. Quando alza le sopracciglia, queste arrivano a formargli sul naso un angolo acuto da maschera giapponese, sarcastica e tragica. Quando invece le aggrotta, esse si dispongono in una netta linea orizzontale, e gli occhi scompaiono sotto le due arcate buie, e tra quella mezza calvizie e quel mento appare una maschera cupa e ferma che si può proprio dire napoleonica» (Gervasi 2022, p. 67).

Non proverò a tracciare una fenomenologia della caricatura mussoliniana né mi cimenterò in un’arzigogolata e velleitaria esegesi delle sue manifestazioni più iconiche, perché lo scopo di questa riflessione è più che altro, diciamo così, faceto.

Bisogna saper decodificare il sistema dei segni in cui viviamo e avere una certa fiducia nel prossimo per poter condividere le conclusioni di Pasolini sul conformismo dell’antifascismo, secondo cui il fascismo aveva cambiato volto e l’antifascismo tradizionale – che da questo punto di vista diventa quasi uno dei tanti -ismi invecchiati male – non aveva più ragione di esistere. Credo piuttosto, spero non democristianamente, che siano vere entrambe le constatazioni, cioè che ormai il fascismo – uso questa parola in un senso traslato e quindi improprio sul piano storico – abbia sfaccettature pressoché infinite e al contempo si ripresenti sempre, più o meno subdolo, sotto il segno della violenza, fisica o simbolica.

Prima di approdare alle vignette satiriche indugio un momento sulla caricatura verbale. Per quanto riguarda gli epiteti mussoliniani, parto da un nome affibbiatogli dal caricaturista Tono Zancanaro, autore di oltre duemila disegni contro Mussolini: «Gibbo», ovvero gobbo, deforme, una stortura non soltanto del corpo ma anche ideologica, un personaggio mostruoso che vive una serie di avventure tragicomiche – ad esempio, in un disegno del 1943 cavalca un povero destriero su cui gravano le sue natiche al vento (De Micheli 1976, p. 39). Il rapporto malsano tra fascismo e sessualità è al centro dei deliri stilistici del Mussolini di Carlo Emilio Gadda, evocato spesso attraverso il suo stile emotivamente dissacrante, come tra le pagine di Eros e Priapo, scritto con tutta probabilità dal 1944 al 1945, benché poi Gadda cercherà di anticiparne la data di stesura. Un pamphlet après coup, a cose fatte, dove lo scrittore per riferirsi a Mussolini, «il mascelluto» dal cranio «alopecico», concepisce epiteti e perifrasi esilaranti che stillano rabbia, frustrazione e rancore: «il vessillifero della spaghettifera patria co’ ‘a pommarola in coppa», «gaglioffo ipocalcico dalle gambe a roncola», «Somaro principe», «kuce», «imbianchino», «il Sozzo nostro», «Caino Giuda Maramaldo», «provolone imbischerito», «autoerotòmane», «teratocèfalo», «rachitoide babbeo», «Merda di cervellone Caino», «maccherone furioso», «Napoleone fesso», «sanguinolento porcello», «Scipione Africano del due di coppe», , «forlimpopolesco mascellone», «dittatore di scemenze», «Gran Cacchio», «parolaio-istrione», «provinciale saturo di sifilide e di furori blasfemi», «ex agitatore ed agitato sempiterno», «maschio maschione», «sanguinolenta jena», «Priapo Ottimo Massimo», «Predappioculo», «asino indomenicato al giro d’Italia», «Appiccata Carogna», «kuce Cacchio», «culone a cavallo», «bellone», «Gran Correggia del Nulla», «l’Impestato», «Nullapensante» e «Coglione» sono solo alcuni esempi.

Con la stessa vitalità lessicale decenni dopo Mussolini viene sbeffeggiato anche in un altro romanzo di stile, Horcynus Orca (1975), capolavoro di Stefano D’Arrigo, dove un calco bronzeo del dittatore di un tempo, «una grossa testa di pupo, fra nera e rossiccia, dall’occhiata inferocita, le labbrone a sprezzo e i mascellari muscolosi, come fosse un fassimile di quella di Rodomonte», viene dissacrato e ridotto a un pitale: «un boccazzaro come quello, pirdeu, che lui stesso si pisciava di sopra, chiacchierone fottuto, e si faceva da càntaro. Ora poi che gli piscia Cata, si scola da occhi, orecchi, narici e non solo di bocca: il mascherone, pirdeu, si sventa d’ammoniaca come un pisciatoio pubblico» (Gervasi, pp. 99-100).

«L’Asino», tra le riviste satiriche più sferzanti dell’epoca, ragliò contro il pensiero fascista soprattutto grazie a Gabriele Galantara – uno dei fondatori – e Giovanni Scalarini. Il fascismo della prima ora, da Mussolini ai suoi gerarchi, veniva così presentato agli smaliziati lettori sottoforma di caricatura.

In concomitanza con la marcia su Roma per esempio sulle colonne del giornale compare una piccola illustrazione accompagnata dalla frase «Sempre più in alto!», dove Mussolini viene ritratto con un ghigno malefico mentre issa in cima a un cumulo di teschi una bandiera tricolore con al centro un fascio littorio (Vallini 1970, p. 394). Questa macabra verticalità rimanda sia alle ambizioni sfrenate del dittatore sia alle crescenti violenze perpetrate ai danni degli oppositori.

Anche a parole sull’«Asino» ci si scagliava contro Mussolini e coloro che credevano alle menzogne, come testimonia un componimento eloquentemente intitolato Da villano a principe (1922), che termina con questi versi: «oggi è ormai giunto all’agognata meta, / è duce che non segue, ma precede, / Indossa il verde manto del Profeta / E fa manganellar chi a lui non crede. / Oh per la patria quanto, oh quanto amore / sente in petto costui! Non lo credete? / Aspira a divenire imperatore / e vi riuscirà presto: vedrete! / Di tanti ciarlatani invitta schiera / variopinti arlecchin, state tranquilli! / Costui apre a voi tutti una carriera: / viva l’imperator degl’imbecilli!» (Vallini 1970, p. 396).

Del resto già a questa altezza cronologica Mussolini è ovunque, tanto che, come si legge in un trafiletto sempre su «L’Asino», «non puoi comprare una scatola di cerini senza trovarci il ritratto di Mussolini sopra con lo sguardo napoleonico per quaranta centesimi, compreso il bollo». Allora si poteva ironizzare sull’onnipresenza del suo faccione, non senza un sentore di sospetto: «–Accidenti! Quanti ritratti del Duce! –Evidentemente è un uomo che “si ritratta” spesso» (Vallini 1970, p. 398).

Il radicale voltafaccia del dittatore era stato sulla bocca di tutti e aveva destato un grande scalpore, in particolare tra i suoi vecchi compagni di partito, e viene immortalato anche parecchi anni dopo il 1914, quando per il suo interventismo Mussolini era stato espulso dal PSI, in una vignetta intitolata Un incontro (1923). Rata Langa ritrae i profili di due Mussolini, quello di sinistra – pour cause – con un foulard rosso al collo e quello di destra in un elegante completo nero (Vallini 1970, p. 404).

Giunto il 1924 sul giornale fa capolino un Mussolini a forma di montagna a opera di Galantara. Il disegno, realizzato a partire dalle elezioni che si tennero il 6 aprile 1924, illustra causticamente che soltanto frotte e frotte di ratti avrebbero potuto ascendere quella montagna (De Micheli 1976, p. 18). Nell’animalizzazione del fascista medio sono impliciti i concetti di conformismo e imitazione, nonché una certa logica di gruppo.

Quelle elezioni si svolsero in un clima di intimidazioni, brogli e di violento condizionamento, come mostra la parata di bastoni nodosi al centro di un’illustrazione di Scalarini pubblicata sull’«Avanti» il 20 dicembre del 1923 (De Micheli 1976, p. 34). È interessante sottolineare che ancora una volta i fascisti rimangono anonimi, i loro volti sono al di fuori della scena, restano soltanto le braccia tese, le maniche nere e i pugni serrati intorno ai bastoni.

Rata Langa, anagramma di Galantara, raffigura lo stesso Mussolini come una creatura ibrida, metà uomo e metà piovra, mentre con un’espressione severa e un po’ spiritata si avvinghia intorno a una poltrona del Parlamento (De Micheli 1976, p. 22), in un disegno uscito il 12 ottobre 1924 sul settimanale «Il becco giallo».

Già tre anni prima nella vignetta Le bestie umane Guasta aveva rappresentato un leone accigliato che subisce una metamorfosi e si trasforma in un impettito e torvo Mussolini con una palma che diventa un oggetto ibrido tra clava e manganello, perché, come si legge su «Il travaso delle idee», «con buona pace del signor Darwin – Non tutti gli uomini discendono dalle scimmie» (Del Buono 1971, p. 19). E sempre su «Il becco giallo» una sequenza di vignette rimanda alle teorie evoluzionistiche, solo che si parte da Mussolini e si arriva alla scimmia. Un’altra caricatura iconica firmata Rata Langa, eloquentemente intitolata Lui, uscì l’anno seguente su «L’Asino». Ci ritroviamo i consueti tratti di Mussolini, più o meno gli stessi tracciati da Ojetti, gli occhi strabuzzati, fissi, aureolati da occhiaie nerissime sotto una fronte alta e senza sopracciglia, con una corona che cinge la testa e che, oltre naturalmente a richiamare l’immagine di un monarca dispotico, enfatizza la complicità che c’era allora, appena un anno dopo il delitto Matteotti, tra Mussolini e il re d’Italia Vittorio Emanuele III.

Sulla stessa rivista il 23 marzo del 1925 viene pubblicata una vignetta che raffigura un povero disegnatore controllato a vista da un prefetto mentre sta abbozzando un ritratto di Mussolini. La minaccia della sorveglianza lo spinge a lavorare di sottrazione, fino a quando del dittatore rimangono, per sineddoche, soltanto la bombetta, i guanti e le scarpe.

Le reazioni del partito resero via via più difficile la sopravvivenza del giornale che, tra un sequestro e l’altro, nella primavera dello stesso anno venne definitivamente messo a tacere, in un clima di minacce e intimidazioni alla redazione.

A margine di questa riflessione forse è curioso ricordare estemporaneamente che la storia della caricatura mussoliniana non finisce con la censura fascista, anzi: dal ’26 al ’45 le caricature contro il fascismo si sposteranno soprattutto all’estero, in concomitanza con le cosiddette leggi fascistissime, e continueranno a disegnare clandestinamente con una circolazione privata tra amici. È perlopiù dallo scoppio della seconda guerra mondiale che la stampa straniera si diverte a rappresentare il solito Mussolini più o meno ridicolo, spesso mettendo in luce la sua marginalità e impotenza sullo scacchiere geopolitico oppure la sua sottomissione economica e militare a Hitler. All’interno del volume La caricatura internazionale durante la Seconda guerra mondiale a cura di GEC la rassegna è sterminata (pp. 123, 129, 161, 169, 301).


Elenco delle opere citate, consultate, sfogliate e compulsate:
Oreste Del Buono, Eia, Eia, Eia, Alalà! La stampa italiana sotto il fascismo 1919/1943, Feltrinelli 1971.
Mario De Micheli, Contro il fascismo. Cinquant’anni di immagine satirico-politica nel mondo, Fabbri editori 1976.
Gec, Il Cesare di cartapesta. Mussolini nella caricatura, Grandi edizioni Vega 1945.
Carlo Emilio Gadda, Eros e Priapo, Adelphi 2016.
Paolo Gervasi, Brutti, furiosi e bestiali. Le caricature letterarie nell’Italia fascista, Carocci 2022 (con una bibliografia ricchissima sia sulla caricatura fascista che sulla caricatura tout court).
Edio Vallini, L’Asino è il popolo: utile, paziente e bastonato, di Podrecca e Galantara (1892/1925), Feltrinelli 1970.