Alessandro Foggetti
pubblicato 7 ore fa in Cinema e serie tv

Le città di pianura di Francesco Sossai

Le città di pianura di Francesco Sossai

La notte silenziosa, il paese desolato, una luce rossa che illumina un muro incrostato, delle finestre e un’auto accesa, una vecchia Jaguar rattoppata, ferma al semaforo con all’interno due uomini assopiti. La luce rossa diventa verde, la musica extradiegetica si ferma, un clacson suona e una voce narrante scandisce alcune parole: «C’è questa leggenda metropolitana nel nostro paese…». Le città di pianura (2025) di Francesco Sossai inizia così, con il racconto di una leggenda e un brusco risveglio. Le lontane speranze della vita e dei sogni sembrano essere interrotte dalla strombazzante e meccanica realtà.

Carlobianchi “Charliewhite” (Sergio Romano) e Doriano “Dori” (Pierpaolo Capovilla) sono due attempati e pittoreschi uomini sempre alla ricerca dell’ultima bevuta. Durante questa notturna e disperata caccia all’alcol, mentre aspettano il loro amico di ritorno dall’Argentina, decidono di partire alla volta di Venezia per trovare un locale aperto. In questa ricerca si imbattono nel giovane studente universitario Giulio “Julio” (Filippo Scotti) e da quel momento inizia un viaggio on the road nella pianura veneta tra malinconici ricordi e nuovi incontri.

Grotteschi e verosimili, bizzarri e cordiali, Carlobianchi e Doriano vivono giorno per giorno schiacciati dalla crisi e da un periodo storico in cui la ricerca di un briciolo di apparente felicità e spensieratezza diventa uno dei motivi per ricordare “il segreto del mondo”. Rivivere i bei tempi andati e farsi trascinare dalla nostalgia è la ninfa vitale per andare avanti tra un bicchiere e l’altro. E l’incontro con Giulio diventa il perfetto alibi per continuare a percorrere questa strada attraverso imperdibili racconti del passato e alleggerire il peso della quotidianità e della noia.

Come Bruno Cortona con Roberto Mariani nella pellicola Il sorpasso (Dino Risi, 1962), ecco che i due uomini carichi di esperienze cercano di “insegnare la vita” al timido e diligente studente Giulio – con una differenza sostanziale, in una battaglia tra ottimismo e pessimismo: nell’opera in bianco e nero l’Italia era nel suo “boom” economico, in quella a colori invece sta raccogliendo i cocci dell’ennesima crisi, concreta e attuale. Le città di pianura sembra omaggiare proprio quella commedia all’italiana, quella del riso amaro, della tagliente ironia, dei dialoghi in dialetto e che mette alla berlina tutti i difetti di un paese. I furtarelli, la crisi economica e la chiusura delle attività, il tornare a vivere dai genitori, lo spopolamento dei paesini, la distruzione di opere antiche per la costruzione di autostrade e la corruzione generale sono i temi che si muovono parallelamente sullo sfondo. «Non mi chiami Dottore, ho solo la terza media»; «Sono venuto in Italia prima che la distruggiate»; «Chi ha inventato il cocktail di gamberi? Qualche bollito degli anni Novanta»; «Aspetti un attimo, ma lei ha un accento meridionale, non ho parlato con lei al telefono» o «Ma non crescete mai voi altri? Siamo troppo vecchi per crescere» diventano delle battute di dialogo, insieme a molte altre, che continuano a essere sparpagliate durante tutto l’arco narrativo come delle briciole di pane da seguire.

Le carrellate, le panoramiche e i dettagli della macchina da presa trasformano i luoghi naturali e architettonici della pianura in protagonisti aggiuntivi. Ambienti sprizzanti di vita o abbandonati, paesaggi rurali, industriali o artistici – come la Tomba Brion di Carlo Scarpa, in una scena introspettiva dalle sottili influenze nipponiche – che si trasformano in qualcosa che va oltre il semplice sfondo. È il particolare che diventa universale, è la rappresentazione di un mondo, che sia «il vostro o quello di tutti?» non fa alcuna differenza.

In un’atmosfera alla Jim Jarmusch, con dei personaggi e delle vicende che richiamano le celebri pellicole di Mario Monicelli, Le città di pianura riesce a rappresentare uno spaccato della nostra società attraverso gli occhi di Carlobianchi e Dori. Due figure disincantate che si aggrappano al passato e ai piccoli piaceri per andare avanti e che sembrano diventare spettatori della vita degli altri, come nella scena del primo incontro con Giulio. Quest’ultimo sta avendo una conversazione, timida e riservata, con una ragazza e in secondo piano ecco “il gatto e la volpe”, che li ascoltano e scrutano i volti come un pubblico di fronte a un palcoscenico; però, questa volta, il pubblico diventa attore e decide di salire sul palco.

È un continuo narrare e raccontare: Giulio diventa l’elemento cardine per poter rivivere la giovinezza e la spensieratezza vissuta con l’esaltante figura di Eugenio “Genio” (Andrea Pennacchi), ma anche per riuscire finalmente a prendere coscienza dei periodi più complicati. Il film di Sossai assume le sembianze di unafiaba veneta contemporanea – compresa la ricerca di un tesoro – dove i bizzarri incontri, le leggende metropolitane e gli avvincenti aneddoti restituiscono una lucida panoramica sulla vita e sull’inesorabile scorrere del tempo. E dove un bicchiere di birra o un calice di vino, un paio di occhiali da sole, una sigaretta, un piatto di lumache o un gelato sembrano diventare elementi imprescindibile per comprendere “il segreto del mondo” e dell’esistenza.

«Nella fiaba gli oggetti agiscono come esseri viventi: da questo punto di vista li possiamo chiamare “personaggi”» (Vladimir Jakovlevič Propp, Morfologia della fiaba).

Le città di pianura di Francesco Sossai è un viaggio tra passato e presente, tra quello che era e che sarà. Una storia composta da personaggi verosimili, credibili, ma altrettanto assurdi che ruota intorno alla purezza dell’amicizia e all’importanza delle piccole cose in uno scenario passeggero e vulnerabile, come la vita. In un panorama cinematografico abitato soprattutto dallo sfarzo, dall’artificialità e dalle frivolezze, questa pellicola, nella sua struttura visiva granulare, reale e nostalgica, è una boccata d’aria fresca per il cinema italiano.