Qualche osservazione su “Sirāt” e “O que arde”
Ho visto Sirāt al cinema a inizio febbraio, attirata dal trailer enigmatico. Non conoscevo il regista franco-spagnolo Óliver Laxe, classe 1982, e forse anche per questo non potevo immaginare che cosa avrei visto durante le due ore di proiezione.
Sirāt si apre su un deserto che sarà protagonista e unico sfondo della storia. La trama è semplice, volutamente scarnificata: un padre (Sergi López) e un figlio arrivano a bordo di un’auto nel Marocco meridionale alla ricerca di Mar, figlia e sorella di cui non hanno notizie da mesi e che molto probabilmente sta partecipando a uno dei tanti rave che si svolgono nello sterminato deserto. Ma nel corso della narrazione si capisce che questa quête è solo un pretesto subito dimenticato: Sirāt – come si legge in un’indicazione del regista all’inizio della pellicola – è il ponte, più stretto di un capello e più affilato di una spada, che secondo la tradizione islamica unisce inferno e paradiso. Sarebbe facile quindi pensare a un viaggio di redenzione, a un passaggio tra le categorie sempiterne di bene e male, a un percorso di espiazione, ma non è così: il film è un’odissea straziante che non porta da nessuna parte. Si parte per trovare qualcosa e si perde tutto. Il regista lavora per sottrazione costruendo un film adrenalinico, che pone lo spettatore di fronte a una serie di interrogativi senza risposta. Óliver Laxe ti trascina nel deserto e poi ti lascia lì, senza guida, più spaesato di quando eri partito. I protagonisti, che si muovono su una screziatura apocalittica mai davvero esplicitata, suggerita solo da comunicati radio e camei di militari, non seguono un percorso lineare, si ritrovano abbandonati a sé stessi e al proprio destino.
Questa indeterminatezza può risultare frustrante a chi cerca soluzioni, immagini consolatorie, insegnamenti di vita; ragione per cui il film ha ricevuto una serie di recensioni e pareri negativi, al netto del Premio della giuria di Cannes e della candidatura alla Palma d’oro.
Quando qualche giorno fa ho scoperto che in un cinema vicino casa davano O que arde, dello stesso regista, uscito nel 2019 e mai distribuito in Italia, non ci ho pensato due volte e sono andata a vederlo. E ho fatto bene, dato che mi è piaciuto ancora di più.
Anche in questo caso tutto si costruisce attorno a un’assenza di risposte. Il protagonista, interpretato da Amador Arias, è Amador, un piromane che dopo la prigione torna a casa, nella sua Galizia – terra d’origine del regista –, da sua madre Benedicta, dal cane Luna e dalle loro vacche. Non sappiamo quando ha compiuto il crimine che ha appena finito di scontare, né come, né perché. Ma in fin dei conti non credo sia neanche così importante saperlo.
La quotidianità di Amador dopo il suo ritorno si svolge tra attese, gesti essenziali, sospesi in una realtà rurale dal tempo arcaico e dilatato, raccontato da alcune riprese con un campo lunghissimo sui boschi verdeggianti della Spagna nordoccidentale, natura che anche in questo caso non si limita a fare da sfondo ma si trasforma in un personaggio a tutti gli effetti. Dominatrice e non dominata, la natura nell’immaginario di questo regista è onnipresente: in Sirāt il deserto si rarefà e diventa anche spazio mentale, si presta come distesa matrigna a un attraversamento infinito; in O que arde invece le coordinate precise dei boschi maestosi e malati della Galizia si configurano come ambigui, pericolosi e affascinanti (anche per quei futuri turisti che secondo Amador non porterebbero nulla di buono).
La lenta sequenza iniziale mostra alcune ruspe che abbattono gli eucalipti in una notte profonda: il tutto sembra quasi un rito sacrificale, ipnotizza, perturba ed entra violentemente in collisione con l’inarrestabile incendio delle scene finali che suscita altre domande sulla colpa e sull’impossibilità di un perdono autentico. Ad apertura e chiusura Laxe ci proietta due modi antitetici di rappresentare la distruzione: non si capisce mai chi sia il capro espiatorio né il vero esecutore di questa ecatombe.
Il film si regge proprio sulla continua ambivalenza tra chi infetta ed è infettato, tra chi soffoca ed è soffocato, e una riflessione della madre di Amador sull’albero di eucalipto riesce a catturare tutta questa sofferenza umana, quel male di vivere montaliano che si riversa nel film, fino anche al «cavallo stramazzato» che compare sulla scena, epifania medianica mezza cieca.
I rapporti interpersonali, anche se a una prima occhiata possono sembrare marginali perché affrontati quasi sottotraccia, sono invece un tema centrale di entrambi i film. In Sirāt viene messa in scena una comunità temporanea, quasi accidentale, ma non per questo fragile. Nel viaggio insieme i personaggi, dei quali non verrà detto nulla, agiscono mossi da un certo senso di condivisione e di irregolare appartenenza. In O que arde non si trova il classico stereotipo della campagna idilliaca: a riaccogliere Amador c’è la madre, impersonata da Benedicta Sanchez – che, come il protagonista, non è un’attrice professionista –, con la sua tenace e amorevole presenza, una quieta accettazione (o forse rassegnazione) e il dignitoso coraggio di vivere. Oltre a lei e alle bestie infatti Amador trova un sistema chiuso, regolato da codici impliciti e da una memoria lunga: così, reietto, si trova contemporaneamente dentro e fuori la collettività, tollerato, osservato, mai davvero assolto; fa eccezione inizialmente Elena, veterinaria trasferita da poco che quindi non conosce il suo passato e pensa che la sua lunga assenza sia dovuta a un soggiorno all’estero. È l’unica che prova ad avvicinarsi davvero all’uomo: ripenso alla scena, di una dolcezza estrema, in cui i due parlano in auto, con Suzanne di Leonard Cohen in sottofondo, ai silenzi impacciati e alla lunga ripresa sulla vacca ferita che viaggia insieme a loro, sul retro, secondo me particolarmente esemplificativa della poetica di Laxe.
La bellezza della fotografia di Mauro Herce – che per O que arde ha filmato con la sua troupe alcuni incendi reali in Galizia – lascia senza parole e contrasta l’estetica levigata di tanti film contemporanei; i piani lunghi e fissi sui boschi galiziani mi fanno venire in mente il concetto del sublime romantico: con riprese contemplative e lente che rievocano Bresson, il regista ricrea dei quadri in cui lo spettatore si immerge completamente, senza il conforto di una pace bucolica, perché da un momento all’altro gli elementi naturali – pioggia, acqua, fango, buio, vento – sovvertono ogni idea di sicurezza, e il regista giustappone immagini ruvide, tempi morti, corpi opachi, stanchi, che si muovono tra questi straordinari paesaggi capaci di ostilità e accoglienza insieme, dissonanti. Sirāt per certe inquadrature e omaggi mi ha fatto pensare a Stalker di Tarkovskij, modello dichiarato di Laxe, mentre O que arde dialoga in opponendo con Sacrificio, vista anche la valenza simbolica completamente diversa degli incendi.
I due film di Laxe, pur così lontani per ambientazione, personaggi e costruzione narrativa, sono accomunati dalla tensione che mette in crisi l’idea di colpa, di giustizia e di redenzione. Sono film pervasi da una lancinante malinconia, sono film che spiazzano, che ci fanno fare i conti con l’impossibilità di trovare una soluzione all’esistenza, con la nostra finitezza di essere umani, e che ci lasciano spaesati di fronte all’implacabile distruttivo incendio che è la vita stessa.