Culturificio
pubblicato 2 ore fa in Letteratura

Byung-Chul Han e la rivoluzione dell’attenzione

contro la fame del presente, il vuoto e lo sguardo che salvano

Byung-Chul Han e la rivoluzione dell’attenzione

Per il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han, ogni epoca deve affrontare le sue malattie. Quella odierna – l’epoca della performance, del consumo, del benessere – è affetta da malattie dell’eccesso: soffre di una stramba bulimia che divora tutto, ma che in fondo si accontenta di briciole (vale a dire: ritagli di tempo, scariche momentanee di adrenalina, felicità provvisorie).

L’affastellarsi di esperienze e di progetti – alcuni iniziati e mai portati a termine, altri accatastati l’uno sull’altro e portati avanti con fatica fisica e mentale, con un consumo sfiancante di energie – risponde alla logica dell’accumulo. La nostra è una società di corpi stanchi che corrono con una frenesia senza precedenti, è avida e ingorda – mastica, finché il sapore iniziale è ancora percepibile, ma poi sputa. Oggi, la felicità si riduce a well-being e non accetta fratture: la cultura del levigato – il «liscio», come lo chiama Han – diffida della faglia, della ferita indocile che rompe la tensione superficiale.

La digitalizzazione rende tutto accessibile, immediatamente fruibile: i corpi altrui, i prodotti da consumare, i risultati pretesi dagli algoritmi. La realtà si fa piatta: se tutto è disponibile in un click, scompaiono l’urgenza e la necessità dell’attesa – la quale richiede coinvolgimento, pazienza e cura, spesso silenziosi. Il grande mercato del mondo invece impone di urlare per far sentire la propria voce, di diventare strilloni ambulanti disposti ad assordare pur di vendere la propria merce (o di vendersi). Se si vuole massimizzare il capitale bisogna correre, fare e disfare – occorre essere attivi e produttivi, non basta essere.

Nel suo ultimo libro, Parlare di Dio. Un dialogo con Simone Weil (nottetempo, 2026, traduzione di Simone Aglan-Buttazzi), Han si confronta con una pensatrice d’eccezione, Simone Weil, avviando «un fervido dialogo interiore con lei». Sebbene in tempi diversi (e in risposta a urgenze diverse), entrambi si interrogano sullo stesso dubbio: è ancora possibile una trascendenza, a fronte della «straziante carenza di essere» nella quale siamo immersi?

La parola chiave, per Han quanto per Weil, è attenzione. Quella che viviamo è una vera e propria crisi dell’attenzione: questo perché la nostra facoltà di percepire «è divenuta estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare». Non c’è più tempo per guardare, per ascoltare: i nostri sensi sono perennemente distratti, messi all’ingrasso «con immondizia informativa e comunicativa, visiva e sonora»; gli occhi e le orecchie sono vinti dalla bocca. Soltanto il digiuno potrà salvarci: solo se estirpiamo questo impulso fagocitante potremo liberarci dalle nostre dipendenze e raggiungere un livello più elevato – un vivere più autentico, sciolto dai legami bassi e infecondi con le cose che ci comandano.

«Far l’inventario o la critica della nostra civiltà, che cosa significa? Cercare di illuminare in modo preciso l’imbroglio che ha fatto dell’uomo lo schiavo delle proprie creazioni», scrive Weil in L’ombra e la grazia (Bompiani, 2002, traduzione di Franco Fortini). Al giorno d’oggi siamo tutti schiavi e, al contempo, padroni: subordinati alle nostre stesse invenzioni, sacerdoti e imprenditori di noi stessi – in una società dove l’Io è l’unico (D)io che conosciamo, i due ruoli non possono che coincidere. Ci esibiamo e produciamo costantemente: sfruttiamo la terra per i nostri bisogni e scopi, approfittiamo delle persone finché sono utili per il nostro tornaconto. La messa che celebriamo all’altare del culto di sé ci fa sentire potenti e liberi, ma lo siamo veramente?

La promessa della digitalizzazione e dell’ipercomunicazione, del tutto-qui-ed-ora, è, in realtà, un cappio – «crea una prigione in forma di panottico. Ci riduciamo a […] una bestia digitale che si lascia sorvegliare e influenzare. La […] coazione a comunicare […] si rivela un mezzo di controllo e influenza molto efficace. E la coazione ad accelerare, insita nella comunicazione digitale, distrugge non solo il pensiero, ma anche l’attenzione». Gli algoritmi mettono a repentaglio la forza rivoluzionaria del pensiero perché lo anticipano: essendo più veloci di lui, lo battono sul tempo.

Il problema, come si può intuire, è strutturale. Nel saggio La società della stanchezza (nottetempo, 2020, traduzione di Federica Buongiorno) Han scrive che le malattie tipiche del nostro tempo (come depressione, sindrome da deficit di attenzione e iperattività, disturbo borderline di personalità, burnout) sono frutto di una violenza neuronale «sistemica, vale a dire immanente al sistema» – nascente dal suo stesso seno. In questo sistema la nostra anima si riduce ad agire come un motore di ricerca (Suchmaschine) che pretende risposte immediate senza porsi nelle condizioni dell’attesa – si comporta, pertanto, come una macchina da assuefazione (Suchtmaschine).

L’odierna società della dipendenza comanda lo spegnimento del cervello, si nutre di automatismi, si bea dei nostri stordimenti. È una società che non si sofferma, che non legge abbastanza, che non guarda oltre il proprio ombelico. Da qui, la necessità – non più rimandabile – di riscoprire il potere salvifico dell’attenzione. Un’attenzione che non osserva le cose con l’intento di incorporarle, che non va a caccia e non è “interessata”: questo secondo tipo di ricerca non è che un «fenomeno di orrore del vuoto», per citare la Weil dei Quaderni (Adelphi, 1985) – vuole trovare qualcosa, brama un obiettivo. L’attenzione, al contrario, lascia la porta aperta al vuoto: un vuoto che genera, dove non c’è nulla a cui aggrapparsi – e che, proprio per questo, permette di respirare meglio. Nessun horror vacui, dunque: tutto il contrario.

Quanto è fragile, una società di individui che non fanno altro che riempire vuoti. Una società di acrobati tristi, che si barcamenano e saltellano da uno stimolo all’altro; una società di precari – sul lavoro, nelle intenzioni, nelle relazioni – alla costante ricerca della sensazione forte, del rilascio immediato di dopamina, della vertigine. Viviamo vite ad alta intensità e a basso voltaggio emotivo, distratti come siamo dal rumore, immersi in un fuorviante storytelling (che poi è uno story-selling), in un’eterna rincorsa al benessere che oblitera l’essere. Siamo ancora capaci di creare parabole di trascendenza e spazi abitabili non solo per l’Io, ma anche per l’Altro?

L’alterità, nel discorso di Han, assume sempre forme molteplici: è Dio, è la Terra che soffre, sono le persone con cui condividiamo il nostro essere-nel-mondo. L’epoca del bisogno è un’epoca senza Dio (piena di Io e nient’altro, nessun Altro) e senza Eros (che è mancanza, vuoto, desiderio di cose lontane). È un’epoca di muri e di confini: di contro un pensiero veramente libero, in grado di porsi come «valico verso l’Altrove», è cosciente della soglia, del limen (ben diverso dal limes, il confine che sbarra), dello «status liminale in forma d’attesa» e d’attenzione.

Per entrare in sintonia con l’Altro, ascoltarlo e instaurare un dialogo, dunque per evitare di escluderlo (il titolo di un altro saggio di Han è, non a caso, L’espulsione dell’Altro) occorre tendere l’orecchio alla sua chiamata: è il gesto del buon samaritano che non passa oltre, ma guarda e cura. L’attenzione è asimmetrica, aneconomica: si dona, è un regalo umile e disinteressato. Oggi l’attenzione è talmente smussata che le manca qualsiasi punta in grado di toccare l’altro: non è in grado di giungere oltre sé, le manca ogni verticalità. Se vogliamo essere di nuovo capaci di (almeno un briciolo di) trascendenza dovremmo andare a scuola di fatica, a lezione di disarmo, ritirare il nostro potere sulle cose e sulle persone, non permettere che si macchino con le nostre mani sporche.

«Noi ci impossessiamo delle cose per i nostri scopi, i nostri bisogni, e così facendo le insozziamo, privandole della loro bellezza. La volontà di appropriazione distrugge la bellezza. Solo una percezione che rinuncia a qualsiasi incorporazione, l’attenzione profonda e contemplativa, salva le cose e ne rivela la bellezza liberandole da qualsiasi spazzatura di appropriazione»: solo così la realtà potrà apparire non come ce la immaginiamo (cioè gettando su di essa il velo distorcente del nostro Io), ma per come essa è – per come l’ha voluta Dio, nella sua cristallina bellezza. Perché il mondo è (ancora) pieno di bellezza, anche se spesso ce ne dimentichiamo.

Se è vero che oggi «al Bello manca qualsiasi consacrazione, qualsiasi spiritualità. Viene profanato, abbassato a oggetto di consumo. L’immanenza del consumo gli strappa qualsiasi trascendenza, qualsiasi profondità, qualsiasi mistero. La sua moneta è il like» – se è vero che il Bello non sconvolge più, non turba, non ha più nessun “alone” di intensità, dobbiamo porci a una certa distanza, accettando che sia “indisponibile” al nostro consumo. «Il Bello […] implica una rinuncia. Compresa la rinuncia più intima, quella della immaginazione. Si vuol mangiare tutti gli altri oggetti di desiderio. Il Bello è ciò che si desidera senza volerlo mangiare. Desideriamo che sia» (ci ricorda Weil nel suo L’ombra e la grazia): che sia e basta, che non vada distrutto, ma che duri. Siamo ancora capaci di guardare qualcosa di bello, nella sua nudità, presente qui ed ora di fronte a noi, senza volerlo a tutti i costi fare nostro?

Diversamente dalla «termodinamica del potere», che punta alla conquista e all’accrescimento, Han e Weil propongono una «teodinamica del vuoto»: il vuoto che accoglie e riceve – rispettando la distanza che rifiuta l’incorporazione famelica. Contro ogni logica di azione e reazione, che opera in base a un’economia simmetrica (generando un controvalore consolatorio, per compensare un equilibrio perduto), occorre (per)donare “settanta volte sette” – in maniera folle, cieca: senza cercare una ricompensa, ma ottenendola comunque, proprio in virtù del vuoto che si è fatto dentro sé.

Ray Bradbury, nel suo Fahrenheit 451, scriveva che

«Il fatto è che questa è l’epoca della carta igienica. Ti soffi il naso su una persona, la appallottoli, la getti via, tiri la catena e lo sciacquone se la porta via, allunghi la mano per un’altra persona, ti soffi, l’appallottoli, tiri la catena».

Se la nostra epoca trasforma ogni cosa in “carta igienica”, da usare e gettare nello sciacquone del presente (le persone e la natura, ma anche le idee), allora l’attenzione diventa un gesto rivoluzionario: una rinuncia al possesso, una sospensione della fretta, un lasciare che il mondo resti irriducibilmente altro da noi.

Forse è questo che l’epoca della performance ha dimenticato: non tutto ciò che è vivo chiede di essere utilizzato – alcune cose domandano soltanto di essere guardate, con uno sguardo di cura e d’amore (pari a quello di Dio, direbbero forse Han e Weil). Forse la salvezza comincia proprio qui: nel coraggio di sostare davanti a ciò che non possiamo né consumare né possedere, ma soltanto amare – ovvero, lasciar essere.

di Anna Vercellini