Culturificio
pubblicato 9 ore fa in Letteratura

“L’uomo scatola” di Abe Kōbō

l’invisibilità come via di fuga esistenziale e topos letterario

“L’uomo scatola” di Abe Kōbō

Cosa definisce i confini della nostra identità? È uno degli interrogativi attorno a cui ruota il romanzo L’uomo scatola (Mondadori, trad. di A. Pastore) di Abe Kōbō, pseudonimo di Kimifusa Abe, uno dei grandi scrittori del Novecento giapponese.

Tutte le sue opere sono permeate dalle tematiche della solitudine, dell’incomunicabilità, dell’estraniamento, e dalla costante paura di essere osservati dagli altri, in una dialettica ambigua tra chi guarda e chi è guardato.

Nell’Uomo scatola il protagonista decide di decostruire la propria identità per vivere da vagabondo all’interno di una scatola di cartone, usando un piccolo spioncino come unico contatto con il mondo esterno:

Questo è il diario di un uomo scatola. Io, ora, questo diario lo sto cominciando a scrivere dentro la scatola. Dentro una scatola di cartone che, infilata sulla testa, mi arriva giusto giusto alle reni. Insomma, in questo momento, l’uomo scatola sono proprio io, in persona, qui presente. Cioè, l’uomo scatola, dentro la scatola, sta scrivendo il diario dell’uomo scatola.

Per tutto il romanzo si ha la sensazione di trovarsi in una realtà deformata, in cui il limite tra ciò che è reale e ciò che non lo è diventa quasi impercettibile. Il protagonista organizza questa scatola come se fosse una casa, con l’intento di non uscirne mai più per estraniarsi da un mondo in cui ci si sente costantemente sottomessi al giudizio altrui.

Nonostante questa scelta radicale continua a muoversi tra gli altri, girovagando per le strade e dormendo ogni notte in un posto diverso. Si rivolge direttamente al lettore, enumerando le regole fondamentali per non farsi scoprire, ovvero non emettere alcun rumore, camminare in modo del tutto anonimo e praticare un solo, claustrofobico foro per osservare l’esterno. Dall’interno del suo rifugio, l’uomo scatola osserva ogni cosa al di là delle apparenze, accedendo a una visione della realtà paradossalmente più nitida che mai. L’unica cosa che voleva era evitare di guardare e di essere guardato, ma questa sua esistenza apparentemente così imperturbabile viene a poco a poco sconvolta dall’interazione con altri personaggi. Ci racconta, ad esempio, di un uomo armato che tenta di sparargli da una finestra, una figura che, solo dopo aver provato a sua volta l’esperienza diretta di indossare una scatola, sperimenta un senso di liberazione e appartenenza comune a tutti gli altri esseri umani.

È attraverso espedienti come questo che Abe Kōbō universalizza il concetto di uomo scatola: la scatola non appartiene a un singolo individuo, ma diventa una metafora universale. Tutti noi, nel nostro piccolo, rischiamo di trasformarci quando ci rifugiamo nel nostro cartone invisibile alla ricerca di una libertà assoluta, priva di schemi o di stereotipi a cui doverci conformare.

La lettura del romanzo porta a una serie di interrogativi forse atavici e non per questo meno intriganti: il protagonista, protetto dalla sua corazza, mantiene davvero la propria identità? Esiste realmente un uomo scatola? E se il mondo esterno decidesse di ignorarci, potremmo ancora sentirci parte dell’umanità?

Il protagonista ci viene presentato fin dall’inizio senza nome, una scelta per marcare il concetto di anonimato e identità sfumata che intercetta le più acute riflessioni sulla crisi dell’uomo moderno, trovando eco nei mondi di Franz Kafka, Samuel Beckett e Danilo Kiš.

Di lui sappiamo soltanto che in passato era un fotografo, un uomo che immortalava le persone da una prospettiva diametralmente opposta a quella limitata e nascosta in cui si trova confinato.

La scatola rappresenta ormai l’equivalente spaziale di una stanza segreta della psiche, oltre che una proiezione del suo io. È il suo posto d’osservazione in cui smaschera le vere intenzioni e le menzogne celate dietro ogni scenario del mondo. Questo confine tra finzione e realtà non si incrina soltanto a livello tematico, ma incomincia a sgretolarsi fin dalle fondamenta del romanzo. Abe Kōbō crea un intreccio deliberatamente frammentato, tra stili e registri differenti. Pagina dopo pagina il lettore perde ogni punto di riferimento, dubita costantemente di chi stia narrando le varie vicissitudini, se il vero uomo scatola o qualcun altro. Le intime e allucinate confessioni dell’uomo scatola si mescolano a freddi verbali di polizia, facendo in modo che chi legge si debba districare in questo labirinto aggiungendovi sempre nuovi nodi e interrogativi.

L’idea della scatola nacque da un episodio reale in cui l’autore vide un senzatetto a Tokyo indossarne una per ripararsi e divenne ossessionato dal concetto di sparire volontariamente dalla società. L’uomo scatola è la reincarnazione del mito dell’uomo invisibile, un’idea già partorita dall’immaginazione del padre della fantascienza H. G. Wells, al quale si ispirò anche Kōbō. In un certo senso l’uomo scatola può anche essere visto come un odierno hikikomori: la decisione del protagonista di rimpicciolire il proprio spazio vitale fino a farlo coincidere con un involucro di cartone precorre il ritiro sociale di migliaia di giovani che a oggi scelgono la reclusione della propria stanza rifiutando ogni contatto diretto con il mondo esterno.

Ci mettiamo vestiti che si assomigliano il più possibile, ci pettiniamo tutti più o meno allo stesso modo e non sappiamo più cosa inventare per rendere difficile distinguerci gli uni dagli altri. Se gli uni non si rivolgono sguardi espliciti, anche gli altri saranno discreti, e così si arriva a passare una vita intera guardandosi schivi.

Non è un caso che Abe Kōbō sia stato spesso definito il “Kafka giapponese”. Le affinità con l’autore boemo sono profonde e ricorrenti. Nel capolavoro di Kafka, Il processo, il protagonista vive una violenta alienazione interiore, schiacciato dalla costante e vana ricerca di una logica e di una giustificazione che lo emarginano progressivamente dal resto della società, proprio come accade al protagonista di Kōbō. Il richiamo più evidente all’universo kafkiano si ritrova anche in un altro romanzo di Kōbō, Il quaderno canguro. Qui, un anonimo impiegato si risveglia una mattina scoprendo che le sue gambe sono state interamente ricoperte da germogli di daikon, il ravanello giapponese. In preda al panico, si reca in una clinica dermatologica dove viene operato da una misteriosa équipe medica. Durante l’anestesia, l’uomo intraprende un viaggio onirico a bordo del suo stesso lettino d’ospedale, ritrovandosi in un limbo tra la vita e la morte che lo conduce nel sottosuolo, fino alle rive del fiume Sanzu, l’inferno della tradizione buddhista. Lungo questo percorso grottesco incontra personaggi enigmatici e surreali e, sperduto in una realtà assurda, fa emergere come tema centrale quello dell’estraniamento, in dialogo con La metamorfosi di Kafka. Gregor Samsa incarna perfettamente la condizione di chi si scopre ingranaggio di un meccanismo disumanizzante, dove il ruolo imposto dalla società opprime e sostituisce l’identità personale.

Ciò che accomuna profondamente questi scrittori è il desiderio di libertà e la necessità di fuggire da un sistema angosciante che costringe alla solitudine. La metamorfosi dei personaggi si declina in forme diverse, l’uno si trasforma in vegetale, l’altro in insetto, ma il significato profondo resta identico; la vera mutazione inizia quando si smette di sentirsi in colpa verso il mondo e verso le aspettative altrui per rivendicare la propria anima e la propria integrità morale.

La differenza fondamentale tra queste figure e l’uomo scatola risiede però nella natura della loro condizione. Mentre l’impiegato di Kōbō e Gregor Samsa subiscono un cambiamento involontario che li rende improvvisamente inerti ed esclusi dalla società produttiva, l’uomo scatola compie un atto rivoluzionario, ovvero sceglie consapevolmente di estraniarsi e di sprofondare nell’invisibilità.

Ma fino a che punto la nostra identità dipende da come gli altri ci vedono? È questa la domanda fondamentale che riflette non solo l’inquietudine dell’uomo scatola, ma anche quella del protagonista di un altro celebre romanzo di Abe Kōbō, Il volto di un altro. Qui lo scienziato protagonista subisce un grave incidente di laboratorio che gli deturpa orribilmente il viso. Privato dei propri lineamenti e respinto da chiunque lo circondi, l’uomo decide di farsi costruire da un chirurgo una maschera di plastica perfetta. Attraverso questo nuovo volto artificiale non si limita a cambiare espressione, ma adotta una personalità inedita, forgiandola a proprio piacimento per diventare ciò che avrebbe sempre voluto essere. L’iniziale euforia si trasforma presto in una profonda crisi esistenziale, da cui emerge la dolorosa presa di coscienza di un incolmabile vuoto morale.

Una tematica straordinariamente affine si ritrova nel romanzo I baffi di Emmanuel Carrère. Anche in questo caso, un protagonista senza nome decide di radersi i baffi che ha sempre portato. Inaspettatamente, però, né la moglie, né i colleghi di lavoro sembrano accorgersi del cambiamento, sostenendo anzi che lui quei baffi non li ha mai avuti. Questo rifiuto collettivo della realtà che ci ricorda da vicino il pirandelliano Uno, nessuno e centomila trascina l’uomo in un vortice di paranoia, portandolo a dubitare della propria salute mentale e della solidità del mondo circostante. Se gli altri non vedono ciò che siamo, allora noi esistiamo davvero?

A volte basta una semplice scatola di cartone o una comune rasatura per far crollare la percezione che l’individuo ha di sé stesso. Se nell’opera di Kōbō assistiamo al collasso delle relazioni umane con la scomparsa del volto inteso come una superficie sociale, nella prosa di Carrère è l’assenza di un riconoscimento altrui a frantumare l’io. In entrambi i casi, la stabilità del nostro essere si rivela per ciò che è veramente, una fragile copertura sospesa e modellata sullo sguardo degli altri.

La drammatica consapevolezza di sentirsi esclusi dagli altri e dalle regole dell’umanità trova il suo corrispettivo in un altro capolavoro del Novecento giapponese, Lo squalificato di Osamu Dazai, in cui il protagonista, Yozo, comprende che l’unico modo per non essere squalificato dalle leggi umane è indossare una maschera, quella di un clown. Così inizierà a recitare la parte dell’eccentrico per compiacere gli altri e nascondere il malessere interiore. Ciò lo porterà gradualmente verso un’autodistruzione, proprio come il protagonista di Carrère e dell’uomo scatola.

Agli inizi del Novecento, un altro personaggio della letteratura italiana sembra anticipare queste riflessioni, è l’uomo di fumo nato dalla penna di Aldo Palazzeschi nel suo celebre romanzo Il codice di Perelà. Il protagonista è un essere incorporeo venuto al mondo all’interno della cappa di un camino, cresciuto ascoltando per trent’anni le sole voci di tre anziane donne che, con i loro discorsi, formavano la sua coscienza. Quando decide finalmente di lasciare quel nido fuligginoso per esplorare la società, il mondo reale lo accoglie con un misto di stupore e venerazione. La sua straordinaria leggerezza e la sua natura aerea incantano a tal punto il popolo da spingere il sovrano ad affidargli l’incarico più alto, redigere un nuovo codice di leggi.

In questa prima fase, agli occhi degli altri Perelà incarna l’emblema della perfezione, un essere puro, sincero, incorruttibile e totalmente scevro dai pregiudizi umani. La leggerezza si configura come un autentico modo di essere, una virtù interiore che permette di non farsi travolgere dagli eventi e di custodire il proprio equilibrio resistendo al peso della materia. È la stessa qualità che riprenderà Italo Calvino nelle sue Lezioni americane, definendola non come un’evasione effimera, ma come una risorsa interiore, ricordandoci che «bisogna essere leggeri come l’uccello che vola, e non come la piuma che cade». Sarà necessario un tragico malinteso e un repentino cambio di ideologie per scatenare l’ira della massa. Improvvisamente, l’ammirazione si ribalta in ferocia e tutti lo additano come un mostro, un essere diverso e pericoloso; coloro che lo avevano idolatrato lo accusano ora senza pietà, mossi dall’invidia, dalla frustrazione o dal più semplice conformismo.

Le sorti dell’uomo scatola e dell’uomo di fumo finiscono così per convergere nel desiderio di una sparizione definitiva da una società opprimente e standardizzata. Perelà evapora come fumo e l’uomo scatola si dissolve definitivamente nell’anonimato delle strade.

Dall’esistenzialismo della letteratura giapponese all’assurdo kafkiano, dal sottosuolo russo di Dostoevskij alle maschere di Pirandello, fino al silenzioso rifiuto dell’America di Melville, le tematiche dell’alienazione, dell’esclusione e della fuga identitaria attraversano da sempre i secoli e le latitudini del mondo. Sono ferite universali che oggi, in una modernità iperconnessa ma profondamente indifferente, vanno ricordate più che mai.

È forse proprio in questa società “liquida” e alienante che avvertiamo il bisogno disperato di ricordarci dell’esistenza di quella scatola di cartone. Non per arrenderci all’isolamento, ma per trasformarla in una corazza necessaria da cui guardare il mondo con occhi nuovi, per poi riappropriarci finalmente di quella leggerezza assoluta e salvifica che tanto decantava Perelà.

di Maria Angelica Frasca