Silvia Castellani
pubblicato 5 ore fa in Recensioni

“Le cose in natura semplicemente crescono”

scrivere l’irreversibile

“Le cose in natura semplicemente crescono”

Per cui ecco il fatto: io sono in un abisso. Non mi ci sono smarrita. Non ci sono caduta dentro. Non ci sono precipitata perché costretta o forzata da altri. Piuttosto, in modo inesplicabile e scioccante, io, puramente e semplicemente, sono in un abisso.

Fatto: ciò che è accaduto. E che, proprio perché è accaduto, non può più essere impedito o modificato.

Ecco l’idea che attraversa Things in Nature Merely Grow, l’ultimo libro di Yiyun Li, pubblicato in Italia lo scorso 22 settembre da NN Editore con il titolo Le cose in natura semplicemente crescono nella traduzione di Laura Noulian, vincitore del Premio Pulitzer 2026 per il memoir.

Yiyun Li ha perso entrambi i figli. Vincent si è suicidato nel 2017, a sedici anni; James nel 2024, a diciannove. Questi sono fatti.

Cosa può fare la scrittura davanti a un fatto?

Li è una scrittrice di fiction e, come tale, invita subito a riflettere sul rapporto tra la capacità di inventare storie e una vicenda che, parafrasando le sue parole, si è rivelata meno addomesticata di molta narrativa.

Nella fiction, scrive, si evitano certe coincidenze, si cerca di sfuggire al pathos, ai cliché, alla drammaticità a buon mercato; soprattutto, c’è sempre un’alternativa possibile. Ciò che è stato scritto può essere riscritto, una trama può prendere un’altra direzione. Nella realtà, invece, ci sono i fatti. La scrittura non può cambiarli. Anche la lingua con cui siamo abituati a parlare della perdita le appare vuota, esausta, ridotta a un guscio formale. In questo libro – quello che Li stessa chiama il «libro per James» – sceglie allora di raccontare la sua condizione abissale partendo dalla logica, da quella che chiama «accettazione radicale». Pensare a un’altra versione di ciò che è successo non serve; interrogare i fatti nella speranza che offrano una spiegazione finisce per imporre loro una causalità che non possiedono. Li prende atto di ciò che è accaduto e delle conseguenze con una lucidità quasi inflessibile. La logica diventa uno strumento di sopravvivenza. Definire una parola, portare un ragionamento fino in fondo, distinguere ciò che è da ciò che si vorrebbe che fosse: sono gesti che aiutano Li a stare dentro l’abisso e che la sua prosa riproduce con la stessa disciplina. La precisione del linguaggio diventa così inseparabile da quella del pensiero. La scrittura procede per negazioni, distinzioni, precisazioni successive, in un continuo lavoro di verifica delle parole e dei significati che portano con sé. La ricerca di esattezza riguarda anche il modo in cui Li concepisce il proprio lavoro: nel confronto con Brigid, che da anni legge e revisiona i suoi testi, una frase può essere soltanto un «segnaposto» in attesa di una formulazione più precisa, di «parole più limpide».

L’autrice diffida delle formule consolatorie, e guarda con sospetto ogni espressione che prometta di rendere il dolore più accettabile. Scrivere vuol dire continuare a interrogare la lingua, nella consapevolezza che le parole contribuiscono a determinare ciò che pensiamo. Restano i fatti. Vanno presi per quello che sono, constatando che, dopo qualcosa di irreversibile, la vita continua comunque ad accadere:

Ci furono gli allenamenti di scherma a cui accompagnare James. James aveva fatto solo due lezioni quando Vincent morì, così la scherma diventò una parte della sua vita che Vincent non aveva mai conosciuto. Ci furono i lunghi anni di scuola – le medie, le superiori – e poi James cominciò a compiere più anni di quanti ne avesse mai compiuti Vincent.

La concretezza dello scorrere del tempo, nel memoir di Li, è brutale. Gli anni acquistano una misura nuova: esistono esperienze che appartengono solo a chi è rimasto. La vita continua a costruirsi in un movimento che percorre tutto il libro: andare avanti. Il titolo nasce proprio dentro questo movimento. Quel semplicemente sottrae alla crescita qualsiasi obbligo di significare qualcosa. Una pianta cresce perché è nella sua natura farlo; il tempo passa perché continua a passare. Li lascia fuori dal suo giardino ogni facile allegoria di rinascita: la natura non si piega al dolore e non promette di ripararlo. La stessa continuità, estranea a ogni promessa di consolazione, si ritrova negli oggetti:

Gli oggetti non muoiono. Per un certo tempo il loro viaggio in questo mondo fisico procede in parallelo con le traiettorie degli umani che li posseggono. Poi arriva il momento in cui si separano. Il telefono di Vincent diventò un telefono; lo zainetto di James, uno zainetto. […] Tutte le cose di Vincent e tutte le cose di James sono sopravvissute a loro e non un solo articolo è stato trascurato.

Li concentra l’intera esperienza della perdita in uno slittamento grammaticale: il telefono di Vincent diventa un telefono; lo zainetto di James, uno zainetto. L’oggetto mantiene intatta la propria consistenza, ma perde la relazione che lo definiva; la durata impersonale delle cose rende percepibile, per contrasto, la fragilità di chi le ha possedute. La morte dei figli, però, non consegna Li a un tempo in cui è stata madre. Quel rapporto non si lascia chiudere al passato.

«Il verbo che non muore è “essere”» scrive Li. «Vincent era, è e sarà sempre Vincent. James era, è e sarà sempre James. Noi eravamo, siamo e saremo sempre i loro genitori. Non esiste adesso e prima, adesso e dopo; c’è solo adesso e adesso e adesso e adesso».

La scomparsa modifica la presenza fisica, ma non la consistenza di ciò che si è stati gli uni per gli altri. E anche il tempo, mentre procede e accumula giorni, stagioni, letture, gesti, continua a contenere ciò che è stato. La scrittura sembra assecondare questa temporalità attraverso un ritmo di riprese e variazioni: le parole tornano e acquistano sfumature diverse, come se ogni nuova formulazione fosse necessaria e al tempo stesso insufficiente. Ne nasce una prosa che restituisce la condizione dell’autrice, nella quale il procedere della vita convive con la persistenza di ciò che è accaduto.

La letteratura, la filosofia restano nel tempo. L’autrice cita continuamente scrittori, filosofi, poete; torna su frasi lette anni prima, le mette alla prova di ciò che le è accaduto mostrando come una pagina cambi insieme a chi la legge. Questo, mi pare, sia uno degli aspetti più interessanti del libro. Li non tratta la letteratura come repertorio di risposte. Nei libri non troverà una spiegazione alla morte di Vincent e James, né una consolazione più efficace di quella che rifiuta altrove. Servono a pensare: le parole, proprio perché scritte da altri, possono attraversare esperienze lontane e continuare a parlarci.

Tra i libri che richiama c’è L’anno del pensiero magico di Joan Didion (Il Saggiatore, 2021, traduzione di Vincenzo Mantovani). Il confronto, che verrebbe quasi da sé, è suggerito dall’autrice stessa e apre a una parentela più profonda sul tema comune del lutto. In Didion il «pensiero magico» nasce dallo scarto tra la certezza della morte e la possibilità, per quanto irragionevole, del ritorno: John è morto, eppure le sue scarpe restano perché potrebbe ancora averne bisogno. Li conosce la stessa difficoltà a consegnare i morti interamente al passato, ma la sua «accettazione radicale» non contempla la possibilità del ritorno. Ciò che è accaduto resta irrevocabile, ma non per questo Vincent e James possono essere confinati in ciò che erano. La lingua deve fare posto anche a ciò che sono e a ciò che saranno per chi continua a vivere. Il fatto è compiuto, il legame continua a esistere.

Alla domanda iniziale – cosa può fare la scrittura davanti a un fatto? –  il libro risponde attraverso il proprio movimento. La scrittura non modifica quello che è successo. Può continuare a guardarlo, a metterlo in relazione con ciò che viene dopo, a cercare una lingua abbastanza precisa da non attenuarlo. Può conservare parole dette, libri letti, oggetti posseduti e lasciare che attraversino il tempo. La lucidità diventa il modo in cui Li continua a stare dentro una realtà che non offre alternative.

Le piante crescono. Gli oggetti sopravvivono a chi li possedeva. I libri continuano a essere letti. I giorni si aggiungono ai giorni. Dentro questo movimento, Vincent e James continuano a essere.