Culturificio
pubblicato 15 ore fa in Recensioni

“Il grande mantenuto” di Alberto Ravasio

squattrinate avventure di un intellettuale di provincia

“Il grande mantenuto” di Alberto Ravasio

I pitagorici credevano nella metempsicosi, ovvero la trasmigrazione delle anime dal corpo morto a uno vivo. L’evoluzione della religione e della filosofia occidentale ha progressivamente abbandonato l’idea non solo della reincarnazione, ma perfino di una possibile esistenza dopo il trapasso. Quest’ultima speranza, tuttavia, imperversa e revitalizza buona parte del popolo cattolico, che nella religione cristiana trova una specie di congruo compenso dopo aver speso i propri giorni a pregare e servire dio-Cristo, attendendo – e pretendendo – il dovuto risarcimento al termine del giro di giostra. Ipotizzando la sopravvivenza di questa prospettiva pitagorica fino ai giorni nostri, si potrebbe pensare che alcuni grandi e oramai defunti scrittori del Novecento (o quantomeno una loro particella) si siano reificati nel folto cartame del Grande mantenuto, l’ultimo libro di Alberto Ravasio (Quodlibet).

Il corposo romanzo di Ravasio, infatti, sembrerebbe far rivivere, nei guizzi e negli sprazzi linguistici, alcune ricercatissime estrosità degne di un certo Giorgio Manganelli e forse anche di Carlo Emilio Gadda, i cui furori sembrano essersi impossessati del giovane autore bergamasco. La prosa del Grande mantenuto dimostra infatti una vivacissima fantasia testuale, in cui si susseguono neologismi – aldamerinoide, cazzoclasta, acqua gargarismata, nullologo –, ossimori – affezionatissimi sconosciuti – e ironici calembour – maniaco sensuale, criminalità disorganizzata, decresciuti insieme, capanne editrici ecc. –, tenendo il lettore per mano in un girotondo che non stanca mai e non appare quasi mai banale. L’impasto linguistico del libro è dunque uno dei punti forti del romanzo, poiché spesso imprevedibile – anche se il lettore dopo un certo numero di pagine può abituarsi al funambolismo di Ravasio. Subentra allora il fattore ironico, onnipresente e pervasivo. Un’ironia che potrebbe dirsi manzoniana: non solo per analogia geografica – dal momento che la squallida ambientazione lombarda del Grande mantenuto è vicina alla lecchese Pescarenico dei Promessi Sposi – ma anche per la medesima rassegnazione e cupezza con la quale si raccontano le desolanti vicende del protagonista. Ovviamente la scenografia ha un suo perché, oltre a un lugubre fascino che la contraddistingue per miseria e sozzura; ed è causa-motore di un atto di ribellione che il giovane mantenuto mette in atto nei confronti della propria analfabetica famiglia e della «montagna di merda» sopra la quale sorge la propria città d’origine. E certo l’aspirante scrittore vorrebbe emanciparsi dalla vita provinciale e contadina, scrollarsi di dosso quel fetido olezzo di escrementi e orina attraverso la vorace lettura e la frenetica scrittura di opere da (im)pubblicare – ma nell’improba fuga dalle strettissime maglie del lavoro manuale (o impiegatizio che sia: ma pur sempre lavoro), tali fetori se li ritrova sempre intorno o addirittura cuciti addosso. Nell’oscena materia escrementizia, Ravasio trova florida fonte di metafore – dimostrando così che il concime non fa crescere solo le piante, ma anche le figure retoriche –, e gli accostamenti triviali, sporchi e desolanti che coinvolgono il basso corporeo, si accompagnano a bieche rappresentazioni di una sessualità imbizzarrita (poiché repressa) e a un’inevitabile e conseguente pornomania – con chiaro rimando alla precedente prova narrativa dell’autore, La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera.

La comunicazione intertestuale è d’altronde un’ulteriore raffinatezza presente nel romanzo di Ravasio: i testi citati all’interno del Grande mantenuto sono tutti chiaramente inventati, ma posseggono una (sessuale) radice comune e stabiliscono implicitamente una sorta di bibliografico cosmo – o, per dirla in termini narratologicamente accettati, un ipertesto – di possibili libri “ravasiani”.

Lo stesso discorso vale per i personaggi: sarebbe divertente, per quanto inutile e sterile, rintracciarvi i riferimenti al mondo reale delle belle lettere e assegnare così, ai nomi finzionali, delle identità che vi assomigliano o che ne hanno ispirato l’invenzione – ma non lo faremo pubblicamente, soprattutto per paura di gaffe e querele. I nomi risultano perciò particolarmente evocativi e contengono, nella propria fantasiosa onomastica, la raison d’être di chi li porta: l’opinionista-giornalista Maurizio Sberla, gli scrittori Roberto Fracasso e Sveva Bruciafava, l’editore Alberto Volabasso, il caso letterario Gucci Abeba (autore del riconoscibilissimo best-seller Piove sempre, mangio poco, governo ladro, che risveglia in molti lettori un titolo reale e campione d’incassi): tutti senhal che faranno sorridere qualche lettore o lettrice – i quali, se vorranno aderire a questo divertissement menzionato sopra, giocheranno alla libera e arbitraria individuazione degli archetipi reali.

Attraverso i dialoghi felicemente infruttuosi che il protagonista intrattiene con tutta questa congerie di accoliti e gran visir della (mica tanto romanzesca) Repubblica delle lettere, si intuisce la desolazione dell’inetto protagonista, spinto dalla vuota illusione di un successo editoriale a cimentarsi in sudate maratone da una parte all’altra della città, tra festival e presentazioni, prostrandosi e umiliandosi pubblicamente dinanzi al “potente” – in realtà neanche troppo – letterato di turno: a esso, ormai inserito nel jet-set culturale, offrirà votivamente in sacrificio le proprie pagine, già consapevole della loro destinazione finale, tritadocumenti o immondizia che sia. L’unico incontro “salvifico” – ossia distruttivo – sarà quello con il Totem: sovrano squattrinato della letteratura italiana, caduto tremendamente in miseria a causa delle scarsissime rendite del proprio lavoro intellettuale. I tanti romanzi, l’ammirazione della critica letteraria, la cieca venerazione dei cattedratici – che addirittura inseriscono il Totem nei loro programmi universitari – non bastano a ridargli dignità né linfa economico-vitale: vive topescamente recluso in un sottoscala, disallineato dalla società civile e libraria. Gli unici suggerimenti che ritiene opportuno dare al giovane protagonista, come lui aspirante moribondo, sono enigmatici e oracolari, come le parole di una Sibilla: «butta sempre il vetro nella plastica e la plastica nella carta». Consiglio ermetico e inutile, come si addice a ogni divinità.

di Rocco Rossi