Culturificio
pubblicato 3 settimane fa in Letteratura \ Recensioni

Alla scuola di Zorba il greco

Alla scuola di Zorba il greco

In queste pagine un trentenne inglese di cui non conosciamo il nome, intellettuale e benestante, rievoca un’esperienza che è stata per lui decisiva: l’incontro con Zorba il greco e la sua filosofia di vita. Tutto è avvenuto sull’isola di Creta, lontano quindi dal mondo della civiltà occidentale e a stretto contatto con le proprie origini, in quella terra ricca di Storia e di storie. Per la voce narrante trasformare i fatti vissuti in parole che ricordano significa tornare ad ascoltare quel vecchio minatore pieno di vita che era solito a fine giornata ballare a piedi nudi sulla sabbia in una danza ancestrale che invitava all’azione e a togliersi dal comodo guscio dell’abitudine. Perché Zorba gli ha insegnato che esiste un’altra faccia della cultura, non rintracciabile nei tanti libri letti in Inghilterra, quella che si basa sul vivere ogni istante qui ed ora a stretto contatto con la nuda terra e che si nutre dell’ebbrezza di guardare ogni volta il mondo, esteriore e interiore, con occhi nuovi.

Ci torna alla mente la meraviglia di Aristotele, che invitava a stupirsi di fronte alle cose e a rimanere in ascolto della loro voce. Non sono pochi i riferimenti filosofici disseminati nel romanzo-rievocazione di Nikos Kazantzakis, alcuni annunciati nel prologo. Se per lui Omero è stato un bagliore che redime, se Bergson ha alleviato le inestricabili angosce filosofiche che hanno tormentato la prima giovinezza, se Nietzsche ha arricchito di nuove angosce e ha insegnato a trasformare la sventura, l’amarezza e l’incertezza in orgoglio, Zorba, con i suoi occhi che dicono ‘’benvenuto” e, al tempo stesso, ‘’addio’, ha mostrato a Kazantzakis, la cui figura riverbera nella voce narrante del testo, che si può amare la vita e non temere il suo contrario, anche adesso che Zorba non c’è più.

A Creta si incontrano due anime in fuga alla ricerca di nuove esperienze, fuori dai labirinti di cui si sentono prigionieri: il giovane, solitario e melanconico, diventa imprenditore e decide di investire in una miniera di lignite non tanto per arricchirsi quanto per conoscere per la prima volta l’umanità incalzata dal bisogno. In questa impresa assolda Zorba come capo operaio che diventa ben presto la sua guida spirituale. Perché ciò di cui ha bisogno, lontano dal mondo di provenienza, non è un nuovo libro da leggere ma qualcuno che lo scuota dal torpore e gli mostri la punta di una libertà sempre arrotata.

Il greco, di origini macedoni ma cittadino del mondo, nella sua lunga vita è stato tutto e il contrario di tutto: crapulone, beone, lavoratore instancabile, guerriero accanito, commerciante ambulante, minatore, donnaiolo e zingaro e non ha certo un curriculum immacolato. Eppure la sera, davanti al fuoco sulla spiaggia mentre prepara la cena al suo ‘padrone’, non ha reticenze a raccontarsi e mostra sempre quello sguardo primitivo che afferra le cose come se le vedesse per la prima volta, creando ogni volta un mondo nuovo. Che come tale va raccontato.

Il pensiero tagliente e imprevedibile di Zorba toglie certezze al giovane scrittore che, vacillando, si trova di fronte a prospettive inedite. In lui rintraccia le parole che possono esporre al sole la sua ombra di ricco ereditiere, saziarlo della sostanza, spingerlo ad abbandonare gli infusi di salvia per un buon bicchiere di rum, a diventare uomo con le proprie consapevolezze, in compagnia di:

un cuore vivo, una bocca verace, un’anima grande e spontanea che non ha ancora tagliato il cordone ombelicale con sua madre, la Terra. Il significato delle parole arte, amore per la bellezza, innocenza, passione – quell’operaio me lo chiarì con le più semplici parole umane. 

Capitano dalle mille cicatrici e sopravvissuto a molte tempeste, Zorba non si rallegra per il bene e non si abbatte per il male, non ha paura dell’Inferno e non spera nel Paradiso, non si lascia intrappolare dai rimpianti per occasioni perdute o dall’angoscia per desideri impossibili. Vive uno stato superiore del vivere, con un’indifferenza rispetto a quello che passa o non passa, guarda il mondo attraverso la distanza, con l’ottica pirandelliana del lontano. Il greco contesta l’intellettuale del suo tempo, di cui è simbolo il suo ‘padrone’, sempre concentrato su sé stesso, atteggiamento che impedisce di maturare una visione più ampia e pura del mondo. Altro che buon selvaggio immerso nella natura, quello di Zorba è un intellettualismo profondissimo che abbraccia l’approccio olistico e che respira le idee di quei tre titani che Kazantzakis gli mette accanto nel prologo. 

Il paesaggio di Creta, nel quale strisce di calcare e di austero smeriglio si alternano al verde scuro dei carrubi e all’argento vivo degli ulivi e contro cui morde il vento dell’Africa, diventano paradigma di una nuova prosa, soprattutto per chi come la voce narrante non trova più stimoli nello scrivere, e, a ben guardare, riflette l’anima di quel sessantenne tutto istinto e profondità che gli è accanto:

ben lavorato, sobrio, esente da ornamenti superflui, forte e misurato. Esprimeva con i mezzi più semplici la sostanza. Non divagava, non accettava di utilizzare alcun artificio, alcuna retorica; diceva quello che aveva da dire in modo austero. Ma tra le sue linee severe potevi distinguere in questo paesaggio cretese una sensibilità e una tenerezza inaspettate – nelle cavità riparate dal vento profumavano i limoni e gli aranci, e dal mare sconfinato si riversava un’inesauribile poesia. 

Se è vero che l’isola è una grande palcoscenico a cielo aperto dove i nostri protagonisti incroceranno i propri passi con altri personaggi davvero particolari, il giovane narratore ricorda il suo bisogno di stare da solo, spesso di notte (anche se siamo convinti che Zorba in qualche modo lo osservi da lontano), quando l’anima diventa una lucciola con la lanternina accesa sulla terra nera, perché il suo cuore deve cominciare a spaurirsi, a non dare più ascolto alle grida che salgono dalle viscere, all’affanno di desideri innominabili, di speranze squilibrate che aspettano di essere liberate, a tenere a bada quel demone interiore che lavora dentro, simile a quello descritto da Zweig nella biografia su Kleist.

L’unico antidoto è agire. Non facendo il solitario ma avvicinando le cose del mondo: penetrare il loro significato più recondito, come geroglifici che solo con il tempo o con l’aiuto di altri cominciamo a sillabare. Ed è qui che entra in campo Zorba:

Non parlavo; guardando Zorba sentivo che il mondo riacquistava la sua verginità. Tutte le cose sbiadite dalla consuetudine quotidiana riacquistavano lo splendore che avevano i primi giorni, appena uscite dalle mani di Dio. L’acqua, le donne, le stelle, il pane tornavano alla loro misteriosa fonte primigenia, e il turbine divino riprendeva a vorticare. Ecco perché ogni sera, disteso sui ciottoli della spiaggia, aspettavo con ansia Zorba. 

Zorba è una figura che spiazza il lettore. E non potrebbe essere altrimenti. In un capitolo si mostra debole per l’età, in un altro scaltro e vivace, appare misticamente connesso alla terra quando lavora nelle viscere della miniera, connessione che invece perde quando è sotto il cielo mentre si gode la vita e ne interroga il senso, raggiungendo le altezze vertiginose di chi ha gli occhi giusti per estrarre dalla complessità la semplicità e non il complicato.  

Zorba ha la sua scuola di pensiero, le sue materie sono molteplici, ma non sono previsti cambi di programma. E le sue interrogazioni sono a sorpresa. Il suo sguardo sul mondo è ampio ma la sua visione della donna risente di una certa miopia, mentre quella sugli uomini è decisamente diffidente forse perché, come creatura che ha vissuto tante vite, sa di cosa si può essere capaci per necessità o per virtù. A più riprese mette in guardia il giovane dagli uomini perché non è vero che siamo tutti uguali, perché nell’uomo alligna lo spirito del branco ma anche quello del lupo solitario che, preso dalla necessità, guarda solo al proprio tornaconto. Se altri poi cercano la felicità più in alto dell’uomo, altri più in basso, su e giù come la spola di un telaio, Zorba insegna che la felicità ha la nostra stessa statura: basta che la guardiamo in faccia e la abbracciamo. 

Senza Zorba, gli insegnamenti e le esperienze condivise, il giovane sarebbe stato bocciato dalla vita rifugiandosi nell’ascetismo, invece grazie a questo incontro ha potuto prendere molti appunti che chiedono solo di diventare realtà, riempire in altre parole l’anima di carne e viceversa, riconciliando i due eterni nemici. E la felicità, tema ricorrente nei loro discorsi, è avere davanti cose semplici e frugali, come un bicchiere di vino, una castagna, un misero braciere e il rumore del mare e dentro serenità, affetto e sicurezza, anche se ci sono bruchi che strisciano sulle foglie del cuore e lo divorano. Che mangino pure! La sua armonia con il mondo non viene scalfita né da dogmi né da pensieri altri. Ma Zorba è pur sempre un uomo e la paura di invecchiare pungola la sua coscienza. Ma, appena ce lo dice, lo vediamo subito dopo darsi a carambole e deragliamenti.

Prendete posto alla scuola di Zorba, tra le pagine di questo romanzo, che finalmente riapre i battenti in una nuova edizione grazie a Crocetti Editore, tradotto da Nicola Crocetti per la prima volta dall’originale in greco e non dall’inglese, come le precedenti edizioni, peraltro introvabili. Troverete parole ricche di sostanza, di calda fragranza di terra e di umana gravità, che scaturiscono da reni e da viscere colme di calore umano. Nikos Kazantzakis ci porta a scoprire che nelle dure e cupe pieghe mentali della necessità c’è sempre un angolo dove giocare con la nostra libertà. E anche quando tutto va storto ci insegna a mettere alla prova la nostra anima per misurarne il valore e la resistenza rimanendo eretti mentre gli avvenimenti ci piegano. Così ogni volta usciremo intimamente vincitori anche se esteriormente sconfitti. E con noi ci sarà Zorba. E se scrollerà la testa significa che dovremo cominciare tutto da capo.

di Claudio Musso