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pubblicato 1 mese fa in Recensioni

“Comunarde. Storie di donne sulle barricate” di Federica Castelli

le barricate di ieri e le battaglie di oggi

“Comunarde. Storie di donne sulle barricate” di Federica Castelli

[…] voglio rileggere questa esperienza a partire da una postura femminista, incarnata e sessuata, lasciandomi orientare da chiavi interpretative semplici: pratiche, alleanze, soggettività in conflitto, corpi, relazioni, rapporti di genere, mutamento dell’immaginario.

Certo è che le donne amano la rivolta. Noi non valiamo più degli uomini, ma il potere non ci ha ancora corrotte (Louise Michel).

Cosa può insegnare al femminismo contemporaneo l’esperienza della Comune di Parigi del 1871? Molto più di quel che pensiamo, secondo Federica Castelli, filosofa femminista e coordinatrice del Master in Politiche e studi di genere dell’Università Roma Tre. Nel suo breve ma illuminante Comunarde, Storie di donne sulle barricate (Armillaria, 2021), Castelli ci racconta una storia che sembra voler parlare a gran voce al nostro presente. È il ricordo di un evento storico di cui quest’anno ricorre il centocinquantesimo anniversario, ma soprattutto delle donne che l’hanno animato con la propria azione politica.

Viviamo in un’epoca di narrazioni stereotipate, piatte e limitanti nei confronti della complessità del mondo. Racconti che spesso si focalizzano su elementi spettacolari e personaggi fuori dal comune, talvolta dipinti con tonalità monocromatiche. Tendiamo a osservare la realtà secondo dicotomie e astrazioni, faticando ad assumere punti di vista che siano allo stesso tempo corali e concreti. Castelli no: il suo non è soltanto un resoconto degli eventi storici, ma un affresco polifonico della realtà comunarda per come veniva vissuta da chi ne faceva parte. All’interno del saggio viene dedicato ampio spazio alle critiche esterne e interne alle donne militanti, colpevoli di aver infranto un ordine così radicato da non essere messo in discussione nemmeno dai socialisti di sesso maschile.

Non ci sono eroine o sante martiri di questa causa, bensì donne del proprio tempo, spesso in disaccordo tra loro, organizzate in unioni e comitati di diverso indirizzo. Le loro lotte furono talvolta dimenticate dalla storiografia e dal femminismo liberale, troppo concentrato sulle rivendicazioni politiche per occuparsi di un movimento collettivo e nato dal basso.

In un interessantissimo approfondimento sulle più celebri comunarde, scopriamo infatti che non rappresentano un gruppo unitario e coeso. Le figure di Louise Michel, Nathalie Lemel, Paule Mink, André Léo, Elisabeth Dmitrieff e Victorine Brocher possono sembrare a tratti antitetiche, ma trovano una sintesi nella ricerca di nuovi spazi pubblici per la donna. Insieme a loro le parigine elaborano una visione alternativa a quella che aveva animato le insurrezioni precedenti; la loro soggettività politica nasce dall’azione, l’autogestione e il superamento della mentalità borghese con i suoi insormontabili pregiudizi di genere.

Castelli nota che molti uomini di sinistra erano condizionati da una certa chiusura di orizzonti, e sotto questo aspetto non si distinguevano granché dai conservatori. Le comunarde non trovarono un terreno facile, una società pronta a concedere maggiori spazi. Ricordiamo che il codice napoleonico considerava le donne come esseri deboli, perennemente bisognosi di protezione, e ne consacrava la subordinazione alla tutela maschile.

Fin dall’antichità, la visione dominante in Occidente sottintende che le donne siano troppo deboli, lunatiche e inaffidabili per occuparsi delle questioni pubbliche con saggezza e senso della misura. La narrazione di matrice aristotelica, che associa alle donne un’intrinseca instabilità emotiva, è diventata l’argomentazione che squalifica automaticamente la politicità femminile. In un quadro in cui la disuguaglianza costituiva la base del potere nessuno concesse di buon grado la parola alle comunarde. La conquistarono in autonomia, segnando una fase di rottura da cui non possiamo fare altro che prendere ispirazione. Senza chiedere il permesso di quei fratelli, padri o mariti che avrebbero dovuto parlare al loro posto, le donne di Parigi costruirono una narrazione alternativa e una nuova idea di collettività.

Al tempo della Comune, come ci racconta Castelli, le donne potevano spiccare in due ruoli, uno virtuoso e l’altro infamante. Il primo era quello di eroina indomita e martire devota, metafora della patria da difendere. Una donna eterea e desessualizzata. Il secondo era quello dell’incendiaria dannata e violenta, incapace di contenere i suoi istinti animaleschi. La pétroleuse era l’emblema della distruzione causata dalle rivolte.

Attraverso una brillante analisi di queste immagini, Comunarde ci mette in guardia dai risvolti delle narrazioni allegoriche della femminilità e del costante impiego dei corpi delle donne come simboli di virtù o decadimento morale, associazione di cui ancora oggi sembriamo non poter fare a meno.

Il libro ci mostra a più riprese quanto pericolose siano le tipizzazioni, le figure romanticizzate, le astrazioni dai vissuti. Con la sua narrazione calata nella materialità dell’azione delle comunarde, Castelli si fa strada nel dedalo di stereotipi che riguardano le donne rivoluzionarie. Con incedere chiaro e immediato, la filosofa decostruisce le immagini di volta in volta angeliche o demoniache, spogliandole da connotati morali e moraleggianti. Ci restituisce ritratti terreni, più simili a fotografie stropicciate che non a dipinti intoccabili, per mostrarci che le donne della storia sono tanto concrete, sessuate e imperfette quanto quelle che abitano la nostra quotidianità.

Comunarde è un viaggio nel passato, ma parla al nostro presente: non si rivolge soltanto ai freak della storia e del socialismo, ma soprattutto a chi fa attivismo e si interessa di questioni di genere. Anche se le barricate non ci sono più, le battaglie di allora non sono finite, perché non si è esaurito il sistema di disuguaglianza alla base della società. Le donne citate e quelle senza nome ci guardano attraverso le pagine, per ricordarci che i diritti non devono mai essere dati per scontati, che «niente è mai acquisito quando si tratta di uguaglianza dei sessi, nemmeno nelle avanguardie politiche, e che occorre sempre essere vigili, unite».

Non è una lettura che finisce con l’ultima pagina del libro, ma un racconto vivo che ci chiede di riflettere sull’esperienza della Comune e su cosa essa possa insegnare alla nostra generazione. Perché non si trattò di un episodio puntuale e circoscritto: la semaine sanglante e il 28 maggio sancirono la fine formale di questo affascinante esperimento politico, ma non la morte delle possibilità alternative che aveva proposto.

La Comune fu qualcosa di universale, che non chiamava in causa solo i parigini dell’epoca, ma l’intera umanità invitata a ripensare le dinamiche sociali e a lottare per un domani più inclusivo e più giusto. Un domani che stiamo costruendo anche noi.

Notre drapeau est le drapeau de la republique universelle.

di F. Ceccarelli