Gianmarco Canestrari
pubblicato 1 mese fa in Letteratura

Il coraggio delle idee

George Eliot e l’emancipazione femminile

Il coraggio delle idee

George Eliot, pseudonimo di Mary Anne Evans, nacque nel 1819 e rappresenta una delle voci più autorevoli dell’Inghilterra vittoriana. Di stile conciso e profondamente segnato dalla vena psicologica, la sua vasta opera concilia la descrizione realista dei personaggi con il suo amore smisurato per la vita rurale, bucolica, “originale” di cui aveva avuto personale esperienza e che poteva osservare ancora nell’Inghilterra del tempo. Non era facile per la nostra autrice farsi avanti nell’ambito della scrittura a causa dei forti pregiudizi che ancora circolavano nei rispettabili salotti intellettuali dell’epoca vittoriana: una situazione che condivideva con una lunga tradizione di scrittrici a lei contemporanee o antesignane come le sorelle Bronte. Ecco allora perché cominciò ad usare, come fecero molti altri, un pen name, e più precisamente lo pseudonimo che, a discapito di chi criticò la sua vena letteraria, la rese anzi famosa presso i posteri. George Eliot si distinse subito per la sua bravura e capacità di dar vita a opere immortali che cercavano di cogliere la realtà che si viveva e si percepiva in quel periodo, riuscendo a “incantare” e a far innamorare gli altri dei propri personaggi ma soprattutto della sua persona, come ci racconta Henry James in una lettera al padre:

Aveva la fronte bassa, gli occhi di un grigio spento, il naso grande e pendulo, una bocca larga nella quale si intravedevano i denti storti, e il mento e la mascella ‘qui n’en finissent pas’… Eppure in questa vasta bruttezza risiede una bellezza potentissima che in pochi minuti rapisce e affascina la mente, cosicché, alla fine, ci si ritrova innamorati di lei, come è accaduto a me. Sì, consideratemi innamorato di questa grande intellettuale dalla faccia cavallina.

Pur nella sua limitatezza, questo frammento epistolare mostra bene la personalità di una grande scrittrice oltre che di una grande pensatrice: Eliot racchiude in se i tratti più vividi di un’acuta fenomenologa di ciò che sperimentava, viveva, e che andava a costituire quella che sarà la sua cultura sincretista ed eterogenea. Sincretista perché fondeva in sé ambiti tra loro diversi come la sua formazione anglicana innervata di atteggiamenti dissidenti che la accompagneranno per tutta la sua carriera letteraria; eterogenea perché affronta, in modo alquanto singolare ed originale, svariati e molteplici argomenti che erano veri e propri nodi concettuali tipici della sua epoca. La figura di Eliot affascina e si rende, nonostante i secoli, ancora attuale e moderna, proprio per quel pizzico di “ambiguità” che circonda, come un alone misterioso, la sua vita e il suo pensiero: si pensi che proprio grazie ad incontri con personaggio di spicco come Ralph Waldo Emerson, alimentò in lei un modus vivendi e una forma mentis di tipo liberale. Mary Ann Evans era una intellettuale di prestigio e di grande raffinatezza intellettuale, tanto da distinguersi fra le rare figure di scrittrici della sua epoca. Il suo fascino raggiunge anche lo studioso di filosofia, perché tradusse “L’essenza del cristianesimo” di Feuerbach e l’Ethica spinoziana. L’opera che ha portato maggiormente Eliot al successo sono le sue Scenes of Clerical Life, in particolar modo il suo primo romanzo completo del 1859, Adam Bede. Ebbe così successo che, il rivelarsi come l’autrice del romanzo, non intaccò la sua popolarità nonostante gravassero sulla sua reputazione le dicerie sulla sua convivenza con Lewes. Tale relazione non fu ben vista dai suoi contemporanei che vi vedevano un cattivo esempio di moralità ed irreligiosità. Grazie al sostegno del suo compagno di vita, continuò a scrivere romanzi per i successivi quindici anni, riscontrando successi e accettazioni dal pubblico. L’ultimo romanzo pubblicato fu Daniel Deronda del 1876 che l’accompagnò fino alla morte di Lewes avvenuta due anni dopo.


Sfidando le convenzioni dell’epoca sposò nonostante fosse vent’anni più giovane John W. Cross, uomo d’affari con problemi psichici. In uno dei molti viaggi che faceva col marito, Eliot contrasse un’infezione alla gola che associata alla disfunzione renale di cui soffriva la portò alla morte nel 1880 a 61 anni. A causa della sua personalità ribelle, indifferente e critica alle convenzioni dell’epoca, morì e fu sepolta come dissidente religiosa, oltre che culturalmente aliena al mondo che la circondava. Quasi tutti gli scritti di Eliot sono una chiara e consapevole denuncia delle condizioni di emarginazione e povertà di cui soffriva la grande maggioranza della popolazione a causa delle vessazioni politiche e sociali dell’epoca.  Riallacciandosi alla lunga tradizione dei poeti della prima fase del romanticismo inglese, cominciata con Wordsworth e Coleridge, Eliot concentra molte sue opere alla descrizione di quella condizione edenica e tranquilla della vita di campagna, contrapposta alla turbolenta vita di città: la vita agreste è vista come via di salvezza da una vita corrotta e priva di valori,come scenario di un’esistenza semplice, vera, vissuta in ogni suo attimo, lontano da vizi e corruzione. È quel famoso “ritorno alla natura, alla semplicità” che tanto riecheggia nelle sue opere come a testimoniare il suo accorso con le tesi dei Lake Poets. La figura di Eliot ha fatto molto parlare di se riguardo alla concezione religiosa e filosofica presente nelle sue opere, viste non in disaccordo ma in piena concordanza con la vita anticonformista da lei vissuta.


Il suo rifiuto della pratica religiosa è da leggere come il tentativo di sfuggire da un pensiero tradizionale, oscuro, chiuso e esclusivo, immagine di una società corrotta e priva di quella semplicità e limpidezza che Eliot ricercava nelle sue opere (e nella realtà). La scrittura di Eliot su queste tematiche configura il suo “umanesimo agnostico”, la sua errabonda ed infinita corsa alla ricerca di un senso a quella vita così lontana dalle sue aspirazioni e dalle sue aspettative. Ecco perché concorderà e troverà pienamente soddisfacente le teorie della religione avanzate dal grande filosofo Feuerbach, che rivendicava una trasposizione umana nella divinità e nei dogmi fideistici. La sua religione non è quella tradizionale, piatta, “ecclesiastica”, piena di riti e formule da recitare, ma è la fede, ovvero la fiducia, in un mondo e una società depurata da sentimenti di orgoglio, competizione, vanagloria e desiderio di potere; è la “religione del cuore”, della purezza delle intenzioni, di chi è stanco di essere oppresso dalla società e dagli interessi privati dei governanti, per rivendicare sete di libertà, pace e semplicità, tale da coinvolgere tutta la vita dell’individuo e quindi anche il suo modo di essere, di vivere e vedere la vita. La figura di Eliot si configura così come quella di un’intellettuale, di una studiosa, di una scrittrice brillante che ha saputo leggere le vicende della società dell’epoca non come semplici accadimenti retti da una cieca fatalità, ma viste come insieme di fatti ed eventi che interessano tutta una società che non accetta più di essere resa schiava e passiva di fronte alle scelte della vita ma che diviene parte attiva in un processo, retto da un piano provvidenziale, che trasformi quella vita grigia e triste  in un canto alla semplicità e alla purezza di cuore. È quindi il grido di una donna che eleva se stessa nel buio della sua epoca e proclama una rivoluzione: la rivoluzione degli intenti, delle tradizioni vuote e prive di significato, per inaugurare una nuova epoca piena di luce e di senso in cui tutti sono inclusi,e dove tutti cercano di ravvivare quello che sembra perso per sempre… il cuore.  Non a caso così Virginia Woolf si espresse, per sottolineare la straordinaria bravura di Eliot, parlando dell’opera major Middlemarch: esso è “uno dei pochi romanzi inglesi scritti per adulti“.