Arianna Fontanot
pubblicato 3 anni fa in Letteratura

Ennio Onnis e il dogma rettiliano

cervello, esistenza e arte

Ennio Onnis e il dogma rettiliano

L’arte e la poesia abitano in un interstizio encefalico, uno spazio nella corteccia, in cui la tela della rappresentazione è costantemente lacerata.

Questo è ciò che Ivan Fassio, curatore della mostra personale di Ennio Onnis, “Ubique”, tenutasi a Torino nella Chiesa di San Michele Arcangelo, a partire dal 3 Marzo 2016, afferma della sua arte nella postfazione ad un breve 12672131_10153630452134773_4538461513942648092_olibro di poesie intitolato “Mulino nero”. Onnis è un artista eclettico, che indaga l’esistenza, che ripensa l’umanità, attraverso la propria pittura, la potenza analogica dell’arte figurativa e la poesia. Nasce a Torino nel 1941 e da sempre affianca la sua attività di pittore a quella, ben più rischiosa, di poeta. È convinto, sulla scia di quanto il filosofo Blaise Pascal affermava, che:

L’uomo non è che una canna, la più fragile di tutta la natura; ma è una canna pensante.
[…] Ma quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di chi lo uccide, dal momento che egli sa di morire e il vantaggio che l’universo ha su di lui; l’universo non sa nulla. Tutta la nostra dignità sta dunque nel pensiero.

Infatti, come suggerisce il titolo dell’articolo, che è anche quello di un componimento contenuto nel volumetto, ciascun essere vivente è suddito della sezione più remota del cervello, ovvero il tronco encefalico primo radiale, in tutto simile a quello degli altri mammiferi. A questo proposito si consideri l’opera “Più vasto del cielo”, olio su tela, 2013. Questo, sostiene l’autore, è causa di un comportamento che si pone in modo ambivalente: da un lato la razionalità cui è impossibile sottrarsi, perché risiede nell’organo in cui tutto è ponderato, il cervello, che rivela il mondo nel suo ordinario meccanicismo e dall’altro l’istinto, la pulsione che rende l’uomo un “macellaio” deciso a mangiare pur di non essere mangiato.
Dalla poesia Dogma rettiliano riporto questi versi:

Dettano legge ipotalamo e amigdala
nella limbica tana, dove ancora striscia
e digrigna i denti il primordiale dogma rettiliano:
mangia, se non vuoi essere mangiato.

Dunque questa arte e questa poesia raccontano un’umanità ferita e degradata. Ma allo stesso tempo squarciano il mulino-nero_copertinavelo che impedisce all’uomo di considerare se stesso per ciò che è: umano, troppo umano. Una cosiddetta canna pensante la cui sintassi neuronale, ad un certo momento, impazzisce e si disintegra. E tale decadenza, per così dire, si ripercuote sul paesaggio e sulla costruzione dello stesso. Quindi l’individuo è complice della propria creazione ma allo stesso tempo della fine della propria esistenza, come se la
distruzione del sé avesse, in realtà, una parte nella sua creazione. Eppure dalla lettura dei componimenti è possibile individuare un secondo punto: la consapevolezza. Come, molti secoli or sono, già sostenne Lucrezio in De Rerum Natura, l’uomo, che è protagonista, si rende conto di essere soltanto un simulacro composto di particelle più sottili e di non possedere null’altro che la propria immagine destinata alla putrefazione perpetua. Ma questa vergogna che egli prova per sé non risolve interamente la filosofia, la poetica, il metodo di Onnis e, anzi, vi è una riflessione più profonda ed ampia: sussiste una meditazione più elevata che contrasta con i termini, anche i più abietti reperibili tra le righe, ed è quella di un’umanità, che, come una bestia ammalata, si rende improvvisamente consapevole del fatto che le sovrastrutture che si è inventata non servono, o meglio, non ha più l’abilità di utilizzarle e ciò la uccide. Perciò l’individuo non è altro che un un nichilista, il quale desidera la possibilità di identificarsi con se stesso. La domanda incessante che lo affascina ma al contempo lo avvilisce è “che cosa vorrei essere”? Ed è ciò che affligge anche l’artista, il quale si barcamena tra il tentativo di denunciare il male e non comporre il conflitto interiore bensì lasciarlo fluire nello spazio che intercorre fra le proprie mani e la tela. Egli si propone di considerare l’Universo nell’Universo, ma presto si rende conto che questo è un abito molto stretto e che l’arte diviene una giungla da attraversare, da ri-ordinare. In questo senso il fruitore non è uno spettatore passivo, ma, anzi, è un coautore che partecipa attivamente e rielabora, decifra l’opera attraverso la grammatica della propria mente. Ecco allora che questa dicotomia sembra riportare alla luce uno dei temi fondanti della filosofia di Schopenhauer: l’essere umano, tanto l’artista quanto il fruitore, non si configura come l’eroe della noluntas che, secondo il filosofo, faceva capo all’insieme dei contemplatori , bensì un eroe della voluntas che rivela i limiti della propria condizione in seguito ad una riflessione la quale, pure, non ne paralizza l’azione. Quindi un’arte prepotente che si nutre della realtà e rende vivo e concreto l’animo umano; esso fuoriesce dall’ involucro corporeo, che evacua il proprio spirito, e si dirige agli astri, alle risposte che si possono reperire soltanto con il piglio distaccato di un epoché fenomenologica (ricordando Husserl). Allo stesso tempo però si scorge un’eco inequivocabile di certa parte della Mistica Renana e della Patristica. Ricordiamo quel famoso precetto che Sant’Agostino trae dal Salmo 45 ( salmo 45,11) e che esorta l’uomo a disfarsi delle pulsioni e della contingenza proveniente dal mondo esterno per giungere a vette più alte. Tuttavia non è qui che Onnis si arresta e, anzi, la contingenza costituisce uno slancio insostituibile. L’indagine sull’esistenza non si accartoccia sulla creazione monadica dell’anima e, anzi, la civitas saeculi suggerisce una chiave di lettura imprescindibile. L’opera “11 settembre, 2001”, olio su tela- 200×117, 2012, ne è un esempio lampante. Al di là delle innumerevoli interpretazioni che si sono date del fatto storico in sé, essa è dedicata all’attentato meglio conosciuto come “delle Torri Gemelle” e spiega, secondo l’autore, ciò a cui l’essere umano può giungere: in un delirio di onnipotenza, disprezza la vita e la spezza, la frantuma senza remore. É questo quindi il fulcro dell’arte, della poetica di Ennio Onnis: l’uomo non è che un mammifero dotato di razionalità, che ha facoltà di esprimersi in senso positivo con la creazione ed in negativo con la distruzione, anche estrema, di se stesso e della propria specie.