Susanna Ralaima
pubblicato 4 settimane fa in Letteratura

Frammento di una distanza

brevi considerazioni su una poesia di Zanzotto con Roland Barthes

Frammento di una distanza

Or che mi cinge tutta la tua distanza
sto inerme dentro un’unica sera

Odora il miele sulla mensa
e il tuono è nella valle,
molto affanno tra l’uno e l’altro

Io sono spazio frequentato
dal tuo sole deserto,
vieni a chiedermi dove
gridami solitudine

E questo azzurro guasto di sgomenti
e di luci di monti
per sempre m’ha appreso a memoria.

La poesia Distanza è databile tra il 1946 e il 1947 e confluisce nella raccolta Dietro il paesaggio, pubblicata dal poeta veneto nel 1951 da Mondadori e considerata dall’autore il suo esordio letterario, nonostante la produzione precedente di versi giovanili.
Zanzotto inizia il componimento con una apocope dell’avverbio ora, non per motivi metrici dato che l’endecasillabo risulta ipermetro, quanto per una maggiore espressività ermetica. Si rivolge a un tu lontano, e questa lontananza spaziale, mentale e sentimentale è così assoluta da essere palpabile.
La distanza infatti cinge (in un significato capovolto rispetto al cingersi della contemporanea Ormai, che invitava quasi a un’unione panica con il paesaggio) l’io, non in un confortevole abbraccio, ma in una vera e propria morsa.

Chiamiamo in causa i Frammenti di un discorso amoroso: Barthes scrive che “l’unica assenza è quella dell’altro: è l’altro che parte, sono io che resto. L’altro è in stato di perpetua partenza, sempre sul punto di mettersi in viaggio; egli è, per vocazione, migratore, errante; io che amo sono invece, per vocazione inversa, sedentario, immobile, a disposizione, in attesa, sempre nello stesso posto, in giacenza, come un pacco in un angolo sperduto d’una stazione.”
Zanzotto sa descrivere tutto questo in modo ancora più preciso: chi resta è inerme.

Nelle due strofe centrali il poeta prepara la scena, razionalizza lo spazio, cercando di dare a ogni cosa il suo posto: il miele (che odora e invade inebriante) è sulla mensa, in un’immagine quasi quotidiana, il tuono nella valle. L’io inerme invece, chiuso in questo rapporto senza luogo, senza topos nel significato dialettico della parola, si fa “spazio frequentato / dal tuo sole deserto”.
(Zanzotto nella poesia Lontana – così vidi io il suo volto oscurarsi, della più tarda raccolta Idiomi, sembra quasi giocare con l’intertestualità e in un dialogo che coinvolge sempre un tu e un io, dice:
“siamo totalmente un-po’-tristi un po’-lieti / siamo totalmente disposti e in convinta perdita / siamo qua e là – dove e dove – / per sole e spazio e gelo di somma intelligenza”).

In Distanza invece a questo diventare spazio seguono due versi pregni di sentimento e di disperazione, che necessiterebbero un’esegesi lunga e complessa, ma dei quali ci limiteremo a dare brevi cenni.

Vieni, scrive Zanzotto, e implicitamente chiede al tu lontano una liberazione da quella sclerotizzazione dovuta all’angoscia della mancanza e alla stretta della presenza, perché, riprendendo ancora Barthes, “l’altro è assente come referente e presente come allocutore. Da tale singolare distorsione, nasce una sorta di presente insostenibile; mi trovo incastrato fra due tempi: il tempo della referenza e il tempo dell’allocuzione: tu te ne sei andato (della qual cosa soffro), tu sei qui (giacché mi rivolo a te).”

A chiedermi dove, perché il discorso d’amore è sempre discorso per qualcuno, una dichiarazione, ed è attraverso le parole che si vuole trovare e delimitare lo spazio nel quale porre sé stessi, l’altro e il proprio desiderio.

E infine gridami solitudine, perché questo spazio non è designabile né esprimibile e ciò porta, secondo Barthes, alla solitudine dell’innamorato, che “non è la solitudine di una persona (l’amore si confida, parla, si racconta): è una solitudine di sistema: io sono solo a farne un sistema (forse perché sono continuamente ricacciato nel solipsismo del mio discorso). Difficile paradosso: io posso essere inteso da tutti (l’amore deriva dai libri, il suo è idioma corrente), ma al tempo stesso posso essere ascoltato (accolto «profeticamente») solo da chi ha esattamente e adesso il mio stesso linguaggio”.
Che poi è quello che sottintendeva Petrarca nel primo componimento dei Rerum vulgarium fragmenta, quando si rivolgeva solamente a chi per prova intenda amore.

Dopo questo crescendo, la poesia sembra quasi affievolirsi e ci lascia sperduti. Rimane solo un azzurro quasi sgualcito e delle luci soffuse: per rovesciare Foscolo, tranne la memoria, niente.

Questa assenza ben sopportata non è altro che l’oblio. A intermittenza, io sono infedele. È la condizione per la mia sopravvivenza; poiché se io non dimenticassi, morirei. L’innamorato che non dimentica qualche volta, muore per eccesso, fatica e tensione di memoria (come Werther)
(Roland Barthes)

 

 

L’immagine in evidenza è un’illustrazione dal titolo Distance di Larsson McSwain tratta da: https://www.larssonmcswain.com/distance-1/