Claudia Giovannini
pubblicato 4 mesi fa in Recensioni

Genesi 3.0

di Angelo Calvisi

Genesi 3.0

Si legge, si divora, nel deglutirlo si inghiotte cenere: è questo ciò che provoca Genesi 3.0, l’ultimo romanzo di Angelo Calvisi, pubblicato da Neo Edizioni a febbraio di quest’anno. Al di là di qualsiasi coordinata spazio-temporale, in un sistema ghiotto e invelenito, Calvisi impasta la Bibbia e la risputa sugli imbarazzi della nostra epoca, allestendo un matroneo di eventi apocalittici che confondono l’umano con quello che umano non è.

 In una palazzina a due piani nel bel mezzo del bosco, il giovane Simon vive e sgobba assieme al Polacco, figura autocratica e bisbetica, nonché eroe di una Luminosa Guerra combattuta non si sa quando, non si sa come. L’impianto selvatico di questa strana convivenza, il cui punto più alto condurrà Simon alla zooerastia, coincide con un ambiente siderale fatto di piante e bacche dai curiosi effetti, di sogni e visioni tanto reali da sgomitare la narrazione per prenderne possesso. Tuttavia, non appena si esce dal bosco sulla strada, si va incontro a qualcosa d’altro: la Capitale, con le sue piazze militarizzate, è anche la città nella quale i due sono costretti a tornare, il luogo in cui il Polacco è richiamato in qualità di urbanista per riportare l’architettura al suo antico splendore.

«Che lavoro devi fare?»

«Costruire».

«Cosa?»

«Muri».

«Che tipo di muri?»

«Di ogni tipo. Per difendere i Palazzi degli Industriali. E anche attorno ai quartieri, per non fare allontanare la gente dalle case. I muri più alti sono quelli del lungomare e al confine della Zona Portuale, che è strategica, dicono. Come se non sapessi che è tutto un pretesto».

«Cosa è tutto un pretesto?»

«Questo incarico, questo costruire. Ma cosa vuoi fare, cosa vuoi costruire? Sai qual è la verità? Vogliono l’insegna vittoriosa da agitare di fronte al popolo». (p.37)

 Le quattro parti che dividono il romanzo (Selvatico, Paralitico, Ospedaliero, Famigliare) sono anche quelle che scandiscono la vita di Simon come una campana strozzata. A seconda degli scenari, il giovane indossa la sua maglia con la S di Superman, di Sopravvivenza o di Stupefatto, mentre la nuova vita nella Capitale si smussa tra scoppi di bombe e lo spettro perplesso di una ribellione.

«Gli Altri, i reietti che vivono nei vicoli della Capitale. Si annidano come la sporcizia e vogliono sovvertire l’andamento naturale della Storia».

«Quale Storia, Madre?»

«La nostra Capitale si rinnova. Il mondo intero si rinnova e le persone si emancipano. Anche noi due l’abbiamo fatto, non è così? Ma gli Altri no, gli Altri sono incapaci di cogliere le opportunità, e adesso vogliono far piombare il Paese nel caos». (p.106)

Il presunto ristabilirsi del Decoro Repubblicano cela al suo interno una membrana cancerogena, e Simon verrà presto trascinato in una gola fatta di momenti disturbanti e ammoniacali. Sarà costretto su una sedia a rotelle senza mai essersi rotto un’unghia, in un risucchio di sotterfugi a lui stesso in parte estranei, dal vago sentore profetico; spiato, odiato, sostenuto, amante e mai amato, la vita del giovane è agganciata ai fili di un burattinaio, e intanto le scene si ricaricano ogni volta di un proiettile nuovo, colpendo il lettore nei modi più bruti, stordendolo senza carezzarlo mai.

Le figure femminili giocano un ruolo fondamentale, a partire da Miriam e i suoi trasformismi, passando per la figura enigmatica della Madre, o il sistema quasi militaresco delle suore armate di clisteri all’interno dell’ospedale.

«È da quando sei arrivato che la trattieni. Manco fosse oro. Lo vuoi capire che nella liberazione dell’intestino e nel sacro esercizio della carità risiede la sola possibilità di guarigione del corpo e dello spirito? Se vuoi santificare te stesso devi evacuare, non dimenticarlo. E non dimenticare Sant’Uguccione, quando diceva che il regno dei cieli è uno sconfinato oceano di sterco dove i beati sguazzeranno e defecheranno senza posa per omniasæcula sæculorum». (p.82)

 L’ospedale, in particolare, è soltanto una densa bolla senza ossigeno – non un luogo in cui i malati ricevono assistenza, ma un ambiente impaurito e sottomesso dove, per risparmiare su tempi e spazi, si curano le ferite con l’amputazione. Ma è nella quarta e ultima parte che Calvisi impugna il nostro mondo e lo strizza con le sue stesse mani: il succo che ne esce è tutt’altro che rassicurante. Tra un corridoio kafkiano e l’altro, lo stridore burocratico assorda le orecchie di Simon, cosicché è impossibile non comprendere il giovane mentre aspetta un numeretto che sul monitor non compare mai, o come un Ercole moderno compie le sue fatiche per ottenere un misero visto; all’interno di questo tran-tran allucinogeno, non sorprende come l’unico capace di guidarlo per mano sia un cieco, ragazzo universitario che tutto sa, ma nulla vede.

Calvisi nel suo romanzo ritrova la scrittura più cruda, quella di una bocca impastata d’ingiurie e di terra, impedendo che il sapore zuccherino della correttezza morale ne intasi il (non) gusto. L’efficacia di certe espressioni, il loro incanto strategico e impattante si sposano alla perfezione con un ambiente che di “bello” ha poco o nulla, affogando chi legge in un trilione di domande diverse. Genesi 3.0 è un muscolo in tensione continua, è quella pagina nel Vangelo letterario che ambiziosamente si strappa: qualcosa di nuovo è appena nato, e ha già colpito nel segno. Leggere per credere.

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