Federica Ceccarelli
pubblicato 2 mesi fa in Recensioni

“Gente di Taipei” di Bai Xianyong

“Gente di Taipei” di Bai Xianyong

Il vento ripassa con un’altra folata, e la signora Hua coglie fra l’odore fresco dei crisantemi un puzzo di erba marcia, che le punge il naso, ma anche il cuore, e all’improvviso un’immagine dei giorni passati le appare davanti: quel puzzo strano c’era anche nella stanza di lui, e lei era rimasta davanti al di lui letto, a vedere il medico che gli infilava una tubatura di gomma in gola, per trattare quel tumore sottocutaneo gonfio gonfio e nero come la pece; del pus veniva estratto mattina e sera, senza sosta; in quel vaso di porcellana sul comodino, tre crisantemi bianchi grandi come scodelle, che aveva raccolto lei con le sue mani.

È (finalmente) uscita la traduzione italiana integrale dell’opera più importante di Bai Xianyong, Gente di Taipei, per Atmosphere Libri, a cura di Antonio Leggieri. Il testo originale, pietra miliare della letteratura cinese contemporanea, fu pubblicato nel 1971.

Si tratta di una raccolta di quattordici racconti di diversa lunghezza e stile, talvolta paragonata a Gente di Dublino di James Joyce, non solo per la somiglianza lampante nel titolo, ma anche per l’importanza rivestita nelle rispettive letterature di riferimento. Al di là di un confronto tra letterature più o meno approfondito, Gente di Taipei ha davvero costituito una tappa significativa per il modernismo cinese, nonché uno degli esempi più fulgidi della ricca sperimentazione letteraria portata avanti dagli scrittori di Taiwan del secondo Novecento.

Spendiamo due parole per introdurre la figura di Bai Xianyong; nato nel 1937 a Guilin, un’importante città della Cina del sud (nella regione del Guangxi), era figlio di un generale del Kuomintang (il Partito Nazionalista cinese che fu sconfitto dal Gongchandang – Partito Comunista). Come gli altri membri del KMT, la famiglia di Bai fu costretta a emigrare a ridosso della fondazione della RPC. Andarono prima a Hong Kong e si stabilirono poi a Taiwan. Bai si laureò in Inglese e iniziò a lavorare come professore di cinese in America, dividendosi tra Taiwan e USA. Oltre a Gente di Taipei, Bai è autore di Niezi (edito in Italia da Einaudi, con il titolo Il maestro della notte nel 2005, traduzione di Maria Rita Masci), un clamoroso romanzo che ha profondamente segnato la letteratura cinese, inaugurando una fortunata schiera di tongzhi xiaoshuo (“romanzi di compagni”, dove “compagno” è un termine slang utilizzato per indicare gli omosessuali).

Nella biografia di Bai è presente un elemento che accomuna tutti i personaggi di Gente di Taipei; essi provengono dalla Cina Continentale, di cui conservano intatta la memoria e la nostalgia. Nessuno dei protagonisti è originario dell’isola, né tantomeno si sente parte della città che abita. Nella sua galleria di ritratti, Bai dipinge figure assai differenti tra loro, per estrazione e classe sociale. Ci sono vecchi generali, signore di buona famiglia, professori universitari, prostitute, servitrici domestiche, giovani spose e molti altri personaggi…. Sul contenuto dei racconti preferiamo non soffermarci, augurandoci che quante più persone possibile vogliano addentrarsi in questo piccolo gioiello della narrativa taiwanese. Ma le esperienze di vita così disparate presentate da Bai sono tutte accomunate da un sostrato comune, costituito da una profonda malinconia, un senso di non appartenenza e una perdita di identità in un luogo che non si percepisce come proprio.

Il continuo richiamo del passato splendente nella Madrepatria si pone in stridente contrasto con il decadimento presente di questi personaggi, condannati a convivere con il senso di perdita ineluttabile che contraddistingue la loro vita a Taipei, e a richiamare alla mente una vita felice ma ormai scivolata via dalle loro mani. Storicamente, difatti, nella narrazione nazionalista questi custodi della vera Cina sarebbero poi dovuti tornare sulla terraferma e riportare la società al vecchio prestigio, ma tale speranza si rivelò ben presto vana. Nelle parole di Bai, si verifica una cristallizzazione a metà tra il desiderio di rivivere quel passato fulgido e la consapevolezza della sua impossibilità.

In quel periodo studiavamo tutti alla Beida, e ti ricordi quanti slogan ripetevamo fino allo sfinimento? Guardaci invece ora…

Questo dualismo lacerante attraversa, seppur con tinte e modalità diverse, tutti i racconti della raccolta e suscita nel lettore un’idea di precarietà e di sospensione. Attraverso una prosa incalzante e raffinata, Bai riesce a catalizzare l’attenzione sulle dinamiche psicologiche della gente di Taipei, talvolta simili a una guerra fredda tra idealizzazione e pazzia. L’abbondanza di descrizioni e riferimenti all’ambiente esterno accompagna strumentalmente questo contrappunto, suscitando un languore nostalgico che permea l’intera opera.

Questa malinconia è, difatti, un tratto distintivo nella prosa di Bai, massimamente incarnato nel flusso di coscienza della signora Hua intenta ad osservare i crisantemi del proprio giardino, come puntualizzato da Leggieri nella postfazione.

Proprio la postfazione e le note al testo sono un punto forte di questa edizione di Atmosphere, che dà spessore critico alla raccolta e fornisce a chi legge gli strumenti per comprendere citazioni e riferimenti, anche se non si conoscono a fondo la cultura e la storia della Repubblica di Cina e dei suoi abitanti. In esse, anche il lettore più navigato troverà spunti interessanti, senza pedanteria né paternalismo, ma trovandovi solo una piacevole guida. Le giuste indicazioni sul contesto consentono infatti di cogliere a pieno il senso dell’opera, specchio perfetto della condizione pressoché unica sperimentata dai nuovi inquilini di Taipei.

Un soffio di vento serale, tipico dei giorni invernali attraversa il cortile, accarezzando i gambi delle artemisie presenti in ogni dove, che emettono un suono; il grande soprabito nero di Shun’en, si alza e copre anche il padroncino. Luo rimane in piedi fra le artemisie, unisce le mani sulla pancia, strizza bene gli occhi, e guarda in alto verso il cielo pesante e nuvoloso, mentre i suoi capelli vengono mossi da una folata di vento freddo, e sembrano quasi prendere il volo.