Culturificio
pubblicato 2 settimane fa in Letteratura \ Recensioni

“Groppi d’amore nella scuraglia”

una riflessione sull’esistenza

“Groppi d’amore nella scuraglia”

Ma sinti, Pruscilla, commè

che abbio annasato lu prufumo de lu flore

derentro chista cattedraglia de munnezza?”

“Picché lu verace prufumo de lu flore

ce lu sinti sultanto derentro la munnezza.

Lu prufumo de lu flore

iè più forte de lu putro appurcato.

Ce s’abbisogna d’annasarlo

derentro la munnezza aggassata.

Groppi d’amore nella scuraglia è un’opera in versi di Tiziano Scarpa, pubblicata per la prima volta nel 2005 da Einaudi, che racconta in maniera creativa e originale le vicende di Scatorchio e il suo rapporto, tormentato quanto bizzarro, col mondo che lo circonda. La lingua richiama alcuni dialetti del sud Italia ed è intessuta di parole inventate e arcaiche, di espressioni divertenti e colorite che trasportano il lettore in una realtà senza tempo.

L’installazione di una discarica fa scaturire  una sorta di forza centrifuga che ingloba quanti più elementi possibili dell’esistenza. È proprio Scatorchio che aiuta il sindaco a trasformare il paese in una discarica e quello che lo spinge è puro egoismo: «pe farcere schiattà a Cicerchio», il suo rivale in amore, convince i compaesani ad accettare lo smaltimento dei rifiuti. Questa mossa gli farà perdere l’amore di Sirocchia e la fiducia in sé stesso.

Quando si legge Groppi d’amore, si ha come l’impressione di trovarsi davanti a una vicenda di portata generale piuttosto che al racconto di un caso particolare, dal momento che il contesto spazio-temporale in cui la storia si sviluppa non è definito e gli argomenti affrontati sono universali: tutti almeno una volta abbiamo agito egoisticamente, tutti almeno una volta abbiamo ferito qualcuno che ci voleva bene, tutti almeno una volta ci siamo sentiti soli. Prevalgono nel testo una malinconia e una sofferenza comune a tutti i viventi che si stagliano sul tono comico-grottesco con il quale la storia viene raccontata.

Nelle profondità della Scuraglia si addensano la paura, la solitudine e il bisogno di dare e ricevere amore; durante la lettura ci si rende conto che questi sentimenti creano una condizione di uguaglianza e fratellanza tra gli esseri viventi che favorisce l’accettazione del dolore come parte fondamentale dell’esistenza.

Tutti i personaggi sono caratterizzati, chi più e chi meno, da una debolezza fondamentale, ovvero un’insicurezza ontologica riguardo al proprio io. I soggetti rappresentati da Scarpa, infatti, non sanno bene chi sono né quello che vogliono, cosa si aspettano dalla vita, quale posto occupare nel mondo: la loro ricerca è in primis rivolta a ritrovare (o forse a costruire) la propria identità.

L’ossatura del mondo di Scatorchio si fonda su tre diversi livelli (divino, umano, animale); il lettore entra così in contatto con la ricchezza e la complessità dell’esistenza grazie a una narrazione studiata e ben riuscita, imperniata sul continuo monologo dell’Io narrante, sull’interiorità del protagonista e su ciò che gli ruota attorno. La paura, la solitudine, l’insoddisfazione, l’amore costituiscono il collante che tiene insieme le condizioni esistenziali dei personaggi.

Scatorchio dialoga con tutte le figure che incontra sulla sua strada. Innanzitutto, parla a Gesù, senza ricevere risposta, e spesso lo considera un codardo; questo perché, per il protagonista, la morte del figlio di Dio non è da celebrare come fonte di redenzione, bensì da condannare in quanto causa del male nel mondo. Leggere le parole che Scatorchio rivolge a Cristo fa un certo effetto anche per i non credenti; sono crude, quasi blasfeme, sicuramente inusuali, ma in qualche modo trovano comprensione da parte del lettore. Affermare che Gesù è «egoisto» e «che nun tene ppalle», che ha avuto paura di prendersi la responsabilità di governare la Terra, legittima il protagonista (e il lettore) a sentirsi deresponsabilizzato da ciò che accade nel mondo e poi anche rincuorato di non essere il solo egoista e codardo. Ecco, secondo me, il punto focale di tutta l’opera: tentare di esorcizzare sentimenti, atteggiamenti, istinti, che da sempre sono giudicati e vissuti negativamente e che, a ben vedere, sono soltanto umani.

Durante il racconto, Scatorchio parla anche con una miriade di animali fuori dall’ordinario; non è un caso, infatti, che l’autore abbia chiamato le sue creazioni «casi clinici».Ogni bestiola incontrata dal protagonista fa fatica a riconoscere la propria identità, presentandosi con una patologia: il «gatto gattaro» è drogato di carezze, il «cane canaglio» non accetta il suo aspetto, il «gabbianozzo» si ribella alla sua natura per diventare «dissidento migranto». I concetti di malinconia e sofferenza, di insoddisfazione come tratti comuni a tutti i viventi, ricordati all’inizio, non vengono mai meno; pagina dopo pagina, il lettore sorride mestamente dei pensieri e delle disavventure di queste creature perché potrebbero tranquillamente appartenere a lui. Così come potrebbe appartenergli «l’abbisogno de li carezzi», ovvero il bisogno d’amore, il quale risulta essere l’unico rimedio contro il dolore della solitudine e del fallimento. Ed è interessante, per me, notare che questo sentimento accomuna di nuovo le tre sfere differenti, la divina, l’umana e l’animale.

Soltanto attraverso le emozioni e le relazioni interpersonali i personaggi prendono coscienza di quello che realmente sono o di quello che vogliono. Il sentimento amoroso rappresenta quindi la conferma ontologica a cui tutti tendono; per usare le parole di Laing, da cui ho ripreso la terminologia, «il bisogno di essere percepito non è, naturalmente, solo una questione visiva, ma si estende a quello più generale di ricevere una conferma della propria presenza, un riconoscimento della propria esistenza totale e, insomma, al bisogno di essere amati». D’altronde il tormentato viaggio interiore di Scatorchio si conclude con un nuovo amore.

L’ultima edizione, dell’anno scorso, termina con una poesia in scuragliese, scritta tempo dopo la stesura dell’opera. Si intitola Lu poeto s’addeventa fantasmo ed è stata pubblicata per la prima volta su «Il primo amore». Oltre alla lingua comune, Lu poeto e la Scuraglia sono legate da una rarefatta magia che fa leva sulla forza dell’immaginazione e della creazione artistica. Più che una poesia, questi versi possono essere considerati un manifesto letterario da cui si evince l’idea di letteratura dell’autore: l’imprescindibile potere della fantasia che dirompe e influisce sulla realtà, il travagliato e indissolubile rapporto tra le parole e le cose, tra l’interiorità e l’esteriorità, non sono altro che la causa e al tempo stesso la medicina al nostro dolore di essere umani.

Chi non ha ancora letto questo libricino si sta perdendo una profonda riflessione sull’esistenza, veicolata da una lingua ironica e irresistibile che crea quasi dipendenza.

di Ornella Tomasco